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La Cisgiordania tifa per i miliziani di Hamas: “Anche qui da noi cacceranno Fatah”

(reuters)
Il reportage da Nablus dove per molti l’attacco del 7 ottobre è considerato una reazione all’occupazione. Viaggio in un territorio difficile da decifrare
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NABLUS – In fondo a Nasser Street, sparano lacrimogeni. Ma è la polizia. La polizia palestinese. Che sta smontando le barriere di ferro installate dai residenti per bloccare l'accesso: e i raid israeliani. Dice che sono di intralcio. E dalle finestre delle case intorno, stanno tirando di tutto.

"In genere, il segnale di un raid imminente è il ronzio dei droni. Ma ora, basta osservare la polizia. Perché si coordinano: se va via, significa che sta arrivando l'esercito. Mahmoud Abbas è un infame. Ma verrà il suo turno. Verrà presto", dice uno degli shabab, dei combattenti, che di giorno, M16 nell'angolo, vende souvenir di Nablus: magliette, ciondoli, magneti da frigo, cover per iPhone dei Lions' Den. La Fossa dei Leoni. I ventenni che un anno fa, per primi, sono tornati alle armi. Infiammando l'intera West Bank. E poi, l'intero Medio Oriente. Entra un ragazzino. "Ma hai Ibrahim al-Nabulsi?", dice rovistando tra gli adesivi. Tipo figurine Panini. È il fondatore dei Lions' Den. E il p…

NABLUS – In fondo a Nasser Street, sparano lacrimogeni. Ma è la polizia. La polizia palestinese. Che sta smontando le barriere di ferro installate dai residenti per bloccare l'accesso: e i raid israeliani. Dice che sono di intralcio. E dalle finestre delle case intorno, stanno tirando di tutto.

"In genere, il segnale di un raid imminente è il ronzio dei droni. Ma ora, basta osservare la polizia. Perché si coordinano: se va via, significa che sta arrivando l'esercito. Mahmoud Abbas è un infame. Ma verrà il suo turno. Verrà presto", dice uno degli shabab, dei combattenti, che di giorno, M16 nell'angolo, vende souvenir di Nablus: magliette, ciondoli, magneti da frigo, cover per iPhone dei Lions' Den. La Fossa dei Leoni. I ventenni che un anno fa, per primi, sono tornati alle armi. Infiammando l'intera West Bank. E poi, l'intero Medio Oriente. Entra un ragazzino. "Ma hai Ibrahim al-Nabulsi?", dice rovistando tra gli adesivi. Tipo figurine Panini. È il fondatore dei Lions' Den. E il più venduto. O meglio. Era. Adesso, la più venduta è la bandiera verde di Hamas.


A Nablus, dove tutto è cominciato, l'attacco del 7 ottobre non è un attacco, ma piuttosto, "radit fi'il": la reazione. La reazione all'Occupazione. E ora, questa non è una guerra: è "akbar forsa". L'opportunità migliore di sempre. "E quindi è essenziale restare lucidi. E tranquilli. Incassare, a testa bassa, senza colpire i coloni, i checkpoint, le fermate dei tram, senza colpire niente e nessuno: o saremo bollati come terroristi. Questo è il momento decisivo. A Gaza c'è un morto ogni cinque minuti. E ora è solo questione di stare zitti e immobili. Fino a quando gli arabi non interverranno", dice Wael Faqeh, l'attivista più noto, qui, e in questi mesi, la cerniera tra la città e i Lions' Den. Ha due bossoli nella spalla. Appena rimediati a Huwara. Qui vicino. La città che fu incendiata dai coloni: che ora si stanno riarmando. E non più con gli M16. Con l'artiglieria. Ma non ha paura. E né ha dubbi. "Questa volta è diverso. Questa volta Israele è in crisi. Bombarda, bombarda. Ma non ha una strategia per Gaza. Non sa come venirne fuori. E più bombarda, più per Hezbollah sottrarsi è difficile", dice. "Ho aspettato il 7 ottobre tutta la vita. Akbar forsa. Ora o mai più".


La West Bank è complicata da decifrare. Per ora, è il fronte minore. Dal 7 ottobre si sono avuti scontri con i coloni, appunto, soprattutto nelle colline qui intorno, con 6 morti a Qusra, e giù a Hebron, e poi 28 ore di battaglia a Tulkarem, che l'Idf aveva invaso per una retata, e F-35 su Jenin, su un tunnel che da una moschea, arrivava fino oltre la Linea Verde. Fino in Israele. I checkpoint sono ovunque. E anche i raid. Che sono continui. Complessivamente, si sono avuti 101 morti: dall'inizio del 2023, erano stati 172. Ma la sera dell'esplosione all'ospedale al-Ahli di Gaza, quando tutta la West Bank, all'unisono, si è riversata in strada, come una scintilla su una pozza di benzina, a Ramallah migliaia di palestinesi hanno tentato l'assalto alla Muqata, la sede dell'Autorità Palestinese: e per quanto qui siano tutti uniti contro Mahmoud Abbas, e la sua caduta sia solo questione di tempo, al momento non c'è un'alternativa pronta. E il rischio, è che la West Bank diventi un secondo fronte, sì: ma non contro Israele.

Un fronte di guerra civile

E così, incagliata quanto Israele, la West Bank ribolle: ma non troppo. L'unica certezza è Hamas. Sono tutti con Hamas. Con Hamas in sé, o se non altro, con Hamas come simbolo di iniziativa. Di azione.
L'al-Aqsa Sweets, il tempio del knafeh, un dolce a base di formaggio fuso amatissimo dai palestinesi, è nella Old City. Il bastione dei Lions' Den. E a tratti, si sentono scrosci di proiettili. Un arresto, un regolamento di conti. O forse solo un addestramento. Ormai è normale, qui. E Jamal Shantir, il proprietario, continua imperturbabile a preparare lo sciroppo di zucchero. "Niente è come prima. Hamas ha dimostrato che tutto è possibile. Anche l'impensabile. Anche sfondare un confine in moto, e con poco più che granate, battere una potenza nucleare. Basta provarci", dice. Anche perché dopo due settimane, su Israele ancora piovono razzi. E di notte, da Gaza ancora si infiltrano miliziani. "Leggi di raid continui dell'Idf. Di una caccia all'uomo in tutta la West Bank. Ma sono solo numeri. Sono finite in carcere solo figure minori. Siamo tutti ancora qui", dice Mosaab Shitieh: uno dei most wanted. Che gira così, con il suo M16 a tracolla. Sfidando i droni. Gli domandi se non teme di essere ucciso, e ti risponde l'amico a fianco. Quel giorno, dice, io diventerò Mosaab.


Come quando domandi di Yahya Sinwar. E se venisse ucciso? Se Hamas venisse decapitata? Cosa rimarrà di Hamas, dopo la guerra? Ti dicono solo: un altro Yahya Sinwar. Nessuno pensa che Hamas sarà eliminata. Hamas è un'idea, ti dicono. Non è un movimento.
Ed è l'idea di tanti. Il rifugio in cui il 9 agosto 2022 è stato assassinato Ibrahim al-Nabulsi ora è una specie di santuario. Con i resti della sua ultima cena, e una Nike annerita vicino a un Corano. E pellegrini da tutta la West Bank. Aveva 18 anni. Quattro Lions' Den pregano nella penombra davanti al suo ritratto. In ginocchio su un drappo verde di Hamas. Un tempo, al collo avrebbero avuto la bandiera palestinese: e invece, hanno la foto di un padre, un fratello, un amico ucciso. E per questo, dicono, combatteranno fino alla fine. "L'Intifada non è più solo una questione politica. Per me, e per molti, è una questione privata, ormai. Personale", dice il maggiore dei quattro, classe 2002: in quattro, hanno meno anni di Mahmoud Abbas. Non è una guerra, questa: è una vendetta. Che non contempla il compromesso. Né la sconfitta. "Hezbollah è ancora più forte di Hamas", dice. "E non è solo Hezbollah. La Siria, l'Iraq, l'Egitto, lo stesso Iran: sono tutti paesi che non possono non intervenire. O rischiano la rivolta. Sono tutti paesi che stanno già in bilico. Nasrallah sa che, altrimenti, è finito".


Anche se per ora, Nasrallah tace. Dal 7 ottobre, non ha rilasciato dichiarazioni. E se Hezbollah non intervenisse? Guarda a terra un momento, come smarrito, poi si gira verso l'amico alla sua destra. “Secondo te?”, gli chiede. E quello si gira verso l'amico alla sua destra. “Secondo te?”. E quello si gira verso l'altro ancora. “Ma perché, dici che è possibile?”, gli chiede. E quello ripete: “Perché, dici che è possibile?”, si gira. Ma c'è solo un muro.

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