Hanit Agmon, la donna che bussa alla porta dei familiari dei soldati israeliani caduti
Rossella TercatinAlcuni addetti dell'esercito israeliano / Foto Idf
GERUSALEMME – È un rituale che in questi giorni si ripete ogni mattina, in milioni di case in tutta Israele. Accendere il cellulare, o la radio, controllare le notizie e trattenere il fiato nell’apprendere i nomi dei nuovi soldati caduti a Gaza. In un paese piccolo, con meno di dieci milioni di abitanti (ma di cui quasi tre tra ultraortodossi e cittadini arabi sono esclusi dal servizio di leva) può sempre esserci qualcuno di conosciuto. Un amico. Il marito di una compagna di università. Il fratello di un collega.
Il rituale non riguarda però i parenti stretti del defunto. Loro vengono informati dell’accaduto direttamente dall’esercito con procedure rigorosissime, prima che i nomi vengano resi pubblici (vige fino a quel momento la censura militare alla diffusione della notizia).
Responsabile del centro di emergenza dell’esercito per avvisare le famiglie delle vittime – incarico che in tempi normali conta una decina di persone e che in queste settimane ne richiede centinaia, inclusi…
GERUSALEMME – È un rituale che in questi giorni si ripete ogni mattina, in milioni di case in tutta Israele. Accendere il cellulare, o la radio, controllare le notizie e trattenere il fiato nell’apprendere i nomi dei nuovi soldati caduti a Gaza. In un paese piccolo, con meno di dieci milioni di abitanti (ma di cui quasi tre tra ultraortodossi e cittadini arabi sono esclusi dal servizio di leva) può sempre esserci qualcuno di conosciuto. Un amico. Il marito di una compagna di università. Il fratello di un collega.
Il rituale non riguarda però i parenti stretti del defunto. Loro vengono informati dell’accaduto direttamente dall’esercito con procedure rigorosissime, prima che i nomi vengano resi pubblici (vige fino a quel momento la censura militare alla diffusione della notizia).
Responsabile del centro di emergenza dell’esercito per avvisare le famiglie delle vittime – incarico che in tempi normali conta una decina di persone e che in queste settimane ne richiede centinaia, inclusi coloro che vengono inviati fisicamente a bussare alla porte – è una donna, il colonnello riservista Hanit Agmon.
“Ci occupiamo di ogni nome che ci viene segnalato con la massima serietà, sappiamo che dietro ognuno di loro c’è un’intera famiglia,” ha raccontato Agmon in una lunga intervista al quotidiano Yediot Achronot. Cinquantasei anni, tre figli più un genero attualmente impegnati come soldati combattenti, Agmon ha lasciato il servizio attivo nell’esercito nove anni fa, dopo 25 anni a occuparsi di risorse umane. Oggi fa la consulente, anche se il lavoro da comandante del centro la tiene ancora molto impegnata.
Il processo per arrivare al momento del contatto con i parenti della vittima è complesso, sottolinea Agmon. “In molti casi, è necessario aspettare che l’estrazione del corpo dal campo di battaglia vada a buon fine, che ci sia un la conferma finale dell’identità del caduto e infine che riusciamo a raggiungere ogni singolo parente di primo grado. È una procedura articolata e può richiedere tempo. La nostra priorità è informare tutti coloro che devono essere informati nel modo più appropriato e rispettoso, escludendo completamente la possibilità di commettere un errore”.
Molti dei caduti di questi giorni hanno tra i 19 e i 22 anni, ragazzi nel loro periodo di leva obbligatorio (quasi tre anni per gli uomini e quasi due per le donne). Come Shay Arvas che si era diplomato in un programma speciale di biomedicina nel suo liceo a Holon e Adi Leon che sognava di diventare musicista e di suonare in giro per il mondo, entrambi uccisi poco dopo l’inizio dell’incursione via terra dell’esercito israeliano a nord di Gaza.
Altri invece sono riservisti richiamati alle armi mentre si trovavano in una dimensione della vita diversa, padri di famiglia nel bel mezzo della propria carriera, come Yinon Fleischman, 31 anni, insegnante, morto in un incidente sul suo carro armato nel nord di Israele, sposato con un figlio di meno di un anno.
Agmon ha spiegato che il loro centro riceve le prime informazioni dal campo – dalle unità stesse, dalla polizia, dagli ospedali - e poi inizia una serie di controlli incrociati prima di inviare una squadra ad informare le famiglie, squadra normalmente composta da tre persone.
“Al militare incaricato di portare la notizia viene fornito il linguaggio esatto da utilizzare per iscritto e quali informazioni possono essere rivelate, per essere pronto a rispondere alle domande delle famiglie,” ha sottolineato ancora il colonnello.
Dal 7 ottobre sono oltre 330 i soldati dell’esercito uccisi e non sono mancate le polemiche riguardo alla gestione dei rapporti con le famiglie, che spesso dopo quello che in Israele è ormai chiamato “il sabato nero” sono rimaste all’oscuro per giorni sulla sorte dei loro cari.
Agmon ha spiegato che lei quel sabato si trovava in vacanza in India. Appena saputo di cosa stava accadendo ha preso il primo volo disponibile ed è tornata a casa. Nei giorni immediatamente successivi, ha ammesso, la situazione era difficile. “Non eravamo preparati a uno scenario di tale entità, ma ci siamo adattati rapidamente,” ha detto. Il centro si è trovato a far fronte alla necessità di informare centinaia di famiglie, tra caduti, feriti e dispersi con un flusso di informazioni caotico. Talvolta i parenti delle vittime sono stati raggiunti basandosi su un criterio di certezza “quasi totale” piuttosto che assoluta, come quella richiesta in tempi normali, spesso sono state inviate squadre di due militari per assolvere l’incarico, invece che tre. In molti casi i funerali hanno dovuto essere rimandati.
“Mi dispiace dirlo, ma non pensavamo di dover affrontare una sfida del genere. Nel giorno peggiore, ci siamo trovati a tenere ottanta funerali nel giro di 24 ore. L'Idf non ha la capacità di organizzare un numero così alto di funerali in un tempo così breve, eppure lo abbiamo fatto. È vero che all'inizio c'era molta confusione. La nostra priorità è stata l'affidabilità”, ha spiegato Agmon.
Come lei, quasi tutti coloro che attualmente servono nel centro per le vittime sono riservisti. Il colonnello ha sottolineato che prima di essere inviati a bussare alla porta della famiglia di un caduto, ci vogliono anni di addestramento. “Il militare che si occupa di portare il messaggio deve avere una sensibilità unica ed essere in grado di mantenere il proprio equilibrio in un momento difficile. Ma anche sapersi dare per il bene dell’altro.”