L’esperto di jihadismo Hugo Micheron: “Hamas ha chiesto di aprire un fronte in Europa. Difendiamo i nostri valori prima che sia emergenza”
dalla nostra corrispondente Anais GinoriUna foto del professor Dominique Bernard sul municipio di Arras
PARIGI - “Hamas ha già iniziato a chiedere di aprire un fronte in Europa”. Hugo Micheron è diventato uno dei maggiori specialisti del jihadismo in Europa. Autore di due saggi fondamentali sul tema, "Le djihadisme français: quartiers, Syrie, prisons" e "La Colère et l'oubli", entrambi pubblicati da Gallimard, Micheron è stato citato anche da Emmanuel Carrère nel suo racconto V23, sul processo degli attentati del 13 novembre 2015. Il docente e ricercatore francese, trentacinque anni, è convinto che siamo all'inizio di un nuovo ciclo di terrorismo islamico. “Il jihadismo ha una scarsa capacità autonoma in Europa, ma da trent'anni dipende sistematicamente dalle crisi geopolitiche globali. Adesso, con una grande crisi internazionale appena cominciata, ci sarà certamente un impatto sull'Europa”.
In meno di un mese ci sono già stati due attentati in Europa, in Francia e in Belgio. Dobbiamo temere nuovi attacchi?
“È troppo presto per parlare di un ritorno del jihadismo in quella che definisco …
PARIGI - “Hamas ha già iniziato a chiedere di aprire un fronte in Europa”. Hugo Micheron è diventato uno dei maggiori specialisti del jihadismo in Europa. Autore di due saggi fondamentali sul tema, "Le djihadisme français: quartiers, Syrie, prisons" e "La Colère et l'oubli", entrambi pubblicati da Gallimard, Micheron è stato citato anche da Emmanuel Carrère nel suo racconto V23, sul processo degli attentati del 13 novembre 2015. Il docente e ricercatore francese, trentacinque anni, è convinto che siamo all'inizio di un nuovo ciclo di terrorismo islamico. “Il jihadismo ha una scarsa capacità autonoma in Europa, ma da trent'anni dipende sistematicamente dalle crisi geopolitiche globali. Adesso, con una grande crisi internazionale appena cominciata, ci sarà certamente un impatto sull'Europa”.
In meno di un mese ci sono già stati due attentati in Europa, in Francia e in Belgio. Dobbiamo temere nuovi attacchi?
“È troppo presto per parlare di un ritorno del jihadismo in quella che definisco 'alta marea'. La parte più sommersa del movimento jihadista europeo non è ancora in azione. Gli ultimi attacchi sono stati compiuti da individui ai margini del movimento. Non si tratta di cellule composte da rimpatriati dell'Isis. Detto questo, anche in un momento di bassa marea, ci sono centinaia di simpatizzanti jihadisti europei in grado di rispondere alle chiamate di Isis, Al Qaeda o Hamas”.
I terroristi di Bruxelles e Arras hanno dichiarato appartenere allo Stato Islamico. Era un’illusione pensare di aver sconfitto l'Isis?
“L'Isis non è mai scomparso. Abbiamo ancora decine di migliaia di persone che combattono per l'Isis in Siria, in Iraq, nel Sahel e in Afghanistan. Dal 2020, il contesto internazionale ha portato a una riconfigurazione dopo che l'Isis ha raggiunto il suo apice nello scorso decennio, con attacchi pianificati da europei in Siria e Iraq e reti operative nel Vecchio Continente, come quella che ha colpito il 13 novembre 2015 in Francia e il 22 marzo 2016 a Bruxelles. Oggi l'Isis ha una minore capacità operativa, attacchi di questo tipo vengono sventati. Quelli che abbiamo visto ad Arras e a Bruxelles sono attacchi cosiddetti "ispirati". L'Isis ha allargato la sua popolarità chiedendo a singoli individui di scegliere i propri obiettivi, intestandoli alla sua ideologia globale”.
Se è bassa marea, quando dobbiamo aspettarci l'alta marea?
“Negli ultimi 30 anni, ci sono stati tre cicli completi di alta e bassa marea per il jihadismo in Europa. Ci sono stati gli anni Novanta, con un picco a metà di quel decennio, durante gli attacchi in Francia del 1994, 1995 e 1996. C'è stato poi un picco a metà degli anni Duemila, con gli attentati di Madrid del 2004 e quelli di Londra del 2005. C'è stato l'omicidio di Theo van Gogh nei Paesi Bassi nel 2004 e l'affaire delle caricature in Danimarca nel 2005. Poi le cose sono rallentate perché le reti dello Stato Islamico in Iraq sono state distrutte e smantellate. C'è stato un terzo picco a metà del 2010, con l'offensiva terroristica dell'Isis in Europa, in particolare in Francia, ma anche in Germania, Regno Unito, Belgio, Danimarca, Svezia e Spagna”.
Una sorta di ciclo che si ripete?
“Con differenze notevoli. Ognuna di queste tre ondate in Europa è stata più lunga, più letale e ha coinvolto più persone. Siamo passati da poche decine di jihadisti negli anni Novanta a 6mila europei a metà degli anni 2010. Potremmo assistere a un picco simile a metà di questo decennio. Si tratterà di vedere se i gruppi europei saranno sufficientemente autonomi da avere una propria agenda o se continueranno a dipendere dagli ordini provenienti dall'estero. Dobbiamo essere molto attenti sull'impatto esplosivo della della crisi mediorientale. Il potenziale di destabilizzazione in Europa potrebbe enorme”.
Lei vede un collegamento diretto tra il conflitto israelo-palestinese e la minaccia jihadista in Europa?
“C'è stato un appello di uno dei leader di Hamas in Europa a commettere atti jihadisti. Gli islamisti del Medio Oriente hanno chiaramente identificato l'Europa come un nuovo fronte da aprire. L'attacco del 7 ottobre di Hamas ha avuto un effetto dirompente sui social e la rete di islamisti in Europa ne hanno approfittato. Il numero di pubblicazioni, considerando tutti i gruppi (jihadisti, salafiti, fratelli musulmani), è estremamente aumentato”.
Il suo ultimo libro, "La Colère et l'oubli", la collera e l'oblìo, denuncia una risposta al jihadismo unicamente basata sulla sicurezza.
“Quando ci sono attacchi terroristi, reagiamo con l'emozione. La maggior parte di noi prova rabbia. Ma rapidamente, non appena la minaccia diminuisce, ce ne dimentichiamo. Di fatto, assecondiamo i cicli jihadisti, mentre la risposta politica dovrebbe essere anticiclica. Dovremmo essere molto resilienti durante i periodi di attacco, e quindi incanalare il più possibile la nostra rabbia, per non mettere in discussione le nostre fondamenta democratiche. Al contrario, nei momenti di bassa marea dovremmo essere proattivi. La risposta non può venire solo dall'apparato statale ma anche dai cittadini. Chiediamoci anche come noi, come cittadini, ci poniamo nei confronti di un movimento, di un'ideologia che ha anche una serie di mezzi non violenti per svilupparsi”.
A cosa si riferisce?
“Già negli anni Novanta i jihadisti erano già estremamente chiari sui loro obiettivi. Erano espliciti su ciò che pensavano delle democrazie, delle libertà fondamentali, delle elezioni e del sistema giudiziario. Per loro, tutto questo doveva essere distrutto. E noi? Per ignoranza, ingenuità o perché non li abbiamo presi sul serio, abbiamo ignorato la minaccia, e in alcuni casi mostrato un certo compiacimento. Dai media ai politici, alle associazioni e ai cittadini: c'è una responsabilità collettiva”.
Quali soluzioni vede?
“Una prima cosa è intervenire sui social. Non è possibile applicare qui in Europa una visione americana della libertà di espressione, basata sul Primo emendamento. Nei nostri paesi europei non si può dire tutto. I contenuti antisemiti, per esempio, sono vietati. Facciamo corsi di educazione civica a scuola ma se tutto è permesso sui social, le regole del gioco vengono distorte. Le nostre libertà vanno difese, non dobbiamo vergognarci dei valori europei”.