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Ashkelon, la città fantasma al confine con la Striscia. “Da qui sono andati via tutti”

(afp)

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Due abitanti su tre hanno lasciato la località. “Non ci sono neppure i rifugi”
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ASHKELON — Il signor Efi è stanco di giocare alla roulette russa: per questo, ha deciso di passare la mattina a godersi il sole con due amici davanti al suo chiosco di bibite. «Normalmente in questo periodo sarei aperto: ma adesso va così», dice. Poi si lancia in una raccomandazione: «Se senti la sirena corri lì dietro e buttati a terra. Ma fai veloce, qui non siamo a Tel Aviv, hai meno di trenta secondi prima del botto».

Così va la vita ad Ashkelon, l’ultima città israeliana prima di Gaza, quella che – con l’evacuazione di Sderot e di tutti i kibbutz lungo la linea del confine – è diventata l’ultimo avamposto civile prima della zona delle operazioni militari. Almeno sulla carta: perché nella realtà questa è una città fantasma. Più di 100mila sui 150mila residenti sono fuggiti, spaventati dalla prossimità con Gaza (il muro di separazione è a venti chilometri da qui, il rumore dei bombardamenti sulla Striscia è costante e le colonne di fumo provocate dalle esplosioni si vedono a…

ASHKELON — Il signor Efi è stanco di giocare alla roulette russa: per questo, ha deciso di passare la mattina a godersi il sole con due amici davanti al suo chiosco di bibite. «Normalmente in questo periodo sarei aperto: ma adesso va così», dice. Poi si lancia in una raccomandazione: «Se senti la sirena corri lì dietro e buttati a terra. Ma fai veloce, qui non siamo a Tel Aviv, hai meno di trenta secondi prima del botto».

Così va la vita ad Ashkelon, l’ultima città israeliana prima di Gaza, quella che – con l’evacuazione di Sderot e di tutti i kibbutz lungo la linea del confine – è diventata l’ultimo avamposto civile prima della zona delle operazioni militari. Almeno sulla carta: perché nella realtà questa è una città fantasma. Più di 100mila sui 150mila residenti sono fuggiti, spaventati dalla prossimità con Gaza (il muro di separazione è a venti chilometri da qui, il rumore dei bombardamenti sulla Striscia è costante e le colonne di fumo provocate dalle esplosioni si vedono ad occhio nudo) ma soprattutto dalla mancanza di rifugi. «Se lo raccontate in Europa non ci crede nessuno – insiste il signor Efi, che non vuole dare il suo cognome e si fa fotografare solo di spalle per non alienarsi «quelli che contano» – siamo il posto più vicino alla Striscia e quello con meno rifugi. La colpa? Dei politici, naturalmente».

Quella che il gestore del chiosco sulla spiaggia riassume con una battuta universale è una battaglia lunga anni: Ashkelon, come la vicina Sderot, è una delle città più povere di Israele, nata per ospitare le ondate di immigrati che a più riprese sono arrivate nello Stato ebraico. Russi, etiopi, ucraini, tutti abitano qui, in condomini popolari di rara bruttezza venuti su dagli anni ’60 in poi: rigorosamente senza rifugi anti-missile. Per anni sia il sindaco – Tomer Glam, del Likud, come il premier Netanyahu – sia i comitati di cittadini che si battono contro di lui hanno chiesto al governo soldi per costruirli, lanciato petizioni, messo in scena proteste. Il risultato sono safe room simili a scatolette di tonno che alcune organizzazioni internazionali hanno installato gratuitamente in vari punti della città: utili, ma clamorosamente insufficienti. E una serie di tira e molla di avvocati e tribunali culminati in stanziamenti governativi promessi, ma mai arrivati.

«Parlare con lei? Sì certo – dice l’avvocato Alon Goren, incontrato nella zona vecchia della città – ma qui no. Il rifugio è troppo lontano. Spostiamoci più vicino e le rispondo volentieri». Non è paranoia quella del legale: 160 razzi hanno colpito Ashkelon nelle prime due settimane di guerra, uno è arrivato direttamente nel reparto maternità dell’ospedale che era stato sgomberato solo poche ore prima. Decine di persone sono state ferite. Poco consola il fatto che i razzi intercettati dall’Iron Dome siano molti di più di quelli caduti: la realtà è che tutta la tecnologia di Israele non può fermare una pioggia che da queste parti è continua.

Per questo il governo ha inserito buona parte degli abitanti della città nel programma di spostamento della popolazione partito subito dopo il lancio dell’offensiva militare: ma l’iniziativa non è mai decollata, sia per mancanza di fondi che per il rapido esaurimento delle risorse stanziate. Il risultato è che chi ha trovato posto da parenti, amici o in strutture che offrono alloggio gratuito o enti vari – come il Maccabi Center di Ramat Gan, dove è nata anche una tendopoli per i rifugiati – è fuggito: gli altri sono rimasti. O, come il signor Efi, sono andati via, ma quando hanno finito i soldi sono stati costretti a tornare. «Due settimane in albergo di tasca mia. Con il chiosco fermo. Di più non potevo fare», spiega. Così, guarda il mare e aspetta. Due giorni fa, un missile è caduto poco distante, nel mare qui davanti. «Un gran botto, ma niente danni», conclude. Aspettando il prossimo giro di roulette russa.

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