EREVAN — La strada che dal Nagorno Karabakh conduce in Armenia, in direzione della città di Goris, è ormai quasi deserta. Solo qualche ora prima pullulava di decine di migliaia di sfollati in fuga dai territori passati in mano all’Azerbaijan, mentre adesso il flusso è ormai terminato. Tranne qualche rara macchina con a bordo gli ultimi fuggiaschi non si vede più nessuno, chi doveva scappare lo ha già fatto.
Il governo armeno ha annunciato di avere accolto oltre 100 mila persone - pari a tutta la popolazione effettiva del Karabakh - molte delle quali sono già sono state redistribuite su tutto il territorio nazionale. Dalle loro città e Paesi natali giungono immagini di strade vuote pattugliate dai soldati azeri e palazzoni disabitati che presto verrann…
EREVAN — La strada che dal Nagorno Karabakh conduce in Armenia, in direzione della città di Goris, è ormai quasi deserta. Solo qualche ora prima pullulava di decine di migliaia di sfollati in fuga dai territori passati in mano all’Azerbaijan, mentre adesso il flusso è ormai terminato. Tranne qualche rara macchina con a bordo gli ultimi fuggiaschi non si vede più nessuno, chi doveva scappare lo ha già fatto.
Il governo armeno ha annunciato di avere accolto oltre 100 mila persone - pari a tutta la popolazione effettiva del Karabakh - molte delle quali sono già sono state redistribuite su tutto il territorio nazionale. Dalle loro città e Paesi natali giungono immagini di strade vuote pattugliate dai soldati azeri e palazzoni disabitati che presto verranno ripopolati da cittadini dell’Azerbaijan. La presenza armena nel Karabakh è ormai quasi del tutto estinta. Resta qualche anziano che non ha voluto o potuto lasciare le proprie case e pochi irriducibili che hanno accettato la probabile possibilità di venire arrestati.
Tanti degli sfollati si sono riversati nella capitale Erevan, dove per le strade ci si imbatte in numerose tende e gazebo colmi di vestiti e lenzuola che chi è fuggito in fretta e furia può ritirare per avere qualcosa da indossare. Ovunque sventolano bandiere armene e dell’Artsakh, l’ormai disciolto Stato non riconosciuto degli armeni del Karabakh.
«È troppo tardi», dice guardando verso uno di questi gazebo Marut Vanyan, giornalista del Karabakh appena arrivato in città dopo oltre due giorni di fuga, «l’Artsakh non esiste più, ormai siamo tutti qui».
La maggior parte degli sfollati ha trovato una sistemazione momentanea. Qualcuno pernotta da parenti o amici, qualcun altro nelle abitazioni messe a disposizione dal governo. Non mancano coloro che dormono nelle macchine sulle quali sono scappati. Le autorità azere hanno annunciato di essere pronte a riaccogliere chi è fuggito e lanciato un programma di reintegrazione degli armeni che prevede la garanzia della sicurezza, un autogoverno a livello locale e la tutela dei diritti culturali e religiosi. Ad oggi, però, nessuno sfollato dice di credere a queste promesse e di essere pronto a tornare. Troppa è la paura per un nemico contro cui la guerra va avanti da oltre trent’anni. Troppa la paura per un governo, quello azero, che Freedom House classifica tra i più restrittivi al mondo per quanto riguarda i diritti politici. Troppo forte è la consapevolezza che questa guerra non è finita e che i combattimenti potrebbero riprendere presto.
In molti pensano che la conquista del Nagorno Karabakh sia solo il primo passo verso un attacco su larga scala dell’Azerbaijan contro l’Armenia. Questi due Paesi, infatti, sono ancora ufficialmente in guerra.
«Anche se la questione del Nagorno Karabakh è ormai chiusa restano grossi ostacoli al raggiungimento di un trattato di pace - spiega Benyamin Poghosyan, Senior Fellow di Apri, think tank armeno focalizzato sulla politica estera - il governo azero ritiene che parte dell’Armenia appartenga storicamente all’Azerbaijan e vorrebbe prenderne possesso. Le loro autorità stanno facendo pressione perché quelle armene permettano il trasferimento in queste regioni di centinaia di migliaia di azeri e garantiscano loro abitazioni, istruzione e moschee. Erevan non accetterà mai, non è da escludere che quindi l’esercito azero attacchi per imporre queste condizioni».
L’occupazione di parte dell’Armenia rientra peraltro negli obiettivi strategici dell’Azerbaijan che ambisce a ottenere il controllo di un corridoio di terra che tagli in due in due l’Armenia e lo colleghi con la Turchia, suo grande alleato con il quale Erevan non ha mai normalizzato le proprie relazioni diplomatiche. Secondo Poghosyan l’attacco non è improbabile ma nemmeno certo. Ciò che è certa, invece, è la supremazia militare azera, che negli ultimi anni ha inflitto all’Armenia ripetute sconfitte sui campi di battaglia. In caso di attacco l’Armenia capitolerebbe rapidamente.
Nessun attore regionale (con l’eccezione dell’Iran che sta vivendo grandi tensioni con l’Azerbaijan) né internazionale è oggi disposto a difenderla militarmente. Non la Russia, che attraverso l’Azerbaijan esporta gli idrocarburi che non può più vendere in Europa. Non i Paesi occidentali, molti dei quali dipendono dal gas azero. «Nonostante il supporto politico che l’Armenia riceve dall’Occidente nessuno è pronto a inviare soldati in loco per difenderla da possibili attacchi», conclude Poghosyan. L’Armenia è più isolata che mai.
Lungo in confine con l’Azerbaijan i soldati armeni guardano verso i territori nemici. Sono ragazzi giovani vestiti con tute mimetiche, posizionati in piccole postazioni militari arroccate sui monti. Da qui, guardando in basso, vedono sventolare le bandiere azere con la mezzaluna. Sanno che da lì potrebbero presto partire gli attacchi. Loro attendono, pronti a difendersi anche se il nemico è ben più forte ed equipaggiato.