La Russia esce dal Trattato sulle armi, un segnale sul futuro dell’Ucraina
di Gianluca Di FeoPoco alla volta, l’arsenale di pace messo in campo alla fine della Guerra Fredda sta venendo smantellato. L’architettura di accordi internazionali costruita dalle diplomazie sulle rovine del Muro di Berlino ha tenuto a freno per oltre trent’anni la corsa agli armamenti e il proliferare degli ordigni nucleari. Ora questa stagione di speranza si spegne per lasciare spazio ai proclami bellicosi di potenze vecchie e nuove.
Che cosa è il Cfe
L’ultimo colpo è arrivato da Mosca, che ha annunciato l’uscita dal Trattato sulle forze convenzionali in Europa, più spesso indicato con l’acronimo inglese Cfe. Un patto stabilito nel 1990 per mettere un tetto al numero di tank, cannoni, aerei ed elicotteri da battaglia nel Vecchio Continente, inclusi i contingenti statunitensi, imponendo di segnalare in anticipo movimenti di truppe ed esercitazioni. Nonostante qualche riluttanza iniziale, persino dell’Italia, il Trattato aveva spinto a rottamare 72mila velivoli, obici e cingolati introducendo mecc…
Poco alla volta, l’arsenale di pace messo in campo alla fine della Guerra Fredda sta venendo smantellato. L’architettura di accordi internazionali costruita dalle diplomazie sulle rovine del Muro di Berlino ha tenuto a freno per oltre trent’anni la corsa agli armamenti e il proliferare degli ordigni nucleari. Ora questa stagione di speranza si spegne per lasciare spazio ai proclami bellicosi di potenze vecchie e nuove.
Che cosa è il Cfe
L’ultimo colpo è arrivato da Mosca, che ha annunciato l’uscita dal Trattato sulle forze convenzionali in Europa, più spesso indicato con l’acronimo inglese Cfe. Un patto stabilito nel 1990 per mettere un tetto al numero di tank, cannoni, aerei ed elicotteri da battaglia nel Vecchio Continente, inclusi i contingenti statunitensi, imponendo di segnalare in anticipo movimenti di truppe ed esercitazioni. Nonostante qualche riluttanza iniziale, persino dell’Italia, il Trattato aveva spinto a rottamare 72mila velivoli, obici e cingolati introducendo meccanismi di controllo e pressione. In realtà il conflitto in Ucraina ha dimostrato che i russi avevano distrutto poco o nulla, limitandosi ad accumulare i mezzi sovietici nei depositi.
Perché proprio ora
Resta la domanda sul perché il Cremlino abbia formalizzato la revoca del Cfe proprio adesso. Putin infatti aveva già sospeso l’accordo nel 2007, cominciando a ignorare completamente le disposizioni nel 2011 sulla scia dei contrasti con l’Occidente seguiti all’invasione della Georgia di due anni prima. E nessuno oggi sarebbe in grado di chiedere conto alla Russia delle quantità di tank prodotte o resuscitate dai magazzini né tantomeno dei movimenti delle divisioni. Allora perché questa decisione, voluta personalmente dal nuovo Zar?
La dichiarazione del suo ministero degli Esteri offre una chiave di interpretazione. Dopo avere denunciato “la posizione distruttiva dell’Occidente” nei confronti del Trattato, ha sottolineato: “Abbiamo lasciato aperta la porta per un dialogo sulle strade per permettere di realizzare un controllo delle armi convenzionali in Europa. Ma i nostri avversari non hanno approfittato di questa opportunità. Alla luce dell’allargamento della Nato in nuovi Paesi e del suo impegno in Ucraina, mantenere anche solo il rispetto formale del Cfe è diventato inaccettabile”.
In pratica, Mosca torna a riproporre la questione chiave messa sul tavolo già alla vigilia dell’attacco contro Kiev: vuole che venga ridisegnata la mappa della sicurezza nel Continente, ritenendo che le intese stilate durante il tramonto dell’Urss siano state ignorate dall’Alleanza atlantica. L’obiettivo è ottenere qualcosa di simile alla riedizione della conferenza di Helsinki che nel 1975 permise di stabilire una serie di capisaldi sulla sicurezza e la cooperazione in Europa.
I problemi di Kiev
Il tema è stato ripetuto dai vertici del potere russo più volte negli ultimi venti mesi: di fatto, per loro è la condizione preliminare per qualsiasi negoziato che fermi il conflitto in Ucraina. Ed è significativo che venga in qualche maniera formalizzato proprio ora, stracciando il Trattato mentre dal fronte si moltiplicano i segnali di logoramento dei due eserciti. Il comandante delle forze ucraine Valerii Zaluzhnyi ha parlato di “uno stallo” e il suo appello per ottenere per ottenere altri aiuti militari ancora più sofisticati all’Occidente rischia di cadere nel vuoto per effetto della crisi in Medio Oriente e della campagna elettorale statunitense.
Nonostante il presidente Zelensky abbia ribadito di volere proseguire i combattimenti fino alla liberazione dei territori occupati, si sta diffondendo la sfiducia nella capacità di Kiev di raggiungere questo obiettivo, quantomeno entro l’estate 2024. E anche nell’opinione pubblica europea – come ha detto la premier Giorgia Meloni nella telefonata trappola dei comici russi – c’è un senso di stanchezza per la guerra. Insomma, esiste la possibilità che la paralisi delle operazioni belliche apra uno spiraglio per i colloqui, dove però il Cremlino vuole che l’assetto futuro dell’Ucraina sia incardinato in una ridefinizione complessiva degli equilibri.
Il percorso al momento appare lontano e complesso. Basta pensare che Helsinki nel 1975 era la capitale dei Paesi non allineati mentre da pochi mesi la Finlandia è entrata nella Nato. Anche la reazione dell’Alleanza atlantica alla mossa di Mosca pare ispirata alla volontà di portare avanti il braccio di ferro iniziato con l’assalto all’Ucraina. I Paesi membri firmatari hanno annunciato infatti la sospensione del Cfe: “Sarebbe insostenibile rispettare l’accordo mentre Mosca non lo fa”. Il consigliere alla Sicurezza nazionale statunitense Jake Sullivan ha dichiarato che la sospensione “potenzierà il deterrente e la capacità di difesa della Nato grazie alla rimozione delle restrizioni che condizionano la pianificazione, gli schieramenti e le esercitazioni; restrizioni non più rispettate della Russia che ancora più profondamente dimostra il disprezzo per i controllo degli arsenali”.