Ucraina più vicina alla Ue. Ma resta l’ostacolo dei sovranisti dell’Est
dal nostro inviato Fabio TonacciKIEV – La presenza è il messaggio. La presenza fisica a Kiev dei ministri europei degli Affari Esteri, dell’Alto rappresentante Josep Borrell e del commissario per l’allargamento Olivier Vargei, un fatto in sé storico, è il segnale più chiaro che il sentiero che conduce all’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea è lungo ma percorribile. Seppure, non privo di ostacoli.
«Ormai quasi nessuno, tra i governi, si oppone all’avvio dei negoziati di adesione», spiega un diplomatico dello staff di Borrell, uscendo dalla sala che ospita il primo Consiglio europeo informale convocato fuori dai confini dell’Ue e il primo a tenersi in una capitale in guerra. «Adesso basta solo che gli ucraini facciano i compiti a casa».
È ciò che promette, in apertura dei lavori, il presidente Zelensky. «Entro ottobre saremo in grado di rispettare le sette raccomandazioni della Commissione». Pare tutto in discesa, quindi. Il piano di pace in dieci punti dell’Ucraina è definito da Borrell «il piano», «…
KIEV – La presenza è il messaggio. La presenza fisica a Kiev dei ministri europei degli Affari Esteri, dell’Alto rappresentante Josep Borrell e del commissario per l’allargamento Olivier Vargei, un fatto in sé storico, è il segnale più chiaro che il sentiero che conduce all’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea è lungo ma percorribile. Seppure, non privo di ostacoli.
«Ormai quasi nessuno, tra i governi, si oppone all’avvio dei negoziati di adesione», spiega un diplomatico dello staff di Borrell, uscendo dalla sala che ospita il primo Consiglio europeo informale convocato fuori dai confini dell’Ue e il primo a tenersi in una capitale in guerra. «Adesso basta solo che gli ucraini facciano i compiti a casa».
È ciò che promette, in apertura dei lavori, il presidente Zelensky. «Entro ottobre saremo in grado di rispettare le sette raccomandazioni della Commissione». Pare tutto in discesa, quindi. Il piano di pace in dieci punti dell’Ucraina è definito da Borrell «il piano», «l’unico su cui la comunità internazionale sta veramente discutendo». E il sostegno economico e militare di Bruxelles viene ribadito e irrobustito dal capo della diplomazia europea con la doppia proposta di una nuova dotazione al Fondo europeo per la pace (20 miliardi di euro in quattro anni, coi primi 5 miliardi già nel 2024) e del finanziamento da 50 miliardi da pompare nel dissestato bilancio dell’Ucraina. «Spero di raggiungere l’accordo coi governi prima della fine dell’anno». E tuttavia, a guardare bene, sulla discesa si allungano ombre.
A cominciare dall’appello dei partecipanti a questo Consiglio, che è sì in trasferta e informale, quindi privo di misure concrete, ma comunque importante, soprattutto da un punto di vista simbolico. Il ministro ungherese Péter Szijjàrtò, Paese tuttora scettico nell’appoggiare a oltranza l’Ucraina contro la Russia, non si è visto. Non c’era sui treni notturni che hanno portato i politici a Kiev. E l’Ungheria è proprio il «quasi» di cui parlava il diplomatico: Budapest, infatti, continua a rimanere contraria all’avvio, previsto per dicembre, dei negoziati per l’adesione, perché ritiene che il Paese di Zelensky non garantisca del tutto la tutela delle minoranze, a cominciare da quella ungherese che vive nell’ovest.
A Kiev non ci sono nemmeno i ministri della Polonia e della Lettonia, sembra per motivi di salute. C’è invece il ministro slovacco Miroslav Wlachovsky, ma parla a nome di un governo che, dopo la vittoria del filorusso e anti-Nato Robert Fico alle elezioni di domenica, non ha più potere. E per votare sanzioni Ue alla Russia (è in preparazione il dodicesimo pacchetto), o il rinnovo di aiuti militari all’Ucraina, serve l’unanimità degli Stati membri. «Io, sinceramente, non vedo vacillamenti», è convinto Borrell.
Non è preoccupato neanche dalla posizione della Polonia, prossima alla tornata elettorale (si vota a metà ottobre), che ha fatto sapere a Kiev che non fornirà più armamenti nuovi, al massimo le rimanenze del vecchio arsenale. «L’Ue resta unita nel suo sostegno all’Ucraina», ripete Borrell più volte nell’arco della giornata, annunciando che 40 mila soldati ucraini, inclusi i piloti che dovranno salire sugli F16 promessi, saranno addestrati in Europa. «I missili e i droni di Putin non ci intimidiscono».
Tocca al ministro lituano Gabrielius Landsbergis rompere l’idillio, distillando realismo. «Gli eventi del weekend (le elezioni slovacche e lo stop temporaneo di Washington al pacchetto di aiuti dovuto alla necessità di evitare la paralisi amministrativa, ndr) hanno seminato dubbi sul futuro sostegno dell’Occidente». Sia il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, sia Antonio Tajani, considerano però la questione americana «soltanto un incidente di percorso», che «non cambia la linea di Washington».
Nei corridoi del palazzo del semi-vertice, quando ormai i ministri se ne sono andati, si avverte una certa preoccupazione. «Se gli Usa si smarcano il conflitto resterà e assumerà una dimensione interamente europea», confida un’altra fonte diplomatica. «A quel punto l’Europa non avrà né i mezzi né la capacità per sostituire gli Stati Uniti».