Il sopravvissuto alla Shoah della foto simbolo di Buchenwald: “Il mio nipotino a Kfar Azza come me: salvo per miracolo in mezzo alla furia nazista di Hamas”
di Rossella TercatinGERUSALEMME – Quando Naftali Fürst aveva dieci anni, le autorità slovacche promulgarono le leggi anti-ebraiche. Era il 1942 e il ragazzino, con il fratello Shmuel di appena un anno più grande e i genitori Margit e Arthur provarono a nascondersi, invano. La famiglia fu deportata prima nel campo di concentramento di Sered, poi nel 1944 ad Auschwitz. Naftali sopravvive. L’11 aprile 1945 è uno dei prigionieri ritratti dal fotografo militare americano Harry Miller nel campo di Buchenwald, in una delle immagini diventate simbolo della Shoah.
A 91 anni, quando sabato 7 ottobre cominciano a trapelare le notizie dell’attacco contro i kibbutzim e villaggi nel sud Israele, Fürst comincia a preoccuparsi. Residente a Haifa, ormai bisnonno, l’anziano chiama la figlia Ronit per avere notizie della nipote Mika e del marito Sefi, che vivono a Kfar Azza con il bimbo di due anni, Neta. La risposta però è negativa. Nessuna comunicazione, nessuna possibilità di raggiungerli, nulla. Comincia così il g…
GERUSALEMME – Quando Naftali Fürst aveva dieci anni, le autorità slovacche promulgarono le leggi anti-ebraiche. Era il 1942 e il ragazzino, con il fratello Shmuel di appena un anno più grande e i genitori Margit e Arthur provarono a nascondersi, invano. La famiglia fu deportata prima nel campo di concentramento di Sered, poi nel 1944 ad Auschwitz. Naftali sopravvive. L’11 aprile 1945 è uno dei prigionieri ritratti dal fotografo militare americano Harry Miller nel campo di Buchenwald, in una delle immagini diventate simbolo della Shoah.
A 91 anni, quando sabato 7 ottobre cominciano a trapelare le notizie dell’attacco contro i kibbutzim e villaggi nel sud Israele, Fürst comincia a preoccuparsi. Residente a Haifa, ormai bisnonno, l’anziano chiama la figlia Ronit per avere notizie della nipote Mika e del marito Sefi, che vivono a Kfar Azza con il bimbo di due anni, Neta. La risposta però è negativa. Nessuna comunicazione, nessuna possibilità di raggiungerli, nulla. Comincia così il giorno più lungo.
“Non sapevano niente, non ci arrivava alcuna notizia, eravamo divorati dall’ansia, mentre alla televisione cominciavano a mostrare le immagini del trattore che sfonda la barriera e i terroristi che entrano come per una passeggiata,” ha spiegato Fürst in un servizio del Canale 12. “Io continuavo a credere nel governo e nell’esercito, ma non arrivava nessuno.”
Kfar Azza, una comunità agricola che prima dell’attacco contava circa 750 persone è stata teatro di uno dei peggiori massacri perpetrati da Hamas, con decine di vittime e orrori infiniti, incluse torture e decapitazioni.
La famiglia di Mika però sopravvive, barricata per venti ore nella stanza sicura con la porta che Sefi è riuscito a bloccare legandone la maniglia con un cavo telefonico.
“Sono rimasti senza telefono, senza elettricità, senza cibo, stringendo dei coltelli da cucina come unica arma,” ha raccontato Fürst. “La casa dei loro vicini, cari amici, è stata bruciata. Gli altri nonni di Neta, sono stati uccisi in modo orribile.”
Verso le due di notte, l’esercito israeliano finalmente arriva ad evacuare la famiglia, illesa. Ancora una volta protagonista di un miracolo.
Dopo la Shoah, Fürst ha spiegato “arrivammo alla conclusione che il posto per gli ebrei in questo mondo fosse qui, in terra d’Israele.” “Pensavamo che qui avremmo costruito uno Stato forte e sicuro per tutti gli ebrei del mondo,” ha sottolineato. L’anziano ha sottolineato che “Hamas usa metodi nazisti” e descritto gli eventi del 7 ottobre come una “mini Shoah”. “Se sono sopravvissuto ad Auschwitz è perché ho avuto molta fortuna, e il fatto che il 7 ottobre mia nipote, suo marito e il mio dolcissimo pronipotino si siano salvati dall'inferno è un’altra grande fortuna,” ha affermato Fürst, che nonostante l’età ha ancora la forza per giocare a palla con Neta e farlo volare in altalena.
“A chi si sente senza speranza, posso dire che il tempo aiuta,” ha concluso il sopravvissuto. “È impossibile vivere nel trauma in eterno, è nella natura umana riprendersi e andare avanti. L'uomo guarda sempre al futuro”.