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“Gaza, un cimitero di bambini”, Guterres chiede un cessate il fuoco

(agf)
Joe Biden telefona a Netanyahu per convincerlo a ordinare una “pausa tattica”. Ponte aereo giordano per aiutare la Striscia
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BEIRUT — Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, non ha usato giri di parole: Gaza, ha detto ieri, è diventata «un cimitero di bambini». Serve un «cessate il fuoco umanitario e il rilascio incondizionato degli ostaggi». Le parole di Gueterres non sono piaciute al governo Netanyahu: «Deve vergognarsi», ha scritto il ministro degli Esteri israeliano Eli Cohen, perché nella Striscia ci sono «più di 30 minorenni israeliani, tra cui un neonato di 9 mesi» in ostaggio. Lo scontro tra il palazzo di Vetro e il governo Netanyahu fotografa la tensione diplomatica di queste ore e l’impasse su quella che era una delle priorità del viaggio di Blinken in Medio Oriente, l’emergenza umanitaria.

In un mese di guerra, la campagna di bombardamenti aerei israeliani sulla Striscia per colpire le postazioni di Hamas ha fatto più di 10mila morti, 4mila sono minori, 2.600 donne, dice il ministero della Sanità di Gaza. Mancano cibo, acqua, carburante, medicine. Nei campi degli sfoll…

BEIRUT — Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, non ha usato giri di parole: Gaza, ha detto ieri, è diventata «un cimitero di bambini». Serve un «cessate il fuoco umanitario e il rilascio incondizionato degli ostaggi». Le parole di Gueterres non sono piaciute al governo Netanyahu: «Deve vergognarsi», ha scritto il ministro degli Esteri israeliano Eli Cohen, perché nella Striscia ci sono «più di 30 minorenni israeliani, tra cui un neonato di 9 mesi» in ostaggio. Lo scontro tra il palazzo di Vetro e il governo Netanyahu fotografa la tensione diplomatica di queste ore e l’impasse su quella che era una delle priorità del viaggio di Blinken in Medio Oriente, l’emergenza umanitaria.

In un mese di guerra, la campagna di bombardamenti aerei israeliani sulla Striscia per colpire le postazioni di Hamas ha fatto più di 10mila morti, 4mila sono minori, 2.600 donne, dice il ministero della Sanità di Gaza. Mancano cibo, acqua, carburante, medicine. Nei campi degli sfollati cominciano a diffondersi infezioni, nei pochi mercati ancora funzionanti cominciano a svuotarsi le bancarelle: stanno finendo le scorte alimentari.

Gli aiuti, i pochi che riescono a entrare, sono totalmente insufficienti. Ieri per qualche ora è stato riaperto il valico di Rafah tra Gaza e l’Egitto. Era stato chiuso dopo che l’esercito israeliano aveva colpito un’ ambulanza sostenendo – senza fornire evidenze – che vi fossero dei membri di Hamas all’interno. L’Egitto, che è responsabile della sicurezza dei convogli che fanno evacuare i feriti, ha chiuso il valico e ci sono voluti due giorni di trattative per far entrare una nuova carovana. Comunque insufficiente: «Nelle ultime 24 ore sono entrati a Gaza poco meno di 30 camion di aiuti umanitari, per un totale di 476 dall’inizio della guerra, non sono abbastanza», ha detto il portavoce del Consiglio per la Sicurezza nazionale Usa, John Kirby, in un briefing con la stampa.

La missione diplomatica di Blinken, che nel fine settimana è stato in Israele, Cisgiordania, Cipro e Iraq, non ha ottenuto il risultato a cui puntava la Casa Bianca, un consenso ampio per evitare una escalation regionale e un accordo con Netanyahu per una pausa umanitaria nei bombardamenti. Tanto che ieri in serata è tornato in pressing il presidente Biden con una nuova telefonata al premier israeliano. I due leader hanno discusso della possibilità di “pause tattiche” nei combattimenti per permettere l’arrivo degli aiuti e soprattutto per dare la possibilità alle oltre 350mila persone che sono rimaste nella zona Nord di Gaza di spostarsi verso luoghi un po’ più sicuri.

Questa ipotesi però è legata anche alla trattativa sugli ostaggi, perché il rilascio degli oltre 240 israeliani prigionieri a Gaza richiederebbe una interruzione prolungata delle operazioni militari.

Dopo Blinken, in Israele è arrivato il capo della Cia, Bill Burns, che dovrà discutere con gli israeliani la strategia per attaccare Hamas riducendo il più possibile le vittime civili, concordare una pausa nei combattimenti per far arrivare gli aiuti a Gaza e costruire con gli alleati arabi una tela che eviti l’escalation regionale. Strada stretta, perché l’Egitto, la Giordania, ma anche la Turchia di Erdogan vogliono un cessate il fuoco vero e proprio. La Giordania in particolare è sotto pressione, dall’interno - con la popolazione, composta in larga parte da persone di origine palestinese, che ribolle per le vittime civili di Gaza - e dall’esterno, con i movimenti di milizie filorianiane e le tensioni al confine siriano e iracheno. «Qualsiasi tentativo di sfollare i palestinesi da Gaza o dalla Cisgiordania sarebbe una linea rossa», la considereremmo «una dichiarazione di guerra», ha detto il primo ministro giordano Bisher Khasawneh.

Due notti fa, l’air force di re Abdallah ha fatto entrare nella Striscia cibo e medicinali calandoli con gli aerei militari. «Il nostro intrepido personale dell’aeronautica ha inviato a mezzanotte aiuti medici urgenti all’ospedale da campo giordano a Gaza. È nostro dovere aiutare i nostri fratelli e sorelle feriti nella guerra di Gaza», ha scritto il re su X (l’ex Twitter) rivendicando la prima rottura dell’isolamento aereo su Gaza. In realtà è molto probabile che l’operazione sia stata concordata con gli israeliani su richiesta di Amman, che ha bisogno di ritrovare la connessione con il suo popolo che chiede di fermare le bombe.

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