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I reduci del kibbutz che ancora non riescono a raccontare l’orrore

(reuters)
I sopravvissuti di Kfar Aza ora vivono nel centro del Paese. Ancora sotto shock, vanno a Tel Aviv per ricordare gli ostaggi
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Quelli di Kfar Aza li riconosci dalla fascia rossa: la indossano sugli occhi prima, durante la manifestazione per chiedere il ritorno degli ostaggi, davanti al ministero della Difesa di Tel Aviv. La spostano sul polso o attorno al collo quando la protesta finisce: per non perdersi di vista, per sentirsi uniti. Kfar Aza è uno dei kibbuz più colpiti dall’incursione di Hamas in territorio israeliano: 63 morti, 18 ostaggi, dicono i numeri ufficiali. Meno di Be’eri, meno di Re’im: ma il nome di Kfar Aza rimarrà impresso per sempre nella memoria di Israele perché è qui che tutto l’orrore del 7 ottobre è emerso.

Un mese fa a Kfar Aza Israele ha capito davvero quello che era successo: non solo la magnitudine dell’attacco di Hamas, il numero dei morti. Ma il “come” di quelle morti: uscendo da questo kibbutz, la Zaka – l’organizzazione di ultraortodossi che lavora per raccogliere i corpi delle vittime di attentati e incidenti per dar loro sepoltura secondo il rito ebraico – ha raccontato…

Quelli di Kfar Aza li riconosci dalla fascia rossa: la indossano sugli occhi prima, durante la manifestazione per chiedere il ritorno degli ostaggi, davanti al ministero della Difesa di Tel Aviv. La spostano sul polso o attorno al collo quando la protesta finisce: per non perdersi di vista, per sentirsi uniti. Kfar Aza è uno dei kibbuz più colpiti dall’incursione di Hamas in territorio israeliano: 63 morti, 18 ostaggi, dicono i numeri ufficiali. Meno di Be’eri, meno di Re’im: ma il nome di Kfar Aza rimarrà impresso per sempre nella memoria di Israele perché è qui che tutto l’orrore del 7 ottobre è emerso.

Un mese fa a Kfar Aza Israele ha capito davvero quello che era successo: non solo la magnitudine dell’attacco di Hamas, il numero dei morti. Ma il “come” di quelle morti: uscendo da questo kibbutz, la Zaka – l’organizzazione di ultraortodossi che lavora per raccogliere i corpi delle vittime di attentati e incidenti per dar loro sepoltura secondo il rito ebraico – ha raccontato per la prima volta di persone bruciate vive e decapitate, di bambini legati e uccisi, di intere famiglie sterminate. Da qui è partita l’iniziativa del governo di organizzare autobus per i giornalisti per vedere quello che era accaduto: nei primi giorni c’erano ancora i sacchi neri dei cadaveri. Poi sono rimaste le case incendiate, i materassi insanguinati, le tracce di sangue sui pavimenti.

Di tutto questo, oggi molti degli abitanti di Kfar Aza non riescono a parlare. «Non posso», è la risposta più comune di chi da quelle case è uscito vivo e non sa neanche perché. «Dorot abitava da sola, in un’area del kibbutz diversa dalla nostra – dice Yamit Ashkenazi, che da giorni si è presa l’incarico di tenere alta l’attenzione sulla sorte della sorella minore - noi siamo qui. Lei è Gaza. Dorot è il nostro raggio di luce: ma di lei oggi non sappiamo nulla. La rivogliamo a casa: adesso, subito». A pochi metri da lei, la madre e il padre sono in lacrime. Di storie come queste, quelli con la fascia rossa ne hanno a dozzine da raccontare: per questo il governo ha deciso di applicare loro un protocollo speciale, trasferendo l’intera comunità nel kibbuz Shfaim, nel centro del Paese. Qui la stampa non può entrare, e la maggior parte degli abitanti di Kfar Aza non vuole uscire.

Nei giorni scorsi hanno fatto un’eccezione per venire a Tel Aviv a manifestare. Tutti insieme, gli autobus al posto delle macchine bruciate, rubate o abbandonate. Dal momento dell’evacuazione, nessuno è più tornato indietro: gruppi di volontari hanno portato loro qualche oggetto o bene di prima necessità dalle case rimaste in piedi. Per il resto, ci ha pensato la solidarietà. Se a qualcuno provi a chiedere com’era la vita a Kfar Aza prima del 7 ottobre, rispondono solo: «Guarda il film di Yahav».

Yahav è Yahav Winner, regista e attore, 37 anni: aveva appena finito di girare il suo primo lungometraggio “Haggadat Kibbutz”, (la leggenda, il racconto del kibbuz), quando è stato ucciso mentre distraeva i terroristi permettendo alla moglie di fuggire insieme alla figlia di un mese. “Haggadat Kibbutz” è dedicato alla vita nel villaggio ed è stato realizzato anche grazie al contributo economico dei suoi abitanti: nelle scene pubblicate dai media israeliani si vedono le case di Kfar Aza, i giardini e il muro di separazione da Gaza. Lo stesso che ha buttato giù chi ha ucciso Winner: ora sua moglie promette che finirà il montaggio e che la prima proiezione sarà a nel kibbuz, fra la sua gente, come voleva il marito.

Shaylee Atary, la vedova, a Tel Aviv non c’è, ma ci sono altri membri della famiglia: nessuno ha voglia di parlare di quella vita spezzata. Come tutti gli altri abitanti di Kfar Aza, di fronte al ministero della Difesa si stringono l’uno all’altro. Rabbia, lacrime, urla, un mare di dolore: «Abigail, a casa adesso». «Yael, a casa adesso», «Doron, a casa adesso», gridano. Diciotto volte: e poi di nuovo, daccapo.

A scandire i nomi nel megafono è Guy Yacobi, 27 anni. La sua voce stentorea serve a tenere viva la speranza: fino a quando lui griderà quei nomi, significherà che non sono passati nell’altra lista, quella dei morti. «Queste diciotto persone oggi sono la nostra casa – ci dice quando lascia il megafono – sono loro oggi Kfar Aza. Non le case che ci hanno distrutto, non i giardini che ci hanno devastato. Restituitecele, e noi saremo a casa. Anche lontano dal nostro kibbutz».

Parole che aprono uno squarcio sul futuro: torneranno mai a Kfar Azza, Guy e i suoi? Ricostruiranno le case distrutte? «È troppo presto – risponde lui – è passato solo un mese, anche se sembra una vita intera. Dovrà esserci sicurezza prima: poi decideremo. Ma sicurezza vera, non quella che ci avevano promesso e non c’è stata».

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