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Lo smarrimento della Cisgiordania, niente insurrezione perché i Paesi arabi non intervengono

La West Bank si scopre senza regia, tra chiamata alle armi e paura. “Vogliamo vincere, non combattere e basta”
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NABLUS – Sull'asfalto, i cilindri grigio chiaro dei lacrimogeni sparati dalla polizia in queste ultime ore sono ovunque. Dalla polizia palestinese. Che disperde subito ogni minima manifestazione. "Identici a quelli degli israeliani", dice un uomo, recuperandone uno da terra. E tirandolo via. Finisce in testa a un ragazzino.

Un vecchio guarda. "Cosa fai e fai, qui perdi sempre".

Come tutta la West Bank, Nablus è sveglia dalla sera di venerdì. Da quando Gaza è svanita nel blackout di internet, e sono entrati i primi carri armati: e Hamas ha chiamato alle armi. Migliaia di palestinesi si sono riversati in strada, contro Israele, contro Mahmoud Abbas (Abu Mazen), contro il mondo: contro tutto e tutti. Ma perplessi. Perché l'appello ad aprire un secondo fronte, immediatamente, in ogni punto possibile, e ogni modo possibile, è arrivato da Husam Badran, un tempo capo delle Brigate al-Qassam della West Bank - quello attuale è stato appena arrestato. Non è arrivato da Ismail Haniyeh, o Ya…

NABLUS – Sull'asfalto, i cilindri grigio chiaro dei lacrimogeni sparati dalla polizia in queste ultime ore sono ovunque. Dalla polizia palestinese. Che disperde subito ogni minima manifestazione. "Identici a quelli degli israeliani", dice un uomo, recuperandone uno da terra. E tirandolo via. Finisce in testa a un ragazzino.

Un vecchio guarda. "Cosa fai e fai, qui perdi sempre".

Come tutta la West Bank, Nablus è sveglia dalla sera di venerdì. Da quando Gaza è svanita nel blackout di internet, e sono entrati i primi carri armati: e Hamas ha chiamato alle armi. Migliaia di palestinesi si sono riversati in strada, contro Israele, contro Mahmoud Abbas (Abu Mazen), contro il mondo: contro tutto e tutti. Ma perplessi. Perché l'appello ad aprire un secondo fronte, immediatamente, in ogni punto possibile, e ogni modo possibile, è arrivato da Husam Badran, un tempo capo delle Brigate al-Qassam della West Bank - quello attuale è stato appena arrestato. Non è arrivato da Ismail Haniyeh, o Yahya Sinwar. O Mohammed Deif. Soprattutto: non è arrivato da Hezbollah.

A un tratto, dalle finestre si è sentito: “Nasrallah! Dove cazzo sei?”

La West Bank è smarrita. Nasrallah tace, in effetti, e tace dal 7 ottobre, ma ai palestinesi, e non solo, era sembrato di intuire che la linea rossa fosse questa: che con i carri armati a Gaza, Hezbollah si sarebbe unita a Hamas. Al mattino, a Nablus resta tutto chiuso. Non è una forma di protesta: è che sono tutti troppo abbattuti. L'unico aperto è il forno degli Halaweh. Che qui è un'istituzione. Ma non solo per i suoi rustici al formaggio: per Ahmed Abu al-Ezz, che ti osserva dall'alto da una foto in cornice.

Era uno dei critici più noti di Mahmoud Abbas. Nel 2016, è stato arrestato: e ha avuto un attacco di cuore. O almeno, questo è quello che dice il referto. Se c'è un luogo da cui capire che aria tira tra i palestinesi, è questo. Perché non assaltano i checkpoint? O gli insediamenti? "Per paura. E non ho paura ad ammetterlo", dice uno dei fratelli di Ahmed Abu al-Ezz. "Per paura di perdere tutto, intanto, perché non è vero che ormai nessuno ha più niente da perdere. E ridursi in macerie non aiuta. A Gaza hai i bombardamenti: ma qui hai l'esercito e i coloni, e i rapporti di forza non sono tanto diversi. Se ti avvicini, vieni ucciso", dice, e non fa in tempo a dirlo: a al-Sawiya, nelle colline qui intorno, c'è già il primo morto del giorno.

"Ma onestamente, la paura è anche per questa Intifada", dice un altro dei fratelli. "La prima era guidata dai comitati popolari. Era autogestita, in un certo senso. La seconda, meno. Era guidata da Fatah e Hamas. Ma ricordo per esempio lunghe discussioni sugli attentati suicidi. Sono utili, no, sono controproducenti. Sono immorali. Ora, invece, tutti si sono domandati se Mohammed Deif avesse informato Ismail Haniyeh, piuttosto che l'Iran. Ma il punto è: E noi? Il 7 ottobre abbiamo acceso la TV: ed era cambiato il mondo".

"Non sto con Mahmoud Abbas, ovviamente. Come potrei?", dice. "Sto con Hamas. Come tutti. Sto con la resistenza. Ma siamo stati presi alla sprovvista. Ora, all'improvviso, mi viene chiesto di combattere. E sono pronto. Ho il mio M16. Ma sono necessarie due cose: una strategia, e un'organizzazione. Un'organizzazione sociale, non solo militare. Perché ho un M16, sì: ma ho anche dei figli. In tutti questi mesi, né Fatah né Hamas hanno sostenuto quelli che hanno perso un padre, la casa. O il reddito. Le strade bloccate significano l'economia bloccata. Voglio liberare Gaza. Non diventare come Gaza".

"Voglio vincere", dice. "Non voglio combattere e basta".

La West Bank aspetta una regia. E Hamas, invece, sembra in crisi. Khaled Meshal, uno dei suoi fondatori, che nel 1997 è scampato a un avvelenamento da film del Mossad, e da allora, in Medio Oriente è una star, è prima finito sulla graticola su al-Arabiya, la televisione di stato saudita, accusato di combattere sulla pelle dei bambini di Gaza dalla sua casa in Qatar: e ha poi proposto il rilascio di tutti gli ostaggi in cambio del cessate il fuoco. E a tanti, è sembrata una riedizione delle guerre precedenti. Si comincia che l'obiettivo è la libertà. E si finisce che è sopravvivere.

Via Telegram, Hamas sul suo Resistance News Network fa la cronaca della guerra razzo a razzo, F-35 a F-35. E assicura che il nemico è entrato, sì, ma si è impaludato.

E i palestinesi sono tutti incollati all'iPhone.

Dalle immagini diffuse dall'Idf, viene fuori tutt'altro.

Arriva un ventenne, M16 in spalla. Torna da un tentativo di manifestazione durato venti minuti. Ha una cicatrice alla tempia. E sull'M16, la foto di suo fratello. Ucciso sei mesi fa. "Ho solo questo", dice indicando il suo M16. "Mentre Israele ha il nucleare. Ma state tutti qui a chiedermi: Come mai non vinci? Mi raccomando. Continuate il dibattito su Facebook. È genocidio? Sì? No? Forse? Siete più morti dei morti di Gaza".

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