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Daghestan, 60 arresti dopo l’assalto all’aereo proveniente da Tel Aviv. Ecco perché è “caccia all’ebreo” nel Caucaso musulmano

(afp)
Centinaia di persone hanno fatto irruzione nella pista dello scalo circondando il velivolo. Controllati i passaporti per identificare gli israeliani. Venti feriti. La condanna della Casa Bianca
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MOSCA – Quando a Makachkala domenica sera si sparge la voce che sta per atterrare un aereo in arrivo da Tel Aviv, una folla inferocita accorre in aeroporto, circonda le auto, controlla i documenti dei passeggeri in partenza e in arrivo alla ricerca di cittadini israeliani e li lascia andare soltanto dopo che hanno “maledetto Israele puzzolente”. Poi fa irruzione nello scalo, sciama tra scale mobili e corridoi fino a invadere la pista.

C’è chi grida “Allah Akbar”, chi sventola bandiere palestinesi e chi issa cartelloni improvvisati con le scritte: “Gli assassini di bambini non hanno posto in Daghestan” e “Siamo contro i rifugiati ebrei”. I passeggeri dell’aereo vengono trattenuti a bordo per oltre cinque ore e altri voli vengono dirottati, mentre qualche manifestante si arrampica sulle ali e sul tetto del velivolo. Una vera e propria “caccia all’ebreo” proprio nel Paese che sostiene di voler “denazificare” l’Ucraina che si è conclusa con 20 feriti, di cui due gravi, 60 arresti e la chi…

MOSCA – Quando a Makachkala domenica sera si sparge la voce che sta per atterrare un aereo in arrivo da Tel Aviv, una folla inferocita accorre in aeroporto, circonda le auto, controlla i documenti dei passeggeri in partenza e in arrivo alla ricerca di cittadini israeliani e li lascia andare soltanto dopo che hanno “maledetto Israele puzzolente”. Poi fa irruzione nello scalo, sciama tra scale mobili e corridoi fino a invadere la pista.

C’è chi grida “Allah Akbar”, chi sventola bandiere palestinesi e chi issa cartelloni improvvisati con le scritte: “Gli assassini di bambini non hanno posto in Daghestan” e “Siamo contro i rifugiati ebrei”. I passeggeri dell’aereo vengono trattenuti a bordo per oltre cinque ore e altri voli vengono dirottati, mentre qualche manifestante si arrampica sulle ali e sul tetto del velivolo. Una vera e propria “caccia all’ebreo” proprio nel Paese che sostiene di voler “denazificare” l’Ucraina che si è conclusa con 20 feriti, di cui due gravi, 60 arresti e la chiusura dello scalo fino al 6 novembre.

(afp)

Caccia all'ebreo nel Caucaso musulmano

L’assalto all’aeroporto di Makachkala non è che l’ultimo episodio antisemita nel Caucaso russo a maggioranza musulmana. A Cherkessk, capoluogo della Circassia, dimostranti hanno chiesto all’autorità di “non consentire ai rifugiati israeliani di entrare nel Caucaso settentrionale” e anche di “sfrattare gli ebrei etnici”. A Nakchik, capoluogo della Cabardino-Balcaria, il centro ebraico in costruzione è stato incendiato e vandalizzato con la scritta “Morte allo Giudeo”. E in diverse città hanno avuto luogo proteste a sostegno della Palestina, nonostante le rigide regole che vietano le manifestazioni pubbliche in Russia. Ma è in Daghestan, la Repubblica russa più multietnica e musulmana di tutte, che gli episodi antisemiti stanno diventando sempre più violenti.

Le proteste in Daghestan

Nel fine settimana a Khassavjurt una folla aveva circondato il Flamingo Hotel dopo che online si era diffusa la notizia online che ospitasse “rifugiati” israeliani. La polizia è arrivata sul posto, ma ha lasciato che i manifestanti entrassero in hotel per assicurarsi che non ci fossero ebrei all’interno. Mentre nel capoluogo Makhachkala nei giorni scorsi c’era stata una protesta anti-israeliana in piazza Lenin. Episodi derubricati dalle autorità locali a “provocazioni organizzate da risorse estremiste amministrate dai nemici della Russia” e che lo stesso Cremlino ha attribuito a “ingerenze esterne”

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Il canale Telegram che sobilla le proteste

La violenza, in effetti, sembra essere stata innescata da voci diffuse online che rifugiati provenienti da Israele sarebbero stati trasferiti nella regione a maggioranza musulmana. A fomentarle è il canale Telegram Utro Daghestana (Mattino Daghestan), da 50.000 lettori, creato e amministrato da Ilija Ponomariov, ex politico russo oggi residente a Kiev che si oppone al Cremlino e sostiene di coordinare un gruppo di russi – di estrema destra - che combattono contro Mosca in Ucraina.

In questo modo Ponomariov getta benzina sul fuoco delle tensioni tra Russia e Israele, anche se non ce ne sarebbe bisogno visto che la propaganda è già dichiaratamente anti-israeliana. Provocazioni di Ponomariov e attacchi televisivi contro Israele trovano terreno fertile nel Daghestan.

Musulmani radicalizzati del Daghestan

In Daghestan la tradizione sunnita è sopravvissuta all’ateismo sovietico grazie alle moderate confraternite sufi, ma le due guerre separatiste nella vicina Cecenia e le politiche di Mosca hanno radicalizzato molti musulmani, in particolare d’ispirazione salafita, corrente ultraconservatrice dell’Islam importata dai Paesi arabi del Golfo.

La via della guerriglia o della jihad è un’allettante alternativa per la popolazione più povera. Tanto che il Daghestan ha eclissato la Cecenia come “posto più pericoloso in Europa”. Sotto il fuoco dei guerriglieri sono stati uccisi giudici, giornalisti, attivisti. Le autorità rispondono con rastrellamenti indiscriminati, operazioni antiterrorismo che impongono il coprifuoco per settimane a interi villaggi e schedature del Dna degli ultraconservatori. Così, però, non fanno che alienare la popolazione e alimentare il jihadismo.

La paralisi statale

Se le proteste sono degenerate è però perché le autorità locali inizialmente non sapevano come muoversi. Le forze di sicurezza hanno atteso ore prima di intervenire. Questo perché, davanti a eventi imprevisti e a segnali non univoci da parte della verticale del potere, vogliono prima capire che aria tiri al Cremlino e soltanto dopo agire di conseguenza.

Successe lo stesso durante la rivolta della Wagner quando l’esercitò non fermò la tentata marcia su Mosca visto che il presidente russo Vladimir Putin per mesi aveva lasciato che Evgenij Prigozhin lanciasse invettive contro l’esercito impunito.

Ed è successo ieri perché la propaganda finora è stata dichiaratamente contro Israele. Ma il fatto che a diffondere falsi voci sia stato un canale amministrato a Kiev dà il destro a Putin e alle autorità locali di puntare il dito ancora una volta contro le “ingerenze esterne”.

Le relazioni tra Russia e Israele

Poco importa. Per Israele il vaso è oramai colmo. Le strette relazioni tra i due Paesi che si erano sviluppate sotto Putin si erano raffreddate già dopo l’inizio dell’offensiva russa in Ucraina. Benché Israele non avesse aderito alle sanzioni occidentali contro Mosca e avesse negato armi letali a Kiev, l’aver dipinto l’“operazione militare speciale” come una lotta contro il neonazismo aveva non poco infastidito Tel Aviv. Per non parlare dei molteplici incontri tra delegati di Mosca e Hamas, che la Russia si è sempre rifiutata di etichettare come organizzazione terroristica.

Dopo l’attacco del 7 ottobre, Putin però ha abbandonato ogni parvenza di equidistanza: ha atteso ben nove giorni prima di chiamare Benjamin Netanyahu, non ha mai condannato la violenza di Hamas, ha semmai paragonato il blocco di Gaza all’assedio di Leningrado. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata però la missione di Hamas a Mosca di venerdì.

La protesta di Israele

Dopo le proteste ufficiose, ieri sono arrivate quelle formali. “Israele considera molto grave la mancanza di una inequivocabile e chiara condanna da parte russa delle azioni terroristiche di Hamas e la condotta russa nelle organizzazioni internazionali. Avere ospitato Hamas legittima il terrorismo contro Israele”, è stato il messaggio recapitato all’ambasciatore russo in Israele Anatolij Viktorov convocato ieri dal ministero degli Esteri.

Ma quando si sono diffuse le notizie dell’assalto all’aereo a Makachkala, l’ufficio di Netanyahu ha sottolineato in una nota di “considerare gravemente i tentativi di attaccare i cittadini israeliani e gli ebrei in tutto il mondo” e invitato la Russia a “proteggere tutti i cittadini israeliani e tutti gli ebrei”, “agire con decisione contro i rivoltosi e contro l’incitamento selvaggio contro ebrei e israeliani”.

La Casa Bianca ha fatto arrivare la sua condanna “vigorosa” per l’attacco antisemita.

Gli ebrei in Daghestan

Soltanto a Derbent, una delle principali città del Daghestan, ci sono tra le 300 e le 400 famiglie ebree e circa lo stesso numero è sparso nella regione. Il rabbino Ovadja Isakov in un’intervista a Podiom ha detto di non escludere la possibilità che i membri della comunità abbandonino la regione: “La Russia non è una panacea, anche in Russia ci sono stati dei pogrom. Non è chiaro dove fuggire”.

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