L’ex capo dello spionaggio inglese: “Non è detto che il conflitto tra Israele e Palestina finisca male”
di Enrico FranceschiniLONDRA – “Il Medio Oriente sta cambiando in meglio”. Può sembrare una affermazione fuori luogo, mentre a Gaza infuria la guerra e rischia di allargarsi a tutta la regione. Ma quando a dichiararlo a John Sawers, ex-capo dell’Mi6, il servizio di spionaggio britannico, quelle parole meritano attenzione. In un articolo pubblicato dal Financial Times, l’ex-007 di Londra analizza i motivi dell’attacco di Hamas, prevede come sarà la seconda fase della risposta israeliana e immagina quale potrebbe essere la soluzione a lungo termine. Se Israele, con il sostegno degli Stati Uniti, non sbaglia le prossime mosse, conclude l’ex-direttore di una delle agenzie di spionaggio migliori del mondo, ci sono motivi per rimanere cautamente ottimisti sul futuro.
Chi è Sawers
Innanzi tutto, conviene ricordare chi è il personaggio in questione. Sawers ha 68 anni, una laurea in filosofia in Inghilterra, un master ad Harvard. Un aneddoto giovanile: da ragazzo stabilì un record sui 400 metri a ostacoli nei …
LONDRA – “Il Medio Oriente sta cambiando in meglio”. Può sembrare una affermazione fuori luogo, mentre a Gaza infuria la guerra e rischia di allargarsi a tutta la regione. Ma quando a dichiararlo a John Sawers, ex-capo dell’Mi6, il servizio di spionaggio britannico, quelle parole meritano attenzione. In un articolo pubblicato dal Financial Times, l’ex-007 di Londra analizza i motivi dell’attacco di Hamas, prevede come sarà la seconda fase della risposta israeliana e immagina quale potrebbe essere la soluzione a lungo termine. Se Israele, con il sostegno degli Stati Uniti, non sbaglia le prossime mosse, conclude l’ex-direttore di una delle agenzie di spionaggio migliori del mondo, ci sono motivi per rimanere cautamente ottimisti sul futuro.
Chi è Sawers
Innanzi tutto, conviene ricordare chi è il personaggio in questione. Sawers ha 68 anni, una laurea in filosofia in Inghilterra, un master ad Harvard. Un aneddoto giovanile: da ragazzo stabilì un record sui 400 metri a ostacoli nei campionati delle scuole superiori che non è più stato battuto. Dopo gli studi è entrato nel Foreign Office, il ministero degli Esteri britannico, perlomeno ufficialmente: in realtà gli è stato offerto un posto nell’Mi6, sigla del celebre spionaggio di Sua Maestà (quello in cui lavora il James Bond letterario e cinematografico), che dal Foreign Office dipende e del quale è stato a lungo un agente, basato in Yemen, Siria, Sud Africa e Washington.
John Sawers
Poi ha fatto il consigliere del ministro degli Esteri Douglas Hurd sotto i conservatori e del primo ministro Tony Blair sotto i laburisti. Quindi è stato per due anni, dal 2007 al 2009, ambasciatore britannico alle Nazioni Unite. E infine, dal 2009 al 2014, direttore dell’Mi6, la cui identità un tempo era tenuta segreta, per cui sui giornali veniva chiamato soltanto C, ma da alcuni anni viene resa pubblica.
Perché Hamas ha attaccato
Nell’articolo per il Financial Times, Sawers comincia con lo spiegare cosa voleva ottenere Hamas con l’attacco del 7 ottobre, che in un solo giorno ha causato 1400 morti, perdite senza precedenti per Israele, che non aveva avuto un numero così alto di vittime in 24 ore nemmeno nelle sue guerre del passato: bisogna tornare all’Olocausto per avere tanti ebrei uccisi in così poco tempo. L’ex-capo dell’Mi6 ricorda che nella guerra dello Yom Kippur del 1973, Egitto e Siria volevano recuperare territori perduti e l’onore perduto con la sconfitta nella guerra dei Sei Giorni nel 1967: se all’attacco avesse partecipato la Giordania, nota, la sopravvivenza di Israele sarebbe stata in pericolo.
“Il brutale assalto di Hamas del 7 ottobre aveva un obiettivo diverso”, scrive. “Con attacchi del genere, le organizzazioni terroristiche vogliono tre cose: instillare paura, attirare attenzione alla propria causa e provocare una reazione eccessiva”, che finisca per fare il loro gioco. Hamas non mirava a distruggere Israele, dunque, perché “il terrorismo da solo non può mettere in pericolo la sopravvivenza di uno stato consolidato”.
Cosa potrebbe fare adesso Israele
Israele aveva “tutto il diritto di rispondere”, prosegue l’ex-direttore dello spionaggio britannico, come sta facendo da due settimane e mezzo con intensi bombardamenti su Gaza. Ora però, a suo parere, il primo ministro Netanyahu e i suoi generali stanno considerando con più cautela le opzioni della seconda fase della controffensiva israeliana. Dobbiamo aspettarci missioni “search and destroy” dentro a Gaza City, prevede Sawers, cioè soprattutto raid mirati, probabilmente assegnati in particolare alle forze speciali, per distruggere quanto più è possibile delle strutture di Hamas e per provare a liberare ostaggi.
“Ma i capi dei servizi di sicurezza israeliani”, continua, “sanno che l’obiettivo di distruggere completamente Hamas è probabilmente irrealizzabile”, a dispetto di quanto annunciato finora da Netanyahu. Non è possibile distruggerla completamente per tre ragioni, secondo Sawers: perché Hamas ha una base politica fra la popolazione palestinese, sicché è più simile ai Talebani afghani che ad al Qaeda; perché può contare sull’aiuto di forze esterne, come l’Iran; e perché Israele deve concludere la guerra il prima possibile, non avendo nove mesi di tempo come ebbero le forze guidate dagli Usa per riprendere Mosul dall’Isis in Iraq, altrimenti le critiche dall’estero e il dissenso in patria crescerebbero troppo.
Come potrebbe essere Gaza dopo la guerra
Il secondo problema, aggiunge Sawers, sarà cosa fare di Gaza dopo avere parzialmente distrutto Hamas. Dopo un grave attacco terroristico, osserva, “la priorità è evitare che possa ripetersi”: a questo scopo è possibile che Israele costruisca una seconda barriera intorno a Gaza, stavolta all’interno della striscia, per impedire ad Hamas e ad altri gruppi di avvicinarsi alla frontiera e di valicarla. Ma il terzo problema è decidere chi amministrerà Gaza e i suoi 2 milioni e 300 mila abitanti, se Israele riuscirà a smantellare la leadership politica e militare di Hamas al punto da impedirle di conservare il potere.
Rioccupare Gaza, da cui lo Stato ebraico si è completamente ritirato quasi vent’anni fa, demolendo tutti i suoi insediamenti e le sue basi militari? “Israele non ne ha certo voglia”. Affidare il governo della striscia all’Autorità Nazionale Palestinese (Anp), ovvero l’organismo che controlla i Territori Autonomi in Cisgiordania, che da Gaza fu scacciato nel 2006 in sanguinosi scontri armati contro Hamas, dopo avere perso le elezioni legislative? “L’Anp non può certo riprendersi Gaza con l’aiuto dei carri armati israeliani”: perderebbe ancora più consensi tra i palestinesi. Svuotarla, come sogna l’estrema destra israeliana, espellendo in Egitto tutta la popolazione della striscia? “Impensabile, perché l’Egitto comprensibilmente non vuole accogliere due milioni di rifugiati”.
Rimane, afferma Sawers, un’unica soluzione: “Una forza internazionale che amministri Gaza” per il breve-medio termine, finché non emerge un governo locale. Qualcosa che l’Onu ha già fatto in passato, ricorda l’ex-direttore dello spionaggio, in Namibia, Cambogia, Bosnia e Est Timor, precisando che a Gaza la forza multinazionale dovrebbe essere composta da paesi accettabili sia Israele che ai palestinesi: Egitto, Marocco, Arabia Saudita, forse con il contributo di altri paesi islamici come Pakistan, Indonesia e nazioni del Golfo Persico; oppure dalla Lega Araba. A questo fine serve un mandato approvato dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dunque appoggiato anche da Russia e Cina, due dei cinque membri permanenti del Consiglio dotati di diritto di veto.
Quale futuro per il Medio Oriente
Quanto ai rischi di una guerra globale nella regione, sostiene Sawers, Iran e Hezbollah fanno la voce grossa, ma per adesso, nonostante qualche scambio di razzi, si comportano con prudenza: consapevoli di quanto sarebbe dura la reazione israeliana e della presenza a poca distanza della flotta americana, con portaerei e cacciabombardieri. Indubbiamente, ammette l’ex-capo dell’Mi6, per il momento Teheran continuerà a sostenere e diffondere una ideologia islamica radicale, “ma anche in Iran si avvicina qualche tipo di cambiamento: il suo leader supremo, l’ayatollah Khamenei, ha 84 anni, in vista non ci sono successori concordati e l’economia nazionale è in crisi”. Sarebbe una fantasia pensare che in Iran possa emergere entro breve una figura liberale, “ma nuovi leader autocratici possono sconvolgere le politiche esistenti, come abbiamo visto con Gorbaciov in Russia e Deng in Cina”.
La sua conclusione è che “il Medio Oriente sta cambiando in meglio, una evoluzione che l’attacco di Hamas sta cercando di fermare”. Una evoluzione in cui Israele sta venendo accettata dai paesi arabi, come dimostrano gli accordi di Abramo, e Mohammed bin Salman sta trasformando “dopo alcuni errori iniziali” l’Arabia Saudita (“e ha tagliato i fondi alle moschee wahabite nel mondo, rimuovendo una fonte di estremismo”). Nonostante la guerra prosegua, la crisi umanitaria a Gaza si aggravi e rimangano rischi di errori, “bisogna tenere a mente l’obiettivo a lungo termine di stabilizzare” la regione e trovare “la strada verso una soluzione duratura”. Se Israele e i suoi alleati non sbagliano le prossime mosse, scommette l’ex-capo delle spie inglesi, la speranza che emerga un nuovo Medio Oriente non è perduta, a dispetto del feroce attacco di Hamas.