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Trump in aula al processo per frode. Sfida ai giudici: “È tutta una farsa”

(afp)
La procuratrice Letitia James: “Ha mentito per anni per arricchirsi e imbrogliare il sistema. Ma la giustizia prevarrà”. La replica dell’ex presidente: “È la più grande caccia alle streghe della storia, per danneggiarmi alle elezioni”
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NEW YORK - Sono passate da poco le dieci del mattino quando Donald Trump, scuro in volto, entra nell’aula 300 al terzo piano del tribunale di Manhattan su 60 Centre Street. Poco prima si è fermato a parlare con i giornalisti, accusando il giudice Arthur Engoron e la procuratrice Letitia James di essere due mascalzoni, impegnati nella «più grande caccia alle streghe della storia, per danneggiarmi alle elezioni. Non c’è alcun crimine. Il crimine lo stanno commettendo loro contro di me». È infuriato perché le altre quattro incriminazioni già ricevute rischiano di mandarlo in prigione, deragliando la sua seconda corsa alla Casa Bianca, ma questo processo civile minaccia di togliergli il controllo della sua impresa, l’impero su cui ha basato la propria storia e la sua fortuna.

NEW YORK - Sono passate da poco le dieci del mattino quando Donald Trump, scuro in volto, entra nell’aula 300 al terzo piano del tribunale di Manhattan su 60 Centre Street. Poco prima si è fermato a parlare con i giornalisti, accusando il giudice Arthur Engoron e la procuratrice Letitia James di essere due mascalzoni, impegnati nella «più grande caccia alle streghe della storia, per danneggiarmi alle elezioni. Non c’è alcun crimine. Il crimine lo stanno commettendo loro contro di me». È infuriato perché le altre quattro incriminazioni già ricevute rischiano di mandarlo in prigione, deragliando la sua seconda corsa alla Casa Bianca, ma questo processo civile minaccia di togliergli il controllo della sua impresa, l’impero su cui ha basato la propria storia e la sua fortuna.

In discussione c’è la causa presentata da James, che poco prima ha detto: «Trump ha mentito per anni allo scopo di arricchirsi e imbrogliare il sistema. Ma non importa quanto sei ricco o potente, perché davanti alla legge siamo tutti uguali». Lo accusa di aver gonfiato i valori delle sue proprietà per 2,2 miliardi di dollari per 10 anni. Lo ha fatto perché poteva ottenere prestiti e assicurazioni a condizioni vantaggiose, incassando milioni di dollari, salvo poi abbassare i valori quando si trattava di pagarci le tasse. Una frode che secondo la procuratrice dovrebbe costargli una multa da 250 milioni di dollari, la revoca della licenza per operare nel settore edile, ricevere prestiti dalle banche, e in sostanza perdere il controllo delle sue proprietà. «Una condanna a morte imprenditoriale», l’ha definita Trump.

Donald non saluta neppure il giudice e la procuratrice, mentre si siede in seconda fila al posto degli imputati. Sfoggia una cravatta azzurra, meno aggressiva del rosso a cui ha abituato il mondo. Il procuratore Kevin Wallace lo gela subito, facendo riferimento al giudizio preliminare emesso la settimana scorsa da Engoron, con cui il giudice ha riconosciuto che la frode è stata commessa: «Negli ultimi giorni - dice - questo processo è cambiato. Non stiamo più discutendo le accuse, perché sono state riconosciute come valide. Restano da definire l’illegalità delle azioni compiute, i rimedi e la punizione». Donald scrolla la testa, sussurrando qualcosa al suo avvocato Christopher Kise, che gli poggia una mano sulla spalla. Wallace descrive come venivano gonfiati i valori, e fa sentire una testimonianza registrata dell’ex avvocato di Trump, Michael Cohen, che spiega il perché: «Lui stabiliva quale doveva essere il valore e gli altri eseguivano. Voleva salire nella classifica dei ricchi di Forbes e ottenere vantaggi finanziari».

Quando Kise prende la parola, insiste soprattutto su un punto: «Non esiste una valutazione oggettiva degli immobili». Ognuno può averne una diversa, e quindi «non c’è stata alcuna frode o intenzione di commetterla». La sua collega Alina Habba si incarica di lanciare l’assalto politico: «Tutti hanno fatto soldi, nessuno è stato imbrogliato. Le proprietà del mio cliente sono come la Gioconda, attirano valutazioni enormi. Non è frode, è il mondo dell’edilizia». Accusa James di motivazioni politiche, costringendo il giudice ad ammonirla, perché «ho già stabilito che questo punto non ha merito e non va sollevato».

Trump, nella pausa pranzo, torna all’attacco: «Abbiamo una procuratrice razzista, e un giudice che andrebbe incriminato». Ripete che «il processo avviene ora solo per ostacolare la mia campagna presidenziale», anche se inchiesta e incriminazione erano avvenute prima che annunciasse la ricandidatura. Poi dice che «le dichiarazioni dei valori avvertivano di non essere attendibili», affermazione falsa che secondo lui dovrebbe metterlo al riparo dalle cause.

E aggiunge: «Il popolo non accetterà questo procedimento», riferendosi forse al voto presidenziale del prossimo anno, o magari a potenziali violenze. Il processo durerà fino al 22 dicembre e Trump testimonierà. Engoron deciderà da solo, perché l’ex presidente non ha chiesto una giuria. Donald ha già annunciato che farà appello, perché dà per scontata la condanna, ma è convinto che motiverà i suoi elettori: «Salgo sempre nei sondaggi, quando mi perseguitano». 

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