Jacopo Intini, il cooperante italiano uscito da Gaza: “Lavorare nella Striscia ora è impossibile ma voglio tornare al più presto”
di Alessia CanditoJacopo Intini, uno degli operatori umanitari usciti da Gaza
(ansa)“Con il corpo siamo al Cairo, quasi in Italia, con la testa siamo ancora dentro Gaza”. Con la moglie e collega Amal Khayal, il cooperante del Ciss di Palermo Jacopo Intini è stato uno dei primi internazionali usciti da Gaza il 2 novembre, dopo ventisei giorni sotto i bombardamenti.
Insieme agli altri italiani e palestinesi con doppia cittadinanza oggi dovrebbero rientrare in Italia, dopo un paio di giorni al Cairo dove tutti sono stati trasferiti dopo aver attraversato il valico di Rafah, due giorni fa aperto per la prima volta dall’inizio della guerra. “La prima notte dopo essere usciti da Gaza - racconta - è stato difficile prendere sonno. Abbiamo realizzato di non essere più abituati a letti normali e materassi. Le ultime due settimane le abbiamo passate a dormire in macchina”.
E la mattina dopo, il primo pensiero?
“È stato difficile realizzare che eravamo riusciti a raggiungere Il Cairo. Il primo pensiero è andato alle persone che ci siamo lasciati alle spalle, tutti quelli ch…
“Con il corpo siamo al Cairo, quasi in Italia, con la testa siamo ancora dentro Gaza”. Con la moglie e collega Amal Khayal, il cooperante del Ciss di Palermo Jacopo Intini è stato uno dei primi internazionali usciti da Gaza il 2 novembre, dopo ventisei giorni sotto i bombardamenti.
Insieme agli altri italiani e palestinesi con doppia cittadinanza oggi dovrebbero rientrare in Italia, dopo un paio di giorni al Cairo dove tutti sono stati trasferiti dopo aver attraversato il valico di Rafah, due giorni fa aperto per la prima volta dall’inizio della guerra. “La prima notte dopo essere usciti da Gaza - racconta - è stato difficile prendere sonno. Abbiamo realizzato di non essere più abituati a letti normali e materassi. Le ultime due settimane le abbiamo passate a dormire in macchina”.
E la mattina dopo, il primo pensiero?
“È stato difficile realizzare che eravamo riusciti a raggiungere Il Cairo. Il primo pensiero è andato alle persone che ci siamo lasciati alle spalle, tutti quelli che non sono riusciti a uscire, ai colleghi rimasti nei rifugi ai familiari sfollati, a conoscenti, amici”.
Che situazione c’era quel primo giorno al valico?
“Al valico abbiamo trovato almeno 500 persone, che si sono riversate lì nella speranza di poter riuscire a passare pur non essendo nella lista. Tra i palestinesi c’era anche il timore di non poter più tornare indietro, motivo per cui molte persone sono rimaste nelle loro case anche quando hanno ricevuto l’ordine di evacuazione. A molti ricorda quello che è successo nel ’48, quando molte persone sono sfollate nella speranza di poter tornare dopo pochi giorni e invece sono ancora oggi nei campi profughi in tutto il Medio Oriente”.
Perché avete deciso di uscire da Gaza?
“La decisione è stata molto sofferta e anche adesso non sono sicuro che sia stata la cosa migliore, ma di certo è stata quella necessaria. Il mio pensiero va a tutte quelle persone che sono ancora dentro”.
Prima della guerra, ha mai messo in conto una situazione del genere?
“Lavorando da anni in Palestina ero consapevole di potermi trovare in situazioni di questo tipo, ma una cosa è pensare e prepararsi al peggio e una cosa è viverlo”.
Riavvolgendo il nastro di questi 26 giorni, c’è stato un momento in cui ha avuto davvero paura?
“Ovviamente ci sono stati molti momenti in cui ho avuto paura e in cui la situazione si è fatta molto difficile per me. Ma bisogna rimanere con la mente più lucida possibile perché la capacità di prendere una decisione velocemente può salvare la vita”.
Si è mai pentito di aver scelto di vivere e lavorare a Gaza?
“No, mai. Lì ho un pezzo di cuore e sicuramente ci tornerò. È il mio ruolo ed è quello in cui credo. Gaza viene spesso raccontata come un luogo di distruzione e sofferenza, ma c’è una popolazione che vuole vivere, resiliente, che non si arrende”.
Da quando è iniziata la guerra, com’è stata la vostra vita dentro?
“La nostra operatività è stata molto limitata ed è arrivata anche ad essere completamente interrotta sia per questione di sicurezza, sia perché i nostri colleghi sono sfollati con le proprie famiglie, alcuni hanno perso la casa, e questo ha condizionato la nostra capacità di intervento. Gli operatori umanitari non sono immuni da questa situazione e anche loro sono vittime della devastazione provocata da questa guerra”.
A suo parere, da fuori si ha la percezione di quello che sta succedendo?
“Non credo che da fuori si abbia idea di quello che sta succedendo dentro Gaza. La gente chiede di essere ascoltata e di essere aiutata. Abbiamo visto strutture sanitarie, mediche, ospedali colpiti e danneggiati, rifugi colpiti e danneggiati. La popolazione civile deve essere protetta”.
Adesso cosa farà? Pensa di tornare prima o poi in Palestina?
“Tornerò in Italia per rassicurare la mia famiglia e i miei colleghi, ma sarà una soluzione temporanea perché l’intenzione è quella di tornare al Cairo il prima possibile, nella speranza di poter rientrare a Gaza per poter continuare a lavorare”.
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