Orrore nel campo profughi di Jabalia: a mani nude tra le macerie alla ricerca di sopravvissuti
di Sami al-AjramiKHAN YOUNIS — La notte e il giorno appena trascorsi sono stati molto duri qui a Gaza. L’invasione di terra è cominciata e la Striscia è ora tagliata in due. Soprattutto, nel pomeriggio di ieri, sei bombe da una tonnellata ciascuna hanno completamente distrutto un intero quartiere del campo profughi di Jabalia, quattro chilometri a nord di Gaza City. Per ora sono state recuperate decine di cadaveri, purtroppo soprattutto di bambini. I numeri sono incerti, c’è chi dice 50, chi 150 cadaveri già rintracciati. Mentre sono almeno 400 i feriti trasportati con mezzi di fortuna nel vicino ospedale “indonesiano” (la sua costruzione fu finanziata con fondi di quel Paese) che ha sede a Bait Lahia: conta su appena 100 posti letto e già da settimane sta trattando un numero di pazienti dieci volte superiore alle possibilità.
Ai giornalisti riuniti davanti all’ospedale Nasser di Khan Younis, nel centro della Striscia, le notizie arrivano dalle autorità locali, nella figura del direttore della di…
KHAN YOUNIS — La notte e il giorno appena trascorsi sono stati molto duri qui a Gaza. L’invasione di terra è cominciata e la Striscia è ora tagliata in due. Soprattutto, nel pomeriggio di ieri, sei bombe da una tonnellata ciascuna hanno completamente distrutto un intero quartiere del campo profughi di Jabalia, quattro chilometri a nord di Gaza City. Per ora sono state recuperate decine di cadaveri, purtroppo soprattutto di bambini. I numeri sono incerti, c’è chi dice 50, chi 150 cadaveri già rintracciati. Mentre sono almeno 400 i feriti trasportati con mezzi di fortuna nel vicino ospedale “indonesiano” (la sua costruzione fu finanziata con fondi di quel Paese) che ha sede a Bait Lahia: conta su appena 100 posti letto e già da settimane sta trattando un numero di pazienti dieci volte superiore alle possibilità.
Ai giornalisti riuniti davanti all’ospedale Nasser di Khan Younis, nel centro della Striscia, le notizie arrivano dalle autorità locali, nella figura del direttore della difesa civile di Gaza, Ahmad al-Kahlout. E purtroppo sono confermate da altre fonti. A partire proprio dai medici dell’Indonesian Hospital, travolti da questa ennesima strage. Ma le notizie arrivano a fatica perché le comunicazioni col Nord della Striscia sono interrotte da ore. Circolano però alcuni video, dove si sentono i pianti e le invocazioni d’aiuto e decine di uomini impegnati a scavare a mani nude. Si vedono i sopravvissuti andare di cadavere in cadavere in cerca dei loro cari: costretti a sollevare decine di lenzuola ed essere così testimoni dello scempio dei corpi. In un altro, si sente il sollievo della folla quando da sotto le macerie viene tirato fuori un bambino incolume, poi un altro.
Il timore è però che sotto le macerie i morti siano molti di più: perché le bombe sono cadute su un’area densamente popolata. Abbattendosi su fabbricati popolari eretti, appunto, per i profughi, gli uni sugli altri. Secondo un primo calcolo sono 25 quelli rasi al suolo facendo ricorso alla tecnica militare della cosiddetta “cintura di fuoco”: un raid serrato per cui le bombe sono state sganciate lungo un’intera striscia di edifici che, come se non bastasse, si affacciavano lungo la strada principale del campo, dove c’era anche un panificio. Altri morti, insomma, potrebbero essere semplici passanti o gente che faceva la fila per il pane. Jabalia finora era considerato il più grande campo profughi palestinese, quello dove nel dicembre 1987 iniziò la prima Intifada. Ci vivevano oltre 100mila persone, il 30% delle quali non sono evacuate. Si estende su appena un chilometro e mezzo e per questo è considerato uno dei luoghi più densamente popolati del mondo. Secondo Ahmad al-Kahlout, «ora non esiste più». L’esercito israeliano dice che il raid è servito ad uccidere Ibrahim Biari, comandante del “ battaglione Jabalia” e a distruggere il commando operativo dell’area.
Già nella notte, ci sono stati scontri violenti a Nord fra miliziani ed esercito e almeno 300 bombardamenti. Gli ospedali, ritenuti gli ultimi luoghi ancora sicuri a Nord, nelle ultime ore si sono riempiti all’inverosimile. L’al-Quds ieri mattina è arrivato a contenere circa 40mila persone. Tutti all’interno, perché le bombe cadono molto vicine. Una notte di terrore: l’edificio è stato un risuonare di pianti disperati dei bambini e urla di terrore degli adulti.
Nel frattempo gli israeliani oltre che da Nord sono entrati anche da appena sotto il Wadi Gaza, la riserva naturale a metà della Striscia, scelta come linea di demarcazione sotto la quale hanno chiesto ai civili di evacuare fin dallo scorso 12 ottobre. I carri armati sono avanzati lungo la strada Salah ad-Din, che attraversa tutto il territorio fino alla periferia di Zaytun e del quartiere Shejaiya di Gaza City: destando preoccupazione, perché anche in quelle aree c’è molta gente che non è evacuata. L’esercito spara su tutto quello che si muove.
Nessuno si sente al sicuro da nessuna parte: un raid ha colpito un altro campo profughi a Nuseirat, nell’area “sicura” della Striscia. I morti sono 15. Ormai si è costretti ad aprire vecchie tombe per inzepparle, tumulando insieme cadaveri vecchi e nuovi. Anche a Deir el Balah si sono scavate nuove fosse in un cimitero chiuso da anni perché i lotti erano pieni. Ma se continua così neanche i cimiteri basteranno più a contenere i troppi morti. Bisognerà scavare nuove tombe ovunque.
(testo raccolto da Anna Lombardi)