Germania, tra i cortei filopalestinesi spuntano simboli jihadisti e inni al califfato
dalla nostra corrispondente Tonia MastrobuoniBERLINO - È un mare di bandiere palestinesi a invadere alle due di pomeriggio e sotto un sole pallido la piazza antistante ad Alexanderplatz. E da lì il corteo comincia a snodarsi lentamente lungo la centrale Unter den Linden, in direzione Potsdamer Platz. Da subito gli slogan più gridati della manifestazione indetta nella capitale a sostegno del popolo palestinese sono “Free Palestine” e “Viva Palestina”, i cartelli più visti quelli che chiedono il cessate il fuoco “subito”. Tra chi è sceso in piazza nonostante il freddo pungente – moltissimi i giovani e le famiglie, ma anche qualche incappucciato – si scorgono cartelli che invitano a “fermare il genocidio a Gaza” e a “finirla con la cultura dell’apartheid” israeliana. Erano annunciati mille partecipanti, verso le cinque del pomeriggio è già chiaro, secondo la polizia, che sono almeno 8.500. E che non tutti sono pacifici: i fermi sono 59, decine le denunce per incitazione all’odio razziale e i sequestri di cartelli e simboli proibiti…
BERLINO - È un mare di bandiere palestinesi a invadere alle due di pomeriggio e sotto un sole pallido la piazza antistante ad Alexanderplatz. E da lì il corteo comincia a snodarsi lentamente lungo la centrale Unter den Linden, in direzione Potsdamer Platz. Da subito gli slogan più gridati della manifestazione indetta nella capitale a sostegno del popolo palestinese sono “Free Palestine” e “Viva Palestina”, i cartelli più visti quelli che chiedono il cessate il fuoco “subito”. Tra chi è sceso in piazza nonostante il freddo pungente – moltissimi i giovani e le famiglie, ma anche qualche incappucciato – si scorgono cartelli che invitano a “fermare il genocidio a Gaza” e a “finirla con la cultura dell’apartheid” israeliana. Erano annunciati mille partecipanti, verso le cinque del pomeriggio è già chiaro, secondo la polizia, che sono almeno 8.500. E che non tutti sono pacifici: i fermi sono 59, decine le denunce per incitazione all’odio razziale e i sequestri di cartelli e simboli proibiti.
Gli agenti in tenuta antisommossa fanno avanti e indietro lungo il corteo, controllano i cartelli, le bandiere, persino le spille sugli zaini. La portavoce della polizia, Anja Dersche, spiega a Repubblica che è ovviamente consentito gridare “free Palestine” o slogan di solidarietà verso il popolo palestinese, ma che ci sono dei “limiti”. “Durante il corteo sono vietati inni all’odio contro Israele e slogan antisemiti e parole d’ordine che mettano in discussione l’esistenza di Israele”. Anche simboli di Hamas o di Samidoun e altre organizzazioni fuorilegge sono proibiti, aggiunge Dersche.
Nelle scorse settimane c’erano state enormi polemiche – e non solo in Germania – perché alcune proteste filopalestinesi non erano state autorizzate. I paletti, in realtà, sono ben definiti, anche dal codice penale. E scontati. Chi incita all’odio e vuole cancellare Israele dalle carte geografiche, nella patria della Shoah non lo può fare.
I poliziotti sembrano particolarmente attenti dopo quanto accaduto venerdì sera a Essen. Nel cuore della Ruhr, nella città dei Krupp e delle acciaierie dove milioni di migranti hanno contribuito a costruire il miracolo economico tedesco, si sono diffuse nella notte, come un fuoco, immagini e video agghiaccianti. Tremila manifestanti hanno percorso le vie del centro inneggiando al califfato, tenendo in alto l’indice – un simbolo dell’islamismo radicale – sventolando bandiere dei fondamentalisti di Hizb ut-Tahrir, un’organizzazione vietata in Germania dal 2003 che punta all’istituzione del califfato, esattamente come l’Isis. E, a dimostrazione del loro radicalismo, gli organizzatori hanno diviso la manifestazione in due, separando gli uomini dalle donne, costrette a marciare in coda al corteo.
Alla manifestazione berlinese i simboli proibiti non ci sono. Ma quando siamo all’altezza dell’università Humboldt, tra i tigli echeggia anche “from the river to the sea”, e ormai chiunque sa che è uno slogan vietato. Esprime l’augurio che la Palestina si estenda dal Giordano al Mediterraneo, cancellando Israele. Un altro inno non esattamente pacifico, che viene scandito in vari momenti della manifestazione è “bombardate Israele”.
Intorno alle sei e mezza la polizia diffonde un primo numero: i fermi sono 59. E la polizia stessa fa sapere su X che qualcuno ha cercato di salire sulla statua di Nettuno. La Bild, che in questi giorni fa un po’ fatica a distinguere tra manifestazioni pacifiche e non, titola a prescindere sugli “odiatori degli ebrei”. E racconta con l’ausilio di alcune foto che un manifestante ha cercato di spaccare il tridente della statua. Tra i cartelli, molte foto terribili di civili palestinesi uccisi dalle bombe su Gaza. Ma quando un pugno di ragazzi vuole unirsi al corteo con uno slogan contro Hamas e contro i terroristi della strage degli israeliani del 7 ottobre, il servizio d’ordine del corteo li ferma. All’angolo di Potsdamer Platz, poco prima che la manifestazione si sciolga senza ulteriori incidenti, scorgiamo una ragazza che tiene in mano un fagotto bianco. È il simbolo, mi spiega, “dei bambini uccisi a Gaza”.