Sfollati in corsia, a Gaza gli ospedali sono rifugi obbligati contro le bombe
di Sami al-AjramiDonne palestinesi rifugiate nell'ospedale al Quds di Gaza City
DEIR AL BALAH — Dentro gli ospedali migliaia di residenti di Gaza City che non sono sfollati a Sud trascorrono le giornate insieme ai malati e allo staff medico; fuori dagli ospedali le bombe delle forze israeliane cadono sempre più vicine. La paura più grande di chi si rifiuta di evacuare, e preferisce cercare riparo nelle strutture sanitarie, è quella che Israele possa bombardare anche gli ospedali, uccidendo sia malati che rifugiati.
Quelli che erano i luoghi della cura — dove nonostante l’arrivo di nuovi aiuti dal valico di Rafah i medici continuano a operare nella totale penuria dei mezzi — ora sono mondi vulnerabili nei quali convivono morte e speranza ma anche accuse, come quella mossa da Israele ad Hamas di nascondere nel sottosuolo armi e combattenti. Hamas nega ma tra i locali c’è chi non si stupisce. «Chiunque sia cresciuto a Gaza conosce l’esistenza di un labirinto sotterraneo di tunnel che attraversa la città, probabile che qualcuno di questi passi anche sotto l’ospe…
DEIR AL BALAH — Dentro gli ospedali migliaia di residenti di Gaza City che non sono sfollati a Sud trascorrono le giornate insieme ai malati e allo staff medico; fuori dagli ospedali le bombe delle forze israeliane cadono sempre più vicine. La paura più grande di chi si rifiuta di evacuare, e preferisce cercare riparo nelle strutture sanitarie, è quella che Israele possa bombardare anche gli ospedali, uccidendo sia malati che rifugiati.
Quelli che erano i luoghi della cura — dove nonostante l’arrivo di nuovi aiuti dal valico di Rafah i medici continuano a operare nella totale penuria dei mezzi — ora sono mondi vulnerabili nei quali convivono morte e speranza ma anche accuse, come quella mossa da Israele ad Hamas di nascondere nel sottosuolo armi e combattenti. Hamas nega ma tra i locali c’è chi non si stupisce. «Chiunque sia cresciuto a Gaza conosce l’esistenza di un labirinto sotterraneo di tunnel che attraversa la città, probabile che qualcuno di questi passi anche sotto l’ospedale», commenta una delle persone incontrate per i corridoi dell’ospedale al Quds, uno dei principali di Gaza City diventato un campo di sfollati.
Stare lì, con le bombe che cadono sempre più vicine come è successo l’altro ieri notte quando durante gli intensi bombardamenti i razzi hanno rotto i vetri in alcuni reparti, per alcuni è la migliore delle opzioni. Un rischio che a questo punto migliaia di palestinesi sentono di voler correre. «Non lascerò la mia città per essere sfollato di nuovo, preferisco morire qui», dice uno dei residenti di Gaza City ormai di casa nell’ospedale, mentre nelle stanze si vedono arrivare incessantemente feriti da esplosione, parenti che gridano, orfani che cercano ancora i genitori morti. L’ultimo bilancio diffuso dal Ministero della Sanità di Gaza parla di oltre 8.306 morti, dei quali 3457 sono minori.
Fuori c’è un piccolo mercato dove è ancora possibile trovare qualche verdura, del pane. Anche nella tragedia che è tutta intorno qui resiste una forma di vita. Non come al Sud. Chi ci è andato racconta di sovraffollamento, assenza di cibo, di acqua, di medicine. Oltre alla difficoltà di riuscire ad arrivare attraverso quelle vie sicure indicate da Israele poi finite comunque sotto le bombe, evacuare vuol dire anche avere denaro a disposizione. E la moneta è diventata un bene sempre più raro. Lo sa bene chi è a Khan Younis già da giorni. Qui, davanti agli uffici di money transfer, nelle ultime ore si sono viste centinaia di persone mettersi in fila nella speranza di farsi spedire un po’ di contanti dall’estero.
A spingere i civili del Centro-Nord a mettersi in salvo a Sud è Israele che spera così di portare a maturità la fase più intensa del conflitto, la terza. Per farlo da alcuni giorni ha ampliato le operazioni, aggiungendo ai bombardamenti anche le incursioni via terra. Fino a quella più profonda avvenuta ieri quando alcuni tank israeliani si sono inoltrati ben oltre il confine arrivando fino alla strada Salah ad-Din. Salama Maarouf, capo delle comunicazioni delle autorità locali, ha dichiarato che le forze di Israele hanno raggiunto l’arteria a Est che unisce la parte Nord e Sud della Striscia e hanno attaccato due automobili di civili prima di tornare indietro al confine.
L’essere penetrati verso il quartiere periferico di al Zeitoun viene percepito come l’ennesimo tentativo di Israele di forzare la popolazione fuori da Gaza City. Ma si tratta di un quartiere povero dove i residenti non vedono più speranze: il Nord come il Sud, le case come gli ospedali, ormai sono luoghi in cui si può morire in qualsiasi momento e, nonostante la paura per l’intensificarsi delle azioni di Israele, le bombe non bastano per convincerli ad andare via.
(testo raccolto da Benedetta Perilli)