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Gli ex della Wagner tornano in trincea: “Insieme per vincere la battaglia di Avdiivka”

Alcuni palazzi distrutti dai combattimenti ad Avdiivka, in Donbass

 
I russi tentano di accerchiare la città ucraina facendo ricorso ai loro militari più esperti e addestrati
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DONETSK – La strada che da Donetsk porta verso Nord, in direzione delle prime linee di combattimento, attraversa fitti boschi di un intenso colore giallo autunnale. Il cielo è grigio e il silenzio è continuamente interrotto dalle forti esplosioni causate dai colpi di artiglieria che i soldati russi, appostati da qualche parte tra gli alberi, sparano in direzione della cittadina di Avdiivka. Intorno ad essa si sta combattendo la più sanguinosa battaglia attualmente in corso in Ucraina.

Situata appena a otto chilometri da Donetsk, dal 2014 è una roccaforte dell’esercito di Kiev che da qui bombarda i territori controllati da Mosca. Nell’ultimo anno e mezzo le forze del Cremlino hanno sfe…

DONETSK – La strada che da Donetsk porta verso Nord, in direzione delle prime linee di combattimento, attraversa fitti boschi di un intenso colore giallo autunnale. Il cielo è grigio e il silenzio è continuamente interrotto dalle forti esplosioni causate dai colpi di artiglieria che i soldati russi, appostati da qualche parte tra gli alberi, sparano in direzione della cittadina di Avdiivka. Intorno ad essa si sta combattendo la più sanguinosa battaglia attualmente in corso in Ucraina.

Situata appena a otto chilometri da Donetsk, dal 2014 è una roccaforte dell’esercito di Kiev che da qui bombarda i territori controllati da Mosca. Nell’ultimo anno e mezzo le forze del Cremlino hanno sferrato a più riprese attacchi per conquistarla, senza successo. Non riuscendo a sfondare le linee nemiche a metà ottobre hanno lanciato un’offensiva terrestre non più puntando al cuore della cittadina ma provando ad avanzare nelle campagne circostanti.

L’obiettivo è l’accerchiamento di Avdiivka così da tagliare i rifornimenti e costringere l’esercito ucraino alla ritirata. I combattimenti sono molto cruenti: si lotta uomo contro uomo in trincee e fortificazioni scavate nelle piatte campagne quasi prive di alture, dove avanza chi riesce ad avere meno caduti sui campi di battaglia. Non è un caso che il Cremlino abbia chiamato a combattere in questa battaglia i suoi militari più esperti. Tra questi molti miliziani filorussi che qui operano dal 2014 e conoscono bene il territorio. E poi tanti soldati che furono del Gruppo Wagner. Dopo che questo è stato smantellato a seguito del fallito colpo di Stato di Prigozhin contro Putin molti suoi uomini sono passati a combattere in altri battaglioni controllati dal ministero della difesa di Mosca.

Molti ex “musicisti”, come qui tutti chiamano i Wagner, combattono oggi nel battaglione Arbat, un gruppo armato composto prevalentemente da armeni che hanno giurato fedeltà alla Russia. Per incontrarli bisogna recarsi nelle posizioni militari a ridosso del fronte, non lontano dalla zona industriale di Avdiivka, in basi militari situate in palazzine apparentemente abbandonate e in nascosti sotterranei.

Qui le operazioni sono capeggiate da Hayk, combattente armeno leader del battaglione Arbat e a sua volta un ex “musicista”. Trentadue anni, fisico scolpito, indossa una divisa militare verde, un berretto con la visiera e porta una fitta barba nera. È originario del Nagorno Karabakh, la regione contesa tra Armenia e Azerbaijan che la sua famiglia ha dovuto lasciare nei primi anni Novanta quando casa loro venne distrutta durante la guerra con l’esercito azero.

Trasferitosi in Russia, è diventato un esperto di arti marziali finché qualche anno fa non è stato arrestato. E proprio in carcere è avvenuto il suo arruolamento nel Gruppo Wagner. «Vennero nella mia cella nell’estate del 2022 e mi proposero l’amnistia in cambio del reclutamento», racconta, «ho subito accettato e mi hanno mandato in prima linea a Bakhmut». Ferito quattro volte in battaglia è stato decorato con la medaglia al valore militare direttamente da Putin. Nel luglio scorso, subito dopo il tentativo di colpo di mano di Prigozhin contro il presidente russo, gli è stato proposto di lasciare la Wagner e diventare il leader del neonato battaglione Arbat. Creato inizialmente come gruppo armato per riunire gli armeni che combattono per la Russia e controllato dal ministero della difesa di Mosca negli ultimi mesi l’Arbat ha reclutato numerosi ex wagneriti, non solo armeni. «Quando tra i miei ex compagni d’armi della Wagner si è diffusa la voce che avevo preso il comando di un battaglione in molti mi hanno chiesto di potersi aggregare e così è avvenuto», spiega Hayk.

È secondo questo meccanismo, ovvero tramite contatti personali, che in questi mesi sta avvenendo la redistribuzione degli ex "musicisti” all’interno dei gruppi armati dell’esercito regolare russo. Dopo la rottura tra Putin e Prigozhin e la sua successiva misteriosa morte, la Wagner è stata fortemente depotenziata. Il Cremlino ha deciso di non eliminarla del tutto ma di continuare a farla esistere e operare in Africa, in Paesi in cui la Russia ha interessi da difendere con le armi. In Ucraina, invece, la sua presenza è stata rimossa.

Qui, però, gli ex musicisti sono indispensabili per la Russia. Ben addestrati, equipaggiati e abituati a fare la guerra, sono delle risorse militari indispensabili per tenere la linea del fronte. A coloro che preferiscono rimanere in Ucraina piuttosto che spostarsi in Africa viene quindi permesso di arruolarsi nei battaglioni regolari. Nella maggior parte dei casi gli ex musicisti chiedono di entrare a fare parte dei gruppi armati comandati da persone che già conoscono nei quali, se non ci sono problemi, vengono successivamente inquadrati.

Oggi gli uomini che combattono sotto gli ordini di Hayk sono circa duecento, di cui tra il 60 e il 70 per cento sono ex Wagner, sia armeni che russi etnici. Alcuni sono originari del Nagorno Karabakh dove negli scorsi decenni hanno combattuto ripetutamente contro l’Azerbaijan. Tra questi c’è Armen, nome di battaglia “Artsakh”, il nome con cui gli armeni chiamano il Karabakh. Uomo di mezza età, indossa un cappellino con sopra raffigurata la bandiera russa e la Z, il simbolo dell’“operazione militare speciale”. Sulla divisa, all’altezza del petto, ha cucita una toppa con i colori della sua terra natìa. «Durante l’ultima invasione da parte dell’Azerbaijan molti di noi avrebbero voluto tornare in Armenia e difendere le nostre case ma il governo armeno ce lo ha impedito», racconta in merito all’attacco azero avvenuto a settembre che ha causato l’esodo di massa della popolazione armena del Karabakh e la fine della loro presenza nella regione. «Hanno preferito svendere la patria al nemico».

Gli ex “musicisti” dell’Arbat esibiscono ancora i loro vecchi simboli, il teschio della Wagner campeggia sui loro drappi e sulle loro divise. Intorno ad Avdiivka combattono kalashnikov in mano e lanciando granate in campo aperto verso il nemico. Anche se passati al servizio del ministro della difesa di Mosca, contro cui Prigozhin si era ribellato, nessuno parla male del loro ex capo. «Prigozhin era un patriota», dice Hayk, «quello che ha fatto lo ha fatto di certo pensando di fare il bene della Russia».

Oggi molti ex Wagner combattono diversi gruppi armati intorno ad Avdiivka, che dicono di volete conquistare entro la fine dell’anno.

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