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A Gaza colpite scuole e una moschea, l’Idf: “Hamas usa ambulanze civili”

Esplosioni anche all’ospedale pediatrico al Nasser. Spari sulle vie di fuga, ma Israele accusa i miliziani
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«Nessun posto è sicuro oggi a Gaza». Quando padre Gabriel Romanelli, parroco dell’unica chiesa cattolica di Gaza, ci diceva queste parole qualche giorno fa a Gerusalemme, forse non immaginava che bastava una sola giornata per spiegare, fatti alla mano, cosa intendesse con «nessun posto». Ieri purtroppo è stata quella giornata, con i titoli delle agenzie internazionali che battevano, minuto per minuto, la lista degli obiettivi civili colpiti dagli israeliani. E quella delle azioni con cui Hamas avrebbe impedito alla popolazione di Gaza di mettersi in salvo. Un’ambulanza appena uscita dall’ospedale di Shiva, una moschea, una scuola delle Nazioni unite e una gestita dalle suore cattoliche, l’ospedale pediatrico al Nasser nella prima lista. Civili uccisi mentre cercavano di mettersi in salvo muovendosi verso Sud nella finestra di tempo senza bombardamenti promessa dall’esercito israeliano. In ogni caso c’è una spiegazione, una controverità. L’ambulanza sarebbe stata usata da Hamas per tra…

«Nessun posto è sicuro oggi a Gaza». Quando padre Gabriel Romanelli, parroco dell’unica chiesa cattolica di Gaza, ci diceva queste parole qualche giorno fa a Gerusalemme, forse non immaginava che bastava una sola giornata per spiegare, fatti alla mano, cosa intendesse con «nessun posto». Ieri purtroppo è stata quella giornata, con i titoli delle agenzie internazionali che battevano, minuto per minuto, la lista degli obiettivi civili colpiti dagli israeliani. E quella delle azioni con cui Hamas avrebbe impedito alla popolazione di Gaza di mettersi in salvo. Un’ambulanza appena uscita dall’ospedale di Shiva, una moschea, una scuola delle Nazioni unite e una gestita dalle suore cattoliche, l’ospedale pediatrico al Nasser nella prima lista. Civili uccisi mentre cercavano di mettersi in salvo muovendosi verso Sud nella finestra di tempo senza bombardamenti promessa dall’esercito israeliano. In ogni caso c’è una spiegazione, una controverità. L’ambulanza sarebbe stata usata da Hamas per trasportare i suoi uomini, e scuole e moschee non sarebbero state obiettivi ma avrebbero risentito dei danni provocati a strutture vicine, sostiene l’Idf. Nessun attacco a chi tentava la fuga, ribatte Hamas.

Verificare in maniera indipendente è impossibile: la Striscia è sigillata dal 7 ottobre. Giornalisti e operatori umanitari che sono all’interno non sono considerati testimoni attendibili dallo Stato ebraico e dai suoi media.

Cosa è legittimo e cosa no per un Paese che ha visto 1.400 persone, per la maggior parte suoi cittadini, assassinate in modo brutale in un tranquillo sabato di ottobre? Dove deve fermarsi la voglia di rivalsa, di vendetta, la ricerca di una soluzione definitiva? La domanda più difficile di questo mese di guerra è quella che il segretario di Stato Usa Antony Blinken ha portato con sé a Tel Aviv venerdì, e che da settimane gli esperti di diritto internazionale dibattono in articoli sulle riviste specializzate e interventi radio e tv. A Blinken che sottolineava i numeri altissimi di civili uccisi e feriti nell’operazione Swords of Iron (9.700 vittime, secondo i numeri del ministero della Salute di Gaza, controllato da Hamas) e il fatto che le immagini da Gaza stessero alienando a Israele il supporto delle opinioni pubbliche occidentali, il premier Benjamin Netanyahu ha offerto – riferiscono i media locali – la stessa risposta che aveva dato ai giornalisti internazionali due giorni prima di incontrare Blinken: «Stiamo facendo tutto il possibile per evitare di coinvolgere i civili. Abbiamo avvisato la popolazione di spostarsi nel Sud della Striscia e stabilito finestre di tempo per consentire questa operazione. Ma Hamas impedisce alla gente di andare via perché vuole incrementare il numero di vittime per accusarci».

La realtà è che non esiste soluzione semplice di fronte a un’organizzazione come Hamas che, del suo mescolarsi fra i civili, del nascondere armi e centri di comando di fronte a obiettivi che le Convenzioni di Ginevra (i trattati internazionali nati dopo la Seconda guerra mondiale per stabilire norme basilari che neanche in guerra devono essere violate e regole di protezione dei civili) etichettano come «da proteggere», ha fatto un modus operandi: come numerosi altri gruppi fuori e dentro il Medio Oriente, del resto.

Fra i fiumi di inchiostro versati in queste settimane sull’argomento, spiccano le parole che lo storico Michael Ignatieff, ex direttore del Carr Center for Human Rights Policy alla Kennedy School of Government dell’Università di Harvard, ha affidato all’Atlantic qualche giorno fa. «Per Israele questa è una battaglia contro un nemico mortale e senza principi. Ma è anche un test dei suoi valori e dei suoi principi come nazione. È in ballo la sopravvivenza fisica di Israele ma anche la sua identità morale e la sua reputazione politica nel mondo. Israele può scegliere di buttare le Convenzioni di Ginevra fuori dalla finestra nel tentativo di distruggere Hamas, ma se le abbandonerà farà un danno duraturo alla sua etica nazionale e alla sua posizione nel mondo. Aderire ai principi di Ginevra è essenziale per Israele al fine di raggiungere il suo obiettivo strategico, che è quello di distruggere Hamas, non il popolo palestinese. E di stabilire sicurezza ai suoi confini».

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