Blackout e cadaveri tra le macerie di Gaza: ora è assalto al cibo
di Sami al-AjramiDEIR AL BALAH— Le ultime 48 ore sono state le più lunghe nella storia di Gaza. A Nord e a Sud della Striscia la popolazione ha vissuto due interminabili giornate di terrore e angoscia. Colpa dei pesanti bombardamenti: e dall’isolamento provocato dal black out delle comunicazioni che Israele ha imposto da venerdì 27 fino all’alba di domenica 29, quando la linea è tornata intorno alle 4 del mattino. La gente è rimasta isolata, tagliata fuori dal mondo, senza notizie dei propri cari e senza informazioni su quanto stava accadendo.
Molti hanno pensato che la fine era vicina, mentre voci incontrollate si diffondevano con ipotesi sempre più apocalittiche. C’è chi ha creduto che il silenzio dei telefoni non fosse solo funzionale alla necessità dell’esercito israeliano di entrare nella Striscia senza essere individuato. Ma un modo per permettergli di andare di casa in casa senza che nessuno potesse chiedere aiuto o testimoniarlo in diretta al mondo. Una paranoia diffusa e acuita dalla veg…
DEIR AL BALAH— Le ultime 48 ore sono state le più lunghe nella storia di Gaza. A Nord e a Sud della Striscia la popolazione ha vissuto due interminabili giornate di terrore e angoscia. Colpa dei pesanti bombardamenti: e dall’isolamento provocato dal black out delle comunicazioni che Israele ha imposto da venerdì 27 fino all’alba di domenica 29, quando la linea è tornata intorno alle 4 del mattino. La gente è rimasta isolata, tagliata fuori dal mondo, senza notizie dei propri cari e senza informazioni su quanto stava accadendo.
Molti hanno pensato che la fine era vicina, mentre voci incontrollate si diffondevano con ipotesi sempre più apocalittiche. C’è chi ha creduto che il silenzio dei telefoni non fosse solo funzionale alla necessità dell’esercito israeliano di entrare nella Striscia senza essere individuato. Ma un modo per permettergli di andare di casa in casa senza che nessuno potesse chiedere aiuto o testimoniarlo in diretta al mondo. Una paranoia diffusa e acuita dalla veglia imposta dal rumore costante di sirene e bombardamenti che per due notti non hanno fatto dormire nessuno. E dall’angoscia di non avere notizie dei propri cari. Timori, in alcuni casi, fondati: quando la linea è finalmente tornata domenica i messaggi sono stati un susseguirsi di lutti e cattive notizie.
Il panico diffusosi, ha rapidamente avvelenato ogni residuo di solidarietà reciproca: liti si sono accese nei rifugi strapieni di gente dove si convive in pochi metri. E fra sabato e l’alba di domenica è sembrato che ogni residuo di ordine stesse crollando mentre il caos prendeva il sopravvento. La gente ha preso d’assalto i panifici in diversi villaggi. La maggior parte dei forni sono stati bombardati e ormai ne rimangono aperti pochissimi. Così ci si deve mettere in fila prima dell’alba e spesso si torna a mani vuote, perché i fornai riescono a produrre quanto basta per servire appena 300 famiglie.
A Deir el Balah pure i magazzini dell’Unrwa, dove l’agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi raccoglie gli aiuti umanitari, sono stati saccheggiati da centinaia di persone affamate. La gente ha portato via soprattutto farina e quant’altro ha trovato, comprese bottigliette d’acqua e scatolette di cibo. Poi, col ripristino delle comunicazioni la situazione è migliorata: davanti ai panifici è arrivata la polizia locale, e la distribuzione è ripresa sotto più stretto controllo. Ci sono stati arresti e buona parte della farina rubata è stata recuperata. Unico modo per convincere i fornai a tornare al lavoro dopo che avevano minacciato di chiudere se le autorità non li avessero difesi dalle violenze.
Davanti ai forni le file sono ricominciate, sempre più lunghe e nervose perché le già scarse razioni sono state ulteriormente dimezzate per poter servire quanta più gente possibile: così se ieri ciascuno portava a casa 50 pita, il pane arabo tradizionale, ora si accontenta di 25. Certo, ieri dieci nuovi camion di aiuti sono entrati dal valico di Rafah e Israele ha promesso di ammetterne ancora di più. Ma è ancora poco. In tre settimane di guerra sono entrati 94 camion appena: meno di quanti ne entravano precedentemente a Gaza in un giorno solo.
Sabato i giornalisti si sono riuniti nell’ospedale di Deir el Balah, dove di giorno c’è elettricità grazie a pannelli solari e si possono ricaricare i cellulari. Privi di comunicazioni, nessuno aveva informazioni, nemmeno quelli dotati di satellitare. L’unica testimonianza possibile era guardare il fumo delle bombe e l’arrivo di nuovi morti e feriti – tanti bambini – trasportati a piedi o su carri di fortuna. Mentre un altro aspetto drammatico del blackout emergeva: senza cellulari è impossibile individuare le aree in cui intervenire per le operazioni di salvataggio.
Domenica mattina, un gruppo di giornalisti ha affrontato la strada verso settentrione. Un viaggio spaventoso. A Nord del Wadi Gaza è come se ci fosse stato un terremoto. Luoghi noti sono ormai irriconoscibili. Ci sono macerie ovunque, strade bloccate, cadaveri - i morti secondo il ministero della Sanità di Gaza ormai sono 8.000 - e un nuovo fiume di persone che scende verso Sud a piedi e a mani vuote, senza portare nulla con sé. Restano in piedi gli ospedali: quello di al-Shifa, a Rimal, a Nordovest di Gaza City è il più grande della Striscia. Secondo Israele lì si rifugiano miliziani di Hamas ma di sicuro è strapieno di rifugiati e feriti e se dovessero decidere di bombardarlo sarebbe un bagno di sangue.
Pure l’ospedale al-Quds gestito dalla Mezzaluna rossa, cui ieri è stato intimato ancora una volta di evacuare – e dove lavora pure il fratello di chi scrive – è stracolmo. Ci sono più di 25mila persone, che l’hanno trasformato in un sorta di surreale villaggio. All’ingresso si fa il mercato con asini e carri: nel pieno di un paesaggio lunare, giacché le bombe sono cadute a 50 metri di distanza. «Impossibile evacuare senza mettere a rischio la sopravvivenza dei pazienti», ripetono ancora una volta i medici che non se ne vanno, e anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità.
In macerie pure il campo profughi di Jabalia. Dove però c’è ancora gente, ma lacera e affamata. Anche loro hanno passato notti terribili: «Senza notizie, sentivamo solo rumori assordanti», dicono. «Per capire se l’esercito fosse vicino, ogni tanto spedivamo un ragazzo sul tetto per individuarne le luci». Non evacuano nonostante i bombardamenti continuino a mietere vittime. Molti, perché troppo poveri o anziani per affrontare lo spostamento a Sud. Traumatizzati, imbambolati dall’orrore e dalla paura, hanno perso tutto: case e famiglia. «Cosa può accaderci di peggio?». Aspettano la morte. Per altri restare è l’unica cosa che conta: «Non ce ne andremo nemmeno se verranno coi carri armati. Non commetteremo l’errore dei nostri avi che nel 1948 abbandonarono le loro case. Ci uccidano sulla nostra terra».
(testo raccolto da Anna Lombardi)