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Libano, Iraq e Kuwait, le missioni italiane esposte all’escalation

(agf)
Più di 1.700 militari operano nelle aree più a rischio in caso di guerra regionale. La Marina si prepara in caso di evacuazioni
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Due bombe di mortaio sono cadute ieri mattina sulla base delle Nazioni Unite di Houla e hanno ferito un soldato. Lungo tutta la sottile “linea blu” che da diciassette anni divide Hezbollah e Israele, i duelli di missili, droni e cannoni si intensificano ogni giorno. La missione di pace dei quasi mille soldati italiani schierati sul confine libanese rischia ora di finire nel vortice di una guerra.

Nel Medio Oriente in fiamme però c’è un altro contingente sotto bandiera tricolore che desta preoccupazioni ancora maggiori: le unità sparse tra Iraq e Kuwait, le più esposte alla minaccia delle milizie sciite filo-iraniane. Sono l’eredità della nostra partecipazione alla coalizione internazionale contro l’Isis, iniziata con il governo Renzi. Trecento militari con uno squadrone di elicotteri si trovano ancora tra Baghdad ed Erbil, dove da anni si dedicano all’addestramento del personale iracheno e curdo sotto il comando della Nato. Altri quattrocento donne e uomini sono in Kuwait, all’ae…

Due bombe di mortaio sono cadute ieri mattina sulla base delle Nazioni Unite di Houla e hanno ferito un soldato. Lungo tutta la sottile “linea blu” che da diciassette anni divide Hezbollah e Israele, i duelli di missili, droni e cannoni si intensificano ogni giorno. La missione di pace dei quasi mille soldati italiani schierati sul confine libanese rischia ora di finire nel vortice di una guerra.

Nel Medio Oriente in fiamme però c’è un altro contingente sotto bandiera tricolore che desta preoccupazioni ancora maggiori: le unità sparse tra Iraq e Kuwait, le più esposte alla minaccia delle milizie sciite filo-iraniane. Sono l’eredità della nostra partecipazione alla coalizione internazionale contro l’Isis, iniziata con il governo Renzi. Trecento militari con uno squadrone di elicotteri si trovano ancora tra Baghdad ed Erbil, dove da anni si dedicano all’addestramento del personale iracheno e curdo sotto il comando della Nato. Altri quattrocento donne e uomini sono in Kuwait, all’aeroporto Al Salem, da dove aerei e droni dell’Aeronautica partono per i voli di ricognizione sugli ultimi covi dello Stato Islamico.

Queste installazioni sono le più vicine all’Iran. Quella di Erbil - dove ci sono ora gli alpini della Taurinense - venne colpita dalla ritorsione missilistica scagliata tre anni fa da Teheran dopo l’uccisione del generale Soleimani. E proprio in quella stagione di fuoco l’esecutivo Draghi decise di mandare in Kuwait una batteria contraerea Samp-T, identica a quella donata all’Ucraina, per proteggere l’aeroporto dalle rappresaglie degli ayatollah e dei loro alleati.

Oggi questo sistema terra-aria dell’Esercito - tra i più avanzati al mondo e con un raggio di azione di cento chilometri - si ritrova a essere una sorta di avanguardia difensiva dell’Occidente nel punto più caldo del Medio Oriente: ai razzi partiti dall’Iran bastano pochissimi minuti per piovere sugli hangar dell’Emirato. Sotto lo scudo del Samp-T italiano c’è anche uno stormo dell’Us Air Force, che dalle piste del Kuwait rifornisce con i quadrimotori C-130 Hercules i reparti statunitensi attivi in Iraq e in Siria. Secondo il Wall Street Journal, lì arriverà presto una batteria di Patriot trasferita dagli States: il Pentagono considera la base di Al Salem uno dei capisaldi della cupola missilistica che sta venendo allestita per difendere l’intero Medio Oriente e frenare l’allargamento del conflitto.

Anche a Erbil e a Baghdad i nostri militari, pur disponendo di caserme autonome, convivono con gli americani: una situazione che potrebbe farli finire nel mirino delle milizie filo-iraniane. Dopo l’ingresso dei tank israeliani a Gaza, le oltre 17 sigle irachene, siriane, libanesi e yemenite che si riconoscono nell’Asse della Resistenza guidato dall’Iran sembrano avere fermato i lanci di razzi e droni contro i presìdi Usa, che nelle scorse settimane avevano già provocato 21 feriti. Non si capisce se sia l’effetto dei bombardamenti scatenati dalla Casa Bianca giovedì scorso o se gli ayatollah stiano solo organizzandosi per alzare il livello dello scontro.

I fortini statunitensi nella zona di Erbil sono già stati colpiti nei giorni scorsi mentre l’aeroporto kuwaitiano è stato soltanto bersagliato da proclami bellicosi, ma in tutta la regione l’allerta è massima e alcune ambasciate europee stanno rimpatriando il personale. La situazione viene monitorata costantemente dallo Stato Maggiore della Difesa e dal ministro Guido Crosetto: il suo capo di gabinetto, il generale Iannucci, ha comandato lo scorso anno la missione in Iraq e ha ottimi rapporti con tutte le autorità irachene, così come in Libano Hezbollah non ha mai mostrato ostilità verso i caschi blu italiani.

Il governo Meloni ha deciso comunque di potenziare la squadra navale nel Mediterraneo orientale: le fregate Fasan e Bergamini, già in zona con il sottomarino Venuti, saranno raggiunte dal pattugliatore Thaon di Revel e da una portaelicotteri per operazioni anfibie. Una task force significativa per eventuali evacuazioni di connazionali o per dare appoggio ai caschi blu in Libano. Se la situazione dovesse peggiorare, sono inoltre disponibili le due portaerei della Marina Cavour e Garibaldi - impegnate ora in un’esercitazione nel Tirreno - che possono fare immediatamente rotta a Oriente.

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