L’incubo della famiglia che vive davanti all’ospedale dove piovono le bombe
di Sami al-AjramiKHAN YOUNIS — La morsa dell’esercito israeliano su Gaza City si fa sempre più stretta. I combattimenti sono arrivati ormai anche in aree urbane dove ci sono ancora numerosi civili. Si bombarda e combatte su tre direttrici. Una di queste è l’area di Tel al-Hawa: il quartiere dove sorge l’università islamica, il ministero degli Interni e la sede dell’Autorità Nazionale Palestinese. Qui la media borghesia locale vive nelle sue “Residential Towers”, palazzi di 10 piani ciascuno costruiti negli anni 90: insieme all’ospedale Al Quds, proprio di fronte. In uno di questi edifici vive Hassan Ashur, 36 anni, con la moglie e due figli, un bimbo di 7 anni e una di 4. Sono fra quelli che, dopo aver provato a sopravvivere a Sud, hanno scelto di tornarsene a casa loro giudicando terribili le condizioni in cui sono costretti gli evacuati sotto il Wadi Gaza. Convinti che casa loro fosse nel luogo più sicuro della Striscia, ci sono rientrati: «Non bombarderanno mai l’area dell’ospedale, ci sono 40 mila…
KHAN YOUNIS — La morsa dell’esercito israeliano su Gaza City si fa sempre più stretta. I combattimenti sono arrivati ormai anche in aree urbane dove ci sono ancora numerosi civili. Si bombarda e combatte su tre direttrici. Una di queste è l’area di Tel al-Hawa: il quartiere dove sorge l’università islamica, il ministero degli Interni e la sede dell’Autorità Nazionale Palestinese. Qui la media borghesia locale vive nelle sue “Residential Towers”, palazzi di 10 piani ciascuno costruiti negli anni 90: insieme all’ospedale Al Quds, proprio di fronte. In uno di questi edifici vive Hassan Ashur, 36 anni, con la moglie e due figli, un bimbo di 7 anni e una di 4. Sono fra quelli che, dopo aver provato a sopravvivere a Sud, hanno scelto di tornarsene a casa loro giudicando terribili le condizioni in cui sono costretti gli evacuati sotto il Wadi Gaza. Convinti che casa loro fosse nel luogo più sicuro della Striscia, ci sono rientrati: «Non bombarderanno mai l’area dell’ospedale, ci sono 40 mila persone lì dentro», ha ripetuto più volte il capofamiglia agli amici.
Certo, finora vivere vicini all’Al Quds ha offerto indubbiamente dei vantaggi. Cure a portata di mano se necessarie. E poi lì c’è ancora corrente grazie ai generatori: e dunque, affrontando una lunga fila, ci si va a caricare il cellulare. Non solo: in virtù delle tante persone rifugiate, è uno dei luoghi dove sono arrivati per primi gli aiuti umanitari: e quindi anche dove andare a cercare da mangiare. Tanto più che nei giorni più tranquilli, davanti, ci si è tenuto perfino una sorta di mercato. Le cose sono cambiate rapidamente. Da 24 ore gli Ashur sono invece terrorizzati, pentiti della scelta. Le operazioni militari sono ormai vicinissime: pure il loro palazzo è stato preso di mira. Non con le bombe, che altrimenti non starebbero a raccontarlo: ma con l’artiglieria. A quanto pare tutte le Towers sono state colpite: per dissuadere la gente dall’andare sui tetti per cercar di capire quanto è vicina la battaglia.
Da ieri, vivono dunque nascosti nel seminterrato con altre famiglie. Hanno quasi finito le provviste, ma non si arrischiano a uscire. Inutile tentare di entrare all’al-Quds: è colmo, ci sono 40mila persone al suo interno. E comunque nemmeno gli ospedali sono più sicuri: le bombe cadono anche lì e ieri due persone sono morte proprio al suo ingresso. Persino ambulanze cariche di feriti da evacuare in Egitto sono state colpite. È morto anche un altro giornalista, Mohammad Abu Hattab. Il suo collega Salman al-Bashir lo ha saputo mentre era in diretta tv, e in lacrime si è levato casco e giubbotto antiproiettile: «Tanto è solo questione di tempo».
In teoria, l’esercito sta ancora dicendo ai civili di evacuare. Ma poi spara su tutto ciò che si muove. Chi non si è allontanato in tempo è letteralmente abbandonato a sé stesso. Gaza è ormai divisa in due, e anche la strada costiera Al Rashid, che attraversa in verticale la Striscia, non è più praticabile. Chi prova ad incamminarcisi viene ucciso. Nel buio della cantina, rannicchiati al freddo intorno a un fornelletto a gas da campo che non basta nemmeno a bollire un po’ d’acqua calda per i bambini, gli Ashur si tengono in contatto col mondo solo col cellulare, che accendono ogni tanto, per non consumare troppa batteria: «Si combatte ancora?», «Faranno il cessate il fuoco?», «Quando potremo uscire di qui?», sono gli sms disperati che inviano agli amici a Sud. Ma nessuno ha buone notizie da dargli né parole per sostenerli. Solo un consiglio: «Razionate al massimo il cibo e tenete duro. Che Dio vi aiuti».
(testo raccolto da Anna Lombardi)