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Brevi, notturne e misteriose, a Gaza l’escalation delle battaglie tra Israele e Hamas che anticipano l’assalto via terra

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Scontri di pochi minuti che avvengono lontani dal confine e vengono registrati, blitz in stile “Fauda” diffusi per la prima volta in un video dell’Idf
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Ogni notte a Gaza si combatte la guerra di domani. Nell’oscurità totale ci sono scontri intensi e limitati, tutti avvolti nel mistero, che anticipano l’assalto terrestre israeliano. Da almeno una settimana infatti dopo il tramonto reparti penetrano nella Striscia e si scontrano con i manipoli di Hamas. Ingaggiano battaglie di pochi minuti, spesso molto lontano dal confine, registrate in brandelli di audio e video difficili da decifrare.

Le volpi di Sansone

Questa mattina la Israeli Defence Forces per la prima volta ha diffuso un filmato. La telecamera a infrarossi mostra una lunga colonna di mezzi corazzati che supera la frontiera. I bulldozer aprono un varco nel Muro, poi avanzano in fila indiana, con i tank Merkava che sparano ad alzo zero. Alcuni hanno tettoie metalliche per proteggersi dai droni kamikaze, copiate da quelle inventate dai russi in Ucraina. Ci sono i veicoli Nemer, gusci d’acciaio cingolati che permettono alla fanteria di entrare tra i palazzi. Appartengono alla…

Ogni notte a Gaza si combatte la guerra di domani. Nell’oscurità totale ci sono scontri intensi e limitati, tutti avvolti nel mistero, che anticipano l’assalto terrestre israeliano. Da almeno una settimana infatti dopo il tramonto reparti penetrano nella Striscia e si scontrano con i manipoli di Hamas. Ingaggiano battaglie di pochi minuti, spesso molto lontano dal confine, registrate in brandelli di audio e video difficili da decifrare.

Le volpi di Sansone

Questa mattina la Israeli Defence Forces per la prima volta ha diffuso un filmato. La telecamera a infrarossi mostra una lunga colonna di mezzi corazzati che supera la frontiera. I bulldozer aprono un varco nel Muro, poi avanzano in fila indiana, con i tank Merkava che sparano ad alzo zero. Alcuni hanno tettoie metalliche per proteggersi dai droni kamikaze, copiate da quelle inventate dai russi in Ucraina. Ci sono i veicoli Nemer, gusci d’acciaio cingolati che permettono alla fanteria di entrare tra i palazzi. Appartengono alla Brigata Givati, i baschi color porpora che hanno come motto “In qualunque posto, in qualunque momento, per qualsiasi missione”. Lo hanno fatto in tutti i conflitti di Israele, dal 1948 in poi, ma niente è duro come affrontare il dedalo di Gaza.

Le immagini sono un rebus che in queste ore tutti gli analisti cercano di risolvere. La sfilata di blindati, così perfetta da ricordare un’esercitazione, sembra soltanto un’azione di appoggio: un blitz per coprire la ritirata delle “Volpi di Sansone”. Sono il gruppo d’assalto della Brigata, che prende il nome dal libro dei Giudici della Bibbia: Sansone aveva legato torce alle code di trecento volpi, poi le ha disperse nella notte nei campi dei Filistei scatenando incendi e caos. Esattamente quello che i commandos della Givati hanno fatto nella Striscia.

Il blitz in stile Fauda

L’ipotesi è che ore prima gli incursori della 846 ma Sayeret si fossero infiltrati a Gaza in abiti civili, come fa l’unità di Doron nella serie tv “Fauda”. Tra i loro obiettivi probabilmente c’erano alcuni depositi sotterraneo di munizioni, fatti saltare in aria nelle colossali esplosioni che appaiono in lontananza nel video. L’incursione dei tank è servita per distrarre i palestinesi, fargli temere l’inizio dell’offensiva e allo stesso tempo coprire con il tiro dei cannoni la fuga dei sabotatori.

Qualcosa di simile è accaduto pure nei giorni precedenti. La rete di Hamas è stata costruita per sopravvivere al dominio israeliano del cielo, eternamente presidiato da droni e aerei spia. Come ha dimostrato la terribile sorpresa del 7 ottobre, i jihadisti comunicano attraverso i vecchi telefoni via cavo che non possono essere intercettati dalla supremazia tecnologica delle Idf. L’unico modo di scoprire l’ingresso ai tunnel dove sono nascosti comandi, arsenali e soprattutto dove vengono tenuti prigionieri i 224 ostaggi è scendere con i piedi per terra.

La missione degli infiltrati

Facile a dirsi. Tutti gli eserciti del mondo hanno team di ricognitori addestrati per sorvegliare in profondità il territorio nemico. Superano le linee paracadutandosi, scendendo dagli elicotteri o navigando con canoe dal mare e dai fiumi. Poi restano mimetizzati per giorni, spostandosi solo dopo il tramonto. Quasi sempre agiscono in coppia, con scorte di cibo e acqua per 72 ore. Il problema però è compiere queste spedizioni all’interno di città ostili.

Dopo l’11 settembre 2001 si è compreso che i ranger della Guerra Fredda, come gli italiani del Graco, non andavano bene per questi compiti. I britannici dagli anni Settanta avevano una compagnia delle forze speciali ancora più speciale – ribattezzata “The Det” – per muoversi sotto copertura nei quartieri cattolici dell’Irlanda del Nord. Nel 2005 l’hanno trasformata nel reggimento più segreto: 150 uomini istruiti per raccogliere informazioni nelle città irachene, afghane o dovunque fosse necessario. Hanno agito, pare maldestramente, pure dentro la metro di Londra all’indomani delle stragi del 7 luglio.

Caccia ai capi jihadisti

Israele ha tante squadre simili, in genere di ranghi ridotti e spesso con soldati perfettamente bilingue arruolati nelle comunità arabe e druse. Dalla notte del 7 ottobre hanno cominciato a inserirsi dentro Gaza per individuare i capisaldi di Hamas. Sono uomini preziosi: non si può rischiare che vengano catturati e per esfiltrarli si organizzano blitz massicci. Gli viene permesso di passare dall’osservazione all’attacco soltanto quando la preda è veramente importante. E’ quello che ad esempio sembra accaduto poco prima di mezzanotte di lunedì scorso ad Al-Maghazi, il campo profughi nel centro della Striscia. Si sono sentite raffiche frenetiche e il suono di elicotteri con i motori silenziati, forse arrivati per recuperare gli incursori. Una battaglia top secret, che si ritiene sia servita per uccidere uno dei capi militari di Hamas.

Martedì c’è stato un altro scontro, sempre all’interno di Gaza. In quell’occasione pure i tank si sono mossi dal confine, sparando con i cannoni: probabilmente un diversivo, per distrarre i miliziani palestinesi dal bersaglio reale. Poi la scorsa notte è scattata la marcia corazzata della Brigata Givati.

Gli ostaggi nelle catacombe

Alcune fonti sostengono che la colonna abbia coperto un’azione multipla: contemporaneamente teste di cuoio, aerei, artiglieria hanno colpito diverse postazioni di missili anti-tank, depositi e bunker. In gergo, si chiama “ammorbidire le difese”. Lo scopo è tenere sotto pressione e logorare i combattenti di Hamas, che da quasi tre settimane ogni giorno vivono sotto le bombe e ogni notte attendono nei sotterranei l’ora dell’offensiva terrestre. Ma questa operazione sincronizzata, con numerosi obiettivi attaccati simultaneamente, è anche una prova generale della sfida più complessa che Israele deve affrontare: tentare la liberazione di più ostaggi possibili con un raid sincronizzato. Nessuno ha mai osato qualcosa del genere. Ci sono oltre duecento persone, tra cui donne e bambini, nelle mani di carcerieri votati alla morte e sparpagliate all’interno di una metropoli con due milioni di abitanti.

Gli infiltrati che camminano dentro Gaza o si appostano sui tetti dei condomini distrutti devono soprattutto capire dove siano tenuti i loro concittadini. Altri tecnici cercano di farlo dal sottosuolo, per ricostruire la mappa delle catacombe realizzate a oltre dieci metri di profondità. Il modo migliore di localizzare i tunnel è scavare altre gallerie: accadeva negli assedi rinascimentali e nei capisaldi alpini della Grande Guerra. Molti credono che anche gli israeliani lo stiano facendo. E che le esplosioni notturne possano pure contribuire a celare il rumore dei cantieri quando cala il silenzio. Tanti capitoli di una guerra parallela che resta avvolta nel segreto.

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