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Abu Mazen schiera gli agenti. La Cisgiordania blindata non va in soccorso di Hamas

Il secondo fronte dove i protagonisti sono i coloni armati: ogni città è un isola a sè, come le campagne
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NABLUS — Mentre tutti i riflettori sono su Gaza, o sul Libano in attesa di capire che farà Hezbollah, dove sono i palestinesi della Cisgiordania? Perché, nonostante i timori da un lato e gli appelli dall’altro, non aprono un secondo fronte? In realtà il bollettino di guerra sale anche in Cisgiordania - contando i cinque delle ultime 24 ore, dal 7 ottobre si sono avuti 113 morti - e gli scontri sono quotidiani. Ma niente di paragonabile a quel che succede a Gaza.

Qui in prima linea non c’è l’esercito israeliano, i veri protagonisti sono i coloni: quasi 500mila, e sparsi ovunque. Per legge hanno diritto a essere armati, ma in questi giorni il ministro alla Sicurezza Itamar Ben-Gvir - che vive anche lui in un insediamento - ha ordinato la distribuzione di nuove armi. Nel suo primo messaggio alla nazione, il portavoce dell’Idf Daniel Hagari è stato esplicito: garantire la sicurezza è compito dello Stato non dei cittadini. Ma non è bastato a dissuadere gli estremisti. Così Susiya, nel…

NABLUS — Mentre tutti i riflettori sono su Gaza, o sul Libano in attesa di capire che farà Hezbollah, dove sono i palestinesi della Cisgiordania? Perché, nonostante i timori da un lato e gli appelli dall’altro, non aprono un secondo fronte? In realtà il bollettino di guerra sale anche in Cisgiordania - contando i cinque delle ultime 24 ore, dal 7 ottobre si sono avuti 113 morti - e gli scontri sono quotidiani. Ma niente di paragonabile a quel che succede a Gaza.

Qui in prima linea non c’è l’esercito israeliano, i veri protagonisti sono i coloni: quasi 500mila, e sparsi ovunque. Per legge hanno diritto a essere armati, ma in questi giorni il ministro alla Sicurezza Itamar Ben-Gvir - che vive anche lui in un insediamento - ha ordinato la distribuzione di nuove armi. Nel suo primo messaggio alla nazione, il portavoce dell’Idf Daniel Hagari è stato esplicito: garantire la sicurezza è compito dello Stato non dei cittadini. Ma non è bastato a dissuadere gli estremisti. Così Susiya, nel Sud, che era nel mirino da tempo, si è svuotata. I coloni l’hanno circondata, minacciando la popolazione. Poi è stato il turno di ‘Anza, a Nord.

La Cisgiordania è in un momento complesso. Ed è ferma per varie ragioni. Intanto, perché Hamas non aveva informato nessuno dell’attacco del 7 ottobre: e quindi, ora nessuno ha una strategia. Ma è ferma fisicamente, prima ancora che politicamente, perché l’esercito presidia, e blocca, ogni strada. E dove non c’è l’esercito c’è la polizia palestinese, schierata con Abu Mazen contro Hamas, il più efficiente tra i corpi dell’Anp .

Ogni città è un’isola, oltretutto con problematiche differenti. Cosa che rende difficile mobilitarsi all’unisono. Hebron, che con i suoi 250mila abitanti, è la principale città della Cisgiordania, è un bastione di Hamas, ma ha insediamenti non solo tutto intorno, ma anche all’interno della città vecchia. Nablus, invece, è la città della Fossa dei Leoni, i ventenni che un anno fa per primi sono tornati alle armi. Ma a settembre, ormai sfiniti, e decimati, si sono quasi tutti consegnati all’Autorità Palestinese. Resta Jenin, che combatte tutto e tutti, è il bastione della Jihad islamica e degli attentati suicidi. E lì ogni notte è battaglia.

Poi, un conto sono le città, un altro le aree rurali, nelle campagne punteggiate di insediamenti. E lì domina la paura. Fisica, ma anche di quel che potrebbe succedere in prospettiva, se Israele dovesse decidere di mettere in pratica un vecchio piano che risale al 1967, e che prevedeva di annettere le aree rurali concentrando i palestinesi nelle città. Il massimo della terra con il minimo degli abitanti.

Così, tra i piccoli villaggi minacciati e le città, la dinamica è completamente diversa. A Ramallah, la capitale della Cisgiordania, ogni notte un drappello di ventenni tenta l’assalto alla Muqata di Abu Mazen, per essere subito disperso dalla polizia: mentre di giorno, la vita è quella di sempre. Se Jenin l’irriducibile è ribattezzata: “la piccola Gaza”, Ramallah è chiamata “la piccola Tel Aviv”. Tutta caffè e bar e musica fino all’alba. Persino adesso. A Ramallah l’invito di Ismail Haniyeh al sacrificio non ha smosso nessuno. Perché nessuno ha intenzione di combattere per uno che parla tranquillo da Doha.

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