Che cosa sono gli insediamenti israeliani in Cisgiordania e perché Biden ha parlato di “coloni ebraici”
di Enrico Franceschini“I coloni ebraici gettano benzina sul fuoco di Gaza”, ha detto ieri Joe Biden: il presidente americano si riferisce in particolare ai cosiddetti insediamenti “illegali”, piccoli accampamenti sulla sommità delle colline della Cisgiordania, da dove, dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre scorso, sono partite violente incursioni contro pastori e agricoltori palestinesi dei dintorni all’insegna della “vendetta”, provocando nelle scorse due settimane la morte di mezza dozzina di palestinesi, anche nel corso di un funerale. Ma il problema degli insediamenti è più ampio, come scrive stamane sul New York Times il premio Pulitzer Thomas Friedman, grande conoscitore del Medio Oriente: rappresenta uno dei fronti più cruciali del conflitto israeliano-palestinese, perché “coloni ebraici di estrema destra, attaccando i palestinesi, compromettono la collaborazione di Israele con l’Autorità Nazionale Palestinese”, ovvero con il governo palestinese nei Territori Autonomi della Cisgiordania, “che, va ri…
“I coloni ebraici gettano benzina sul fuoco di Gaza”, ha detto ieri Joe Biden: il presidente americano si riferisce in particolare ai cosiddetti insediamenti “illegali”, piccoli accampamenti sulla sommità delle colline della Cisgiordania, da dove, dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre scorso, sono partite violente incursioni contro pastori e agricoltori palestinesi dei dintorni all’insegna della “vendetta”, provocando nelle scorse due settimane la morte di mezza dozzina di palestinesi, anche nel corso di un funerale. Ma il problema degli insediamenti è più ampio, come scrive stamane sul New York Times il premio Pulitzer Thomas Friedman, grande conoscitore del Medio Oriente: rappresenta uno dei fronti più cruciali del conflitto israeliano-palestinese, perché “coloni ebraici di estrema destra, attaccando i palestinesi, compromettono la collaborazione di Israele con l’Autorità Nazionale Palestinese”, ovvero con il governo palestinese nei Territori Autonomi della Cisgiordania, “che, va ricordato, come parte degli accordi di pace del ’93 ha riconosciuto il diritto di esistere dello Stato ebraico”. Come si è arrivati a questo punto? Perché le colonie sono così importanti? E che fine farebbero, se si arrivasse alla pace fra Israele e palestinesi? Ecco una scheda per provare a capirlo.
Cosa sono
Chiamati insediamenti o colonie, sono comunità civili in cui vivono cittadini israeliani esclusivamente o quasi di identità ebraica, costruiti su terre occupate da Israele nella guerra del 1967, ribattezzata “dei Sei Giorni” per la rapidità con cui le forze di Gerusalemme sconfissero tre Paesi arabi. La comunità internazionali li vede come colonizzatori di una terra che non è la loro. Il movimento dei coloni si sente autorizzato da Dio a riconquistare una terra che apparteneva al regno di Israele dal tempo della Bibbia.
Dove sono oggi
Attualmente esistono soltanto in Cisgiordania (anche detta in inglese West Bank, ossia Riva Occidentale – sottinteso del fiume Giordano che segna il confine con lo stato arabo della Giordania), con l’aggiunta di Gerusalemme est, che comprende la Città Vecchia con al suo interno il muro del Pianto e il Quartiere Ebraico ma per la comunità internazionale fa parte dei territori occupati, e delle alture del Golan in Siria. Israele ha annesso Gerusalemme est e le alture del Golan, ma lo status della Cisgiordania, dove abita la maggior parte dei coloni ebraici, rimane formalmente provvisorio.
Dov’erano in passato
Fino al 2005 c’erano 21 insediamenti ebraici anche nella striscia di Gaza, dove vivevano circa 13 mila coloni ebraici: quell’anno l’allora premier israeliano Ariel
Sharon decise di ritirare completamente civili e militari da Gaza, ordinando all’esercito di smantellare, ovvero demolire completamente, sia gli insediamenti, in sostanza le abitazioni delle piccole città in cui abitavano i coloni israeliani, e le postazioni o basi militari dell’esercito che erano lì in sostanza per proteggerli. Da quasi vent’anni, dunque, non ci sono più colonie israeliane a Gaza.
Prima ancora c’erano stati insediamenti ebraici anche nel Sinai, la penisola egiziana conquistata da Israele, insieme a Gaza, Cisgiordania, Gerusalemme est e alture del Golan siriane, nella guerra del ’67: dopo gli storici accordi di pace con il Cairo del 1979, Israele restituì il Sinai all’Egitto, ritirando con la forza circa 3 mila coloni dai suoi insediamenti nella penisola. Alcuni furono demoliti, altri lasciati all’Egitto che li ha successivamente sviluppati e popolati. Coincidenza: a comandare l’esercito israeliano nell’operazione di forzata rimozione dei coloni ebraici dal Sinai fu l’allora generale Sharon, il comandante in seguito implicato nella strage di palestinesi nei campi profughi di Sabra e Chatila in Libano e futuro premier, lo stesso che ha poi smantellato le colonie ebraiche da Gaza.
Quanti sono
Secondo dati del 2023, ci sono 144 insediamenti ebraici in Cisgiordania approvati dal governo israeliano, inclusi 12 a Gerusalemme est, a cui vanno aggiunti circa 100 “avamposti” illegali, sempre in Cisgiordania, non riconosciuti dal governo di Gerusalemme: questi ultimi sono poco più che accampamenti, composti di qualche baracca, sulla sommità di una collina, costruita da coloni generalmente animati da un forte fervore religioso, spesso nati e cresciuti negli Stati Uniti pur avendo poi acquisito cittadinanza israeliana e armati di mitra e pistole, il cui scopo è espandere la presenza ebraica in Cisgiordania, intimorire i palestinesi della zona e rendere impossibile qualunque futuro accordo di pace.
Come sono cresciuti
Nel 1948, alla nascita dello stato di Israele, in Cisgiordania vivevano 480 coloni ebraici. Nel 1972, dunque cinque anni dopo la vittoria nella guerra dei Sei Giorni con cui Israele la conquistò, in Cisgiordania vivevano ancora soltanto 1.182 coloni: c’era inizialmente incertezza nel governo di Gerusalemme su cosa fare dei Territori Occupati. I primi insediamenti, pur abitati da civili, avevano uno scopo anche strategico di controllo su un vasto territorio abitato dal popolo, i palestinesi, che era uscito sconfitto dalla guerra del ’67 ma era rimasto lì, nelle sue città e nei suoi villaggi. Nel 1980, i coloni ebraici in Cisgiordania sono 17.400. Nel 1993 sono 111.600. Nel 2004 sono 234.500. Nel 2014 sono 400 mila. E nel 2022 sono 503 mila, cui si aggiungono secondo la comunità internazionale 230 mila israeliani che vivono a Gerusalemme est.
Israele ha spesso giustificato l’aumento dei coloni con il concetto di “crescita naturale”, ovvero famiglie che crescono perché fanno figli e, con il tempo, anche questi fanno figli, per cui nello spazio di due o tre generazioni, nell’arco di 56 anni di occupazione della Cisgiordania, è inevitabile che la popolazione si moltiplichi. Ma molti israeliani, specie tra gli immigrati ebrei russi dell’ultima generazione, scelgono di stabilirsi nelle colonie per la convenienza economica, perché le case costano di meno; e altri lo fanno per convinzione politica, appartenendo al cosiddetto “movimento dei coloni”, determinato ad annettere la Cisgiordania, da loro chiamata con i nomi biblici di Giudea e Samaria, dunque considerata sacra terra di Israele. E sono questi coloni ad essere rappresentati dai partiti di estrema destra nella attuale coalizione di governo guidata dal primo ministro Benjamin Netanyahu.
Che aspetto hanno
Alcuni insediamenti sono vere e proprie città o cittadine: i tre più grandi, Modi’in Illit, Ma’ale Adumin e Beitar Illit, hanno fra 37 mila e 55 mila abitanti ciascuno, il quarto, Ariel, ha 18 mila abitanti, e così via a scendere. Ci sono blocchi di insediamenti più piccoli riuniti in un’unica località, come Gush Etzion; altri, specie nella zona di frontiera con la Giordania, dove l’importanza strategica è maggiore, sono soltanto dei villaggi. A parte il centinaio di avamposti illegali, tutti quelli ufficialmente riconosciuti da Israele hanno un aspetto immediatamente riconoscibile: casette moderne e confortevoli con il tetto in tegole rosse, viali alberati, strade perfettamente asfaltate, l’aspetto di sobborghi residenziali di una qualsiasi città israeliana.
Intorno agli insediamenti, grandi o piccoli, ci sono inoltre postazioni e posti di blocco dell’esercito per proteggerli da possibili attacchi palestinesi, così come ci sono strade speciali, riservate esclusivamente ai coloni, per andare dagli insediamenti al territorio di Israele propriamente detto. In una terra in grande parte composta di un deserto di pietra e di montagne rocciose, arida, battuta da sole, con scarse risorse idriche, gli insediamenti ebraici spuntano come isole rigogliose e fortunate rispetto alle città e ai villaggi palestinesi.
Com’è suddivisa la Cisgiordania
In base agli accordi di pace del ’93, la Cisgiordania è stata suddivisa in tre zone: area A, sotto esclusivo controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese, dove si trovano le maggiori città, come il capoluogo Ramallah, Hebron, Nablus, Jenin, Betlemme e Gerico e la polizia e i servizi di sicurezza palestinesi mantengono l’ordine (il che non esclude che l’esercito israeliano vi entri per operazioni anti-terrorismo con le sue forze ordinarie, speciali o con unità in borghese); area B, sotto controllo congiunto palestinese e israeliano; e area C, sotto esclusivo controllo israeliano, in cui si trovano gli insediamenti, perlomeno quelli considerati legali dal governo di Gerusalemme.
Che fine faranno
I negoziati di pace condotti dal 1979 in poi, e in particolare gli accordi delineati nel 1993 e nel 2000, prevedevano l’annessione da parte di Israele degli insediamenti maggiori, certamente le quattro succitate città con decine di migliaia di abitanti ciascuna, collocati geograficamente in prossimità della Linea Verde, com’è chiamato il confine pre-guerra del 1967 fra Israele e Cisgiordania. In cambio, sempre secondo quegli accordi, Israele avrebbe dato al futuro stato di Palestina porzioni equivalenti di suo territorio, attualmente disabitato, lungo il confine sud-orientale della Cisgiordania e lungo un corridoio per collegare la Cisgiordania a Gaza, in modo da dare contiguità territoriale al futuro stato. Quanto agli insediamenti ebraici più isolati e più piccoli, inclusi gli avamposti “illegali”, in base agli accordi sarebbero stati smantellati da Israele, obbligando i coloni a ritirarsi.
È tuttavia evidente il motivo per cui gli Stati Uniti, l’Unione Europea, l’Onu e i Paesi arabi che hanno firmato accordi con Israele, inclusa l’Arabia Saudita che era vicina a firmare uno prima dell’attacco di Hamas, chiedono a Israele di congelare la crescita degli insediamenti ebraici in Cisgiordania: più gli insediamenti crescono, puntellando di coloni ebraici la mappa della Cisgiordania, più sarà politicamente difficile per Israele smantellarli e per la Palestina avere uno stato contiguo, che non somigli a una forma di groviera bucherellata. Per questo il columnist del New York Times Thomas Friedman scrive che, una volta conclusa la guerra di Gaza, la questione della crescita degli insediamenti sarà cruciale per il raggiungimento della pace. Per la stessa ragione il presidente Biden afferma che i coloni ebraici “gettano benzina sul fuoco” del conflitto israeliano-palestinese.