Israele, il Paese si mobilita per salvare l’agricoltura colpita dal conflitto
di Rossella TercatinGERUSALEMME – Raccogliere cetrioli, seminare patate, mungere mucche, strappare erbacce. C’è bisogno di tutto e dell’aiuto di tutti nei campi e nelle aziende agricole di Israele devastate dalla guerra. Le comunità al confine con la Striscia di Gaza sono anche una delle aree fondamentali per l’agricoltura israeliana – lì vengono coltivate un terzo delle verdure consumate nel Paese. Mentre nel Nord evacuato perché sotto il tiro di Hezbollah si producono il 70% delle uova e il 40% dei frutti tropicali. Così ancora una volta a mobilitarsi per salvare bestiame e raccolti sono autorità locali, no profit, semplici cittadini che lanciano appelli sui social media per salvare quel campo di avocado o quella raccolta di pomodori.
“Ieri io e un gruppo di amiche italiane siamo andate ad aiutare a Kaima Beit Zayit, una cooperativa agricola non lontano da Gerusalemme,” racconta Micol Mevorah. “Abbiamo raccolto fagiolini e salvia, piantato, strappato erbacce.”
Mevorach, 50 anni, originaria di Mila…
GERUSALEMME – Raccogliere cetrioli, seminare patate, mungere mucche, strappare erbacce. C’è bisogno di tutto e dell’aiuto di tutti nei campi e nelle aziende agricole di Israele devastate dalla guerra. Le comunità al confine con la Striscia di Gaza sono anche una delle aree fondamentali per l’agricoltura israeliana – lì vengono coltivate un terzo delle verdure consumate nel Paese. Mentre nel Nord evacuato perché sotto il tiro di Hezbollah si producono il 70% delle uova e il 40% dei frutti tropicali. Così ancora una volta a mobilitarsi per salvare bestiame e raccolti sono autorità locali, no profit, semplici cittadini che lanciano appelli sui social media per salvare quel campo di avocado o quella raccolta di pomodori.
“Ieri io e un gruppo di amiche italiane siamo andate ad aiutare a Kaima Beit Zayit, una cooperativa agricola non lontano da Gerusalemme,” racconta Micol Mevorah. “Abbiamo raccolto fagiolini e salvia, piantato, strappato erbacce.”
Mevorach, 50 anni, originaria di Milano, vive in Israele da oltre tre decenni. Dei suoi quattro figli, due sono attualmente nell’esercito. Prima dell’inizio della guerra, a Kaima Beit Zayit lavoravano soprattutto adolescenti e giovani adulti con background considerato a rischio, che nell’ambito della comunità ricevono anche supporto emotivo e aiuto per terminare gli studi. “Io faccio volontariato con loro da anni,” spiega ancora Mevorah. “In questo momento i ragazzi minorenni legalmente non possono andare alla cooperativa perché non c’è un rifugio anti-missili, così ci stiamo organizzando tra adulti per sopperire.” A scene simili, sottolinea Mevorah, si assiste dappertutto in Israele.
“Tutti si stanno dando da fare per dare una mano, e ce n’è davvero bisogno, perché la carenza di manodopera è spaventosa,” spiega. “E ci sono anche moltissime opportunità di lavorare con compenso, non necessariamente come volontari.”
Secondo i dati del governo israeliano, dei circa 30mila lavoratori stranieri impiegati nel settore agricolo, 7.800 hanno lasciato Israele dopo il 7 ottobre (ricordando come molti di loro siano stati vittime dell’attacco di Hamas). Ad altri ventimila lavoratori palestinesi non è al momento consentito entrare nel Paese. E così si moltiplicano le iniziative per trovare alternative. Ai volontari viene spesso richiesto di riempire un modulo per spiegare la propria disponibilità, abilità fisica, e capacità particolari (come quella di guidare un trattore), per incarichi che possono durare l’arco di poche ore ma anche giorni. La settimana scorsa il sito del Canale televisivo 13, uno dei più importanti del Paese, ha raccolto una serie di iniziative e appelli per portare aiuto agli agricoltori colpiti.
“Raccolta dei pomodori al Moshav Yardena” si legge in uno degli annunci. “Un contadino di Yardena aveva appena piantato migliaia di piantine di pomodori, e allo scoppio della guerra i lavoratori thailandesi se ne sono andati. I danni alle piantine saranno irreversibili se qualcuno non se ne occuperà presto. Contatta Almog al seguente numero di telefono.”
“L’azienda Lichtman di Ein HaBesor (villaggio poco lontano dal confine con Gaza, ndr) cerca disperatamente lavoratori e braccianti,” recita un altro annuncio. “Noi e tutti i contadini degli insediamenti attorno a Gaza dobbiamo continuare a lavorare anche in questi giorni di combattimenti.” Anche in questo caso seguono i contatti telefonici.
E se con 360mila riservisti richiamati alle armi non sono molti gli individui abili a un certo tipo di lavoro manuale, si cerca di mobilitare i giovani disponibili, come liceali e ultraortodossi che non fanno il servizio militare. Oggi il Comune di Gerusalemme in collaborazione con l’organizzazione Hashomer Hachadash (“il nuovo guardiano – che da anni si occupa di promuovere il legame fra le nuove generazioni di israeliani e la terra attraverso il lavoro agricolo) ha lanciato un progetto per trovare volontari tra i ragazzi dei movimenti giovanili, dei programmi preparatori all’entrata dell’esercito – che consentono di prendere un anno di pausa tra la fine del liceo e l’inizio del periodo di leva - e anche tra gli studenti delle yeshivot (scuole rabbiniche), esenti dal servizio militare.
“Lo Stato di Israele è stato fondato sui valori del sionismo e del lavoro manuale,” ha sottolineato il sindaco di Gerusalemme Moshe Leon. “Questa attività di volontariato è un’opportunità per preservare e promuovere la nostra agricoltura, soprattutto in tempi di emergenza, e per aiutare gli agricoltori e il paese nel suo insieme in questo momento difficile.”