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Chi è Abu Mazen e perché il suo ruolo può essere cruciale per il dopoguerra di Gaza

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Dal doppio nome agli studi a Mosca, dalla nomina a primo ministro all’eredità di Arafat fino al crollo dei consensi. Ora la visita del segretario di Stato Blinken a Ramallah rilancia il suo ruolo
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Quando nel 2004 morì Yasser Arafat e Abu Mazen prese il suo posto, in Israele e negli Stati Uniti molti pensarono che i palestinesi avessero finalmente il leader giusto per fare la pace con lo Stato ebraico. Quasi vent’anni più tardi, il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) non soltanto non ha raggiunto l’obiettivo, ma appare troppo vecchio e troppo screditato agli occhi del suo stesso popolo.

Eppure, il suo incontro di oggi a Ramallah con il segretario di Stato americano Antony Blinken rivela che Washington punta su di lui per il dopoguerra di Gaza e per rilanciare il negoziato di pace con Israele. Non è più il partner ideale, ma è al momento l’unico con cui riavviare il dialogo e provare a ricucire le profonde ferite aperte dall’attacco di Hamas di un mese fa e dalla risposta militare israeliana.

Gli studi a Mosca

Nato nel 1935 a Safed, in Galilea, quando la Palestina era una colonia britannica, Mahmud Abbas, questo il suo nome all’anagrafe anche se tutti preferi…

Quando nel 2004 morì Yasser Arafat e Abu Mazen prese il suo posto, in Israele e negli Stati Uniti molti pensarono che i palestinesi avessero finalmente il leader giusto per fare la pace con lo Stato ebraico. Quasi vent’anni più tardi, il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) non soltanto non ha raggiunto l’obiettivo, ma appare troppo vecchio e troppo screditato agli occhi del suo stesso popolo.

Eppure, il suo incontro di oggi a Ramallah con il segretario di Stato americano Antony Blinken rivela che Washington punta su di lui per il dopoguerra di Gaza e per rilanciare il negoziato di pace con Israele. Non è più il partner ideale, ma è al momento l’unico con cui riavviare il dialogo e provare a ricucire le profonde ferite aperte dall’attacco di Hamas di un mese fa e dalla risposta militare israeliana.

Gli studi a Mosca

Nato nel 1935 a Safed, in Galilea, quando la Palestina era una colonia britannica, Mahmud Abbas, questo il suo nome all’anagrafe anche se tutti preferiscono chiamarlo Abu Mazen, si è laureato in legge a Damasco e ha ottenuto poi un dottorato dall’università Patrick Lumumba di Mosca, dove hanno studiato molti futuri dirigenti di Paesi alleati dell’allora Unione Sovietica. Fin da giovane ha militato nell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) ed è stato insieme ad Arafat uno dei fondatori di Fatah, il principale partito palestinese. Ha diretto il dipartimento affari esteri e in tale veste fu uno dei negoziatori palestinesi nelle trattative con Israele, prima segrete poi alla luce del sole, che nel 1993 hanno portato alla storica stretta di mano fra Arafat e il premier israeliano Rabin alla Casa Bianca.

La nomina a primo ministro

Sotto pressione di Usa e Israele, Arafat lo ha promosso primo ministro. L’intesa fra i due a quel punto non era più buona. Abu Mazen rimproverava ad Arafat di ostacolarlo nel mantenimento della sicurezza nei Territori Autonomi governati dall’Anp in Cisgiordania e a Gaza: in sostanza, di impedirgli di usare le forze di sicurezza palestinesi per arrestare ed eliminare estremisti e terroristi contratti a ogni compromesso con Israele. Quando nel 2004 Arafat muore, Abu Mazen è il suo erede designato. Viene eletto presidente dell’Anp l’anno seguente e finalmente potrebbe realizzare quegli accordi che Arafat aveva rifiutato nel 2000 al summit di Camp David con il nuovo primo ministro israeliano Barak.

L’erede di Arafat

In un discorso che ha segnato una svolta, appena eletto nel nuovo incarico Abu Mazen afferma, riferendosi agli attentati della seconda Intifada, scoppiata dopo il fallimento del vertice di Camp David, che “la lotta armata ha danneggiato il popolo palestinese” e che l’obiettivo di uno stato palestinese può essere raggiunto soltanto attraverso la convivenza pacifica con Israele. Ma a quel punto nascono nuovi problemi. Hamas vince le elezioni legislative palestinesi del 2006 e, nel corso di una guerra intestina contro Fatah che causa più di 800 morti, prende il potere a Gaza auto proclamandosi l’unico vero rappresentante dei palestinesi.

La lotta con Hamas

Nel 2007 le due fazioni si accordano per un governo di unità nazionale, sotto la presidenza di Abu Mazen, ma poco per volta la cooperazione svanisce e riprendono violenze e rivalità: Hamas nomina un primo ministro a Gaza, l’Anp di Abu Mazen ne nomina un altro in Cisgiordania. Citando la difficoltà a svolgere nuove elezioni a causa dell’occupazione israeliana, Abu Mazen rinvia continuamente il ricorso alle urne e si fa praticamente eleggere dal Comitato Centrale di Fatah presidente a vita. Nonostante vari tentativi di risolverlo, il conflitto con Hamas prosegue: d’accordo con Israele ed Egitto, nel 2014 Abu Mazen appoggia il blocco di Gaza e l’allagamento dei tunnel con cui Hamas fa entrare armi e esplosivo nella striscia.

La nuova guerra di Gaza

E quando il 7 ottobre scorso scoppia la nuova guerra di Gaza, con il massacro commesso da Hamas in Israele e la dura reazione militare israeliana per eliminare Hamas da Gaza, il presidente dell’Anp adotta una posizione equidistante, condannando “l’uccisione di civili da entrambe le parti perché contrarie alle leggi morali, religiose e internazionali”, chiede il rilascio “di tutti gli ostaggi e i detenuti” israeliani e palestinesi, domanda un cessate il fuoco. Il 18 ottobre avrebbe dovuto incontrare ad Amman il presidente Biden insieme ai leader arabi, ma è costretto a cancellare la visita per la strage nell’ospedale di Gaza City, attribuita da Hamas e dalla quasi totalità del mondo arabo a un missile israeliano, sebbene indagini indipendenti abbiano poi dimostrato che è stata quasi sicuramente causata da un razzo della Jihad islamica ricaduto per errore sull’ospedale. Adesso la visita del segretario di Stato Blinken a Ramallah rilancia il ruolo di Abu Mazen per il dopoguerra di Gaza e per la ripresa dei negoziati con Israele.

Il crollo dei consensi

Un problema è che tra i palestinesi di Gaza e anche di Cisgiordania i consensi nei suoi confronti sono in declino da tempo. Per tre ragioni. La prima è che, ottemperando agli accordi di pace del 1993, Abu Mazen ha praticamente fatto da poliziotto per conto di Israele nella caccia ai terroristi palestinesi, in parte colpendoli con le forze di sicurezza dell’Anp, in parte lasciando mano libera all’esercito e ai servizi di sicurezza israeliani per raid nelle città palestinesi. In cambio avrebbe dovuto ottenere uno stato palestinese, ma i negoziati per arrivare a questo obiettivo, in particolare da quando al governo di Israele c’è Benjamin Netanyahu, sono rallentati e poi si sono fermati del tutto, per cui Abu Mazen ha poco da mostrare al proprio popolo.

La seconda ragione è che Netanyahu ha fatto di tutto per delegittimarlo, come dimostra anche la recente decisione di bloccare i fondi a lui destinati: Israele trattiene le tasse su prodotti e salari palestinesi, che dovrebbe poi versare all’Anp, ma come rappresaglia per violenze e tensioni li ha ripetutamente bloccati. Risultato: l’Anp non ha più praticamente nemmeno i soldi per pagare i 30 mila uomini delle proprie forze di sicurezza.

[[(gele.Finegil.StandardArticle2014v1) La versione di Ramallah: “Né con lo Stato ebraico né con quello di Hamas”]]

E la terza ragione del crollo di consensi per Abu Mazen è la corruzione, un male che ha toccato molti altri leader palestinesi, Arafat compreso ma che lo ha visto diventare bersaglio di un costume ampiamente diffuso. Le centinaia di milioni di dollari di aiuti che arrivano ogni anno all’Anp da Usa, Ue e organizzazioni internazionali passano da Abu Mazen, sospettato di intascarne una parte. Se anche questo non fosse vero, i suoi due figli maschi, entrambi agiati uomini d’affari, usufruiscono notoriamente di appalti da parte dell’Anp che li hanno sempre più arricchiti.

Il negazionismo dell’Olocausto

A sporcare la sua immagine, infine, contribuisce la lunga serie di dichiarazioni fatte da Abu Mazen per minimizzare la Shoah. Una serie iniziata già con la sua tesi di dottorato, che era centrata sui “rapporti fra nazismo e sionismo”, poi proseguita con l’affermazione che il numero degli ebrei sterminati nei campi di concentramento era “al massimo 800 mila” e sarebbe stato “fortemente esagerato” dagli stessi ebrei per scopi propagandistici. L’ultimo incidente di questo tipo è del 2022, quando dopo un incontro in Germania con il cancelliere Scholz disse che i palestinesi “hanno subito innumerevoli Olocausti”, un commento criticato dallo stesso Scholz come il tentativo di sminuire la tragedia della Shoah.

L’unico interlocutore

Troppo anziano (compie 88 anni fra pochi giorni), sospettato di corruzione, screditato dal negazionismo dell’Olocausto e considerato dal proprio popolo una sorta di “collaborazionista” di Israele, Abu Mazen sembra egualmente l’unico interlocutore con cui Washington e Gerusalemme possono al momento pensare di creare un governo palestinese a Gaza, una volta smantellata Hamas, e di rilanciare il processo di pace.

Ci sono altri candidati, da Morwan Barghuti, da vent’anni in carcere in Israele per terrorismo, beniamino di molti radicali palestinesi, a Mohammed Dahlan, l’ex-capo dei servizi di sicurezza di Arafat a Gaza, ora in esilio in Dubai, beniamino dei moderati. C’è anche chi auspica la ricomposizione di un governo di unità nazionale di cui possano fare parte anche elementi di Hamas, in cambio della rinuncia a terrorismo e lotta armata. Ma tutte queste sono ipotesi per il futuro. Oggi il governo palestinese ufficialmente riconosciuto dalla comunità internazionale è quello dell’Anp. E l’uomo con cui parlare è Abu Mazen, come ha fatto il segretario americano Blinken andando a incontrarlo a Ramallah.

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