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“Usa e Israele si fermino, Hamas non deve perdere”. La linea rossa di Nasrallah

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L’atteso discorso del leader sciita punta più sulla politica che sulla strategia militare. “Non è una guerra come le altre, per raggiungere gli obiettivi serve pazienza”
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BEIRUT — La guerra, che per ora è una guerra di attrito ma può divampare in un fronte regionale: «Tutte le opzioni sono sul tavolo se non si fermeranno i massacri di Israele a Gaza». E la politica: questa è una battaglia «dei palestinesi per la Palestina» e «Hamas deve vincere». Mescola tutto sapientemente, Hassan Nasrallah, il chierico inventatosi comandante militare, che ieri dopo 25 giorni di silenzio dall’inizio del conflitto tra Israele e Hamas ha parlato alle piazze arabe, da Beirut a Sidone, da Tiro a Nablus.

A Dahieh, roccaforte di Hezbollah a sud di Beirut, tutto era stato allestito con cura: il maxischermo e il palco con la citazione di Khomeini: «Il mondo del futuro sarà il mondo della Palestina»; la playlist con la canzoni del movimento; i dolly per le riprese dall’alto e in movimento; il fiume di bandiere gialle distribuite al pubblico, donne e uomini rigorosamente separati.

BEIRUT — La guerra, che per ora è una guerra di attrito ma può divampare in un fronte regionale: «Tutte le opzioni sono sul tavolo se non si fermeranno i massacri di Israele a Gaza». E la politica: questa è una battaglia «dei palestinesi per la Palestina» e «Hamas deve vincere». Mescola tutto sapientemente, Hassan Nasrallah, il chierico inventatosi comandante militare, che ieri dopo 25 giorni di silenzio dall’inizio del conflitto tra Israele e Hamas ha parlato alle piazze arabe, da Beirut a Sidone, da Tiro a Nablus.

A Dahieh, roccaforte di Hezbollah a sud di Beirut, tutto era stato allestito con cura: il maxischermo e il palco con la citazione di Khomeini: «Il mondo del futuro sarà il mondo della Palestina»; la playlist con la canzoni del movimento; i dolly per le riprese dall’alto e in movimento; il fiume di bandiere gialle distribuite al pubblico, donne e uomini rigorosamente separati.

Molti si aspettavano un colpo di coda, l’affondo della milizia più forte nell’Asse della resistenza sponsorizzato dall’Iran. Ma Nasrallah ha parlato innanzitutto da leader politico di un partito che, seppur fiaccato, ha in mano la sicurezza del Libano, un Paese in ginocchio economicamente che non vuole un’altra guerra. Non abbiamo paura degli americani, dice Nasrallah, spostando subito il piano dello scontro, «abbiamo gli strumenti per difenderci anche dalle navi e dai sottomarini americani». Fissa due linee rosse: il cessate il fuoco e la vittoria di Hamas. Sono gli americani, dice, a dover fermare «i massacri perché dietro le azioni di Israele ci sono loro». Se questo non accadrà, «c’è il rischio reale di una guerra regionale». Ma la risposta sarà proporzionata e graduale. E non sarà solo libanese. Chiama in causa gli Houthi yemeniti, le milizie irachene che nelle scorse settimane hanno attaccato le basi americane in Sira e in Iraq. La strategia è quella della ragnatela, alternare i fronti per spiazzare le difese irsaeliane. In questo sanguinoso gioco delle parti, Nasrallah rivendica di aver aperto il fronte Sud: «Qualcuno ha pensato che con questo discorso avrei dichiarato guerra, ma non serve, siamo già in guerra dall’8 ottobre», rivendica, teniamo impegnato «circa il 30% dell’esercito israeliano, la metà delle sue difese aeree e gran parte della sua flotta». Se sarà necessario agiremo. Ma prima c’è la politica. Nasrallah parla dopo aver già parlato: con Qaani, capo dei Pasdaran, e con le autorità iraniane.

Insiste, lo ripete molte volte, che quella del 7 ottobre è stata «una operazione eroica di Hamas», un modo per separare la strategia anti-israeliana dell’Asse da quella palestinese, e riportare Gaza dentro un confine politico territoriale. «La nostra è una guerra di sostegno e di supporto». Gaza deve vincere, Hamas non può essere sconfitta, ribadisce. È nell’interesse anche dei Paesi arabi sunniti. «Qualcuno dice che se Gaza vince vince l’Iran, ma la vittoria di Gaza significa la vittoria della Palestina, la liberazione dei prigionieri, un beneficio per tutta la regione». Ecco perché Giordania, Egitto, Arabia Saudita, dovrebbero fare pressioni - «bloccate le vendite di petrolio e cibo a Israele» – perché «il 7 ottobre ha cambiato per sempre la regione» e non si tornerà indietro. Nega che ad uccidere i civili nei kibbutz siano stati i miliziani verdi, dà la colpa ai soldati israeliani, in una difesa apparentemente accorata di Hamas. Ma Hezbollah non è Hamas, i due movimenti sono molto diversi, hanno anche combattuto su fronti opposti in passato in Siria, e il partito di Dio non è disposto a distruggere il Libano per Haniyeh e compagni. La sconfitta di Hamas però significherebbe «che il prossimo a essere attaccato sarà Hezbollah, il Libano», e la fine della «causa palestinese», con la normalizzazione e l’isolamento dell’Iran. Questa «guerra è diversa da tutte le altre nel passato», sottolinea Nasrallah. Ci vuole tempo, «decisione, pazienza, resilienza per raggiungere un obiettivo dopo l’altro e impedire al nemico di ottenere i suoi».

L ’orizzonte lungo è quello di un nuovo governo a Gaza, che magari includa anche una parte di Hamas e un salvacondotto per i leader del gruppo più irriducibili. Se ne parla a Beirut e nelle altre capitali del mondo arabo. Quanto gli iraniani e Hezbollah siano disposti ad accettarlo, e a che condizioni, si vedrà. Di certo Teheran vuole un posto al tavolo delle trattative, si spiega anche così l’attendismo di Nasrallah. Che ieri, ha voluto soprattutto fissare le sue linee rosse per il Libano. «Se Israele attaccherà civili libanesi ci costringerà a rispondere: un civile israeliano per ogni civile libanese».

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