L’ala politica di Hamas si smarca: “Non abbiamo ucciso noi i civili”
di Francesca BorriRAMALLAH — Parlando alla Bbc, Mousa Abu Marzouk, responsabile Affari Internazionali di Hamas, ha sostenuto che nessuno degli oltre 1.400 morti israeliani del 7 ottobre è un civile. Sono stati colpiti solo militari o riservisti, ha detto: smentendo se stesso. Perché a provare il contrario sono i video girati dalle Go-Pro degli stessi miliziani di Hamas.
Perché ha mentito così platealmente? La risposta è a Tel Aviv. Netanyahu ha appena chiarito che a Gaza, il governo toccherà ad altri, all’Olp, all’Autorità Palestinese, o all’Onu, ma sarà Israele a occuparsi della sicurezza. E anche se così Gaza diventerà il suo Iraq, neppure Hamas ora ha più una vittoria da rivendicare. Ed è scattata la corsa al rebranding. Per sperare in un futuro dopo la guerra.
L’obiettivo di Israele ora non è più solo eliminare Hamas: ma Yahya Sinwar, il suo capo a Gaza. E tra i miliziani, oltre alla corsa al rebranding è scattata quella alla salvezza collettiva.
Tutti i 15 uomini del suo Politburo, il suo ver…
RAMALLAH — Parlando alla Bbc, Mousa Abu Marzouk, responsabile Affari Internazionali di Hamas, ha sostenuto che nessuno degli oltre 1.400 morti israeliani del 7 ottobre è un civile. Sono stati colpiti solo militari o riservisti, ha detto: smentendo se stesso. Perché a provare il contrario sono i video girati dalle Go-Pro degli stessi miliziani di Hamas.
Perché ha mentito così platealmente? La risposta è a Tel Aviv. Netanyahu ha appena chiarito che a Gaza, il governo toccherà ad altri, all’Olp, all’Autorità Palestinese, o all’Onu, ma sarà Israele a occuparsi della sicurezza. E anche se così Gaza diventerà il suo Iraq, neppure Hamas ora ha più una vittoria da rivendicare. Ed è scattata la corsa al rebranding. Per sperare in un futuro dopo la guerra.
L’obiettivo di Israele ora non è più solo eliminare Hamas: ma Yahya Sinwar, il suo capo a Gaza. E tra i miliziani, oltre alla corsa al rebranding è scattata quella alla salvezza collettiva.
Tutti i 15 uomini del suo Politburo, il suo vertice, sono uomini morti. E quindi, intervistati qui e lì, ora insistono che il 7 ottobre è stato un’iniziativa di Yahya Sinwar. Nessuno era stato avvertito, ripetono. Né gli alleati arabi, né gli altri palestinesi. Neppure Nasrallah. Neppure il resto di Hamas, né i miliziani, chiamati all’alba. Anche se tra le ceneri dei kibbutz sono state ritrovate mappe dettagliate e le tracce di un attacco non certo improvvisato. Ma quelli della leadership politica insistono: è stata un’iniziativa della leadership militare.
Del regista del 7 ottobre, Mohammed Deif, il capo delle Brigate al-Qassam – ribattezzato “l’ospite” perché dorme ogni sera in una casa diversa – Israele non ha che una foto del 2001. Ma degli altri ha poco più che il nome. Non è che sia molto chiaro chi siano davvero. Cosa pensano. Cosa vogliono. Chi è Yahya Sinwar? Si sa che è stato in carcere 23 anni, che conosce l’ebraico. Ma è quello che ha celebrato il 7 ottobre come la riscossa, o quello che nel 2018, per primo, si è rivolto a Israele con un’intervista a Yedioth Ahronoth, il principale quotidiano del paese, e ha proposto un cessate il fuoco avviando trattative con Netanyahu? Come e perché ha cambiato idea?
E chi è Ismail Haniyeh, il numero uno di Hamas? Quello che nel 2020 è andato a Teheran al funerale di Qassem Soleimani, il capo delle Guardie Rivoluzionarie, segnando il passaggio di Hamas dal Qatar all’Iran, e iniziando il riarmo, quello che ad al-Jazeera ha appena detto: «Il sangue dei bambini è necessario», o quello che ripete che Hamas riconosce i confini del ‘67, e dunque, implicitamente, Israele? E chi è Salah al-Arouri, il vice di Ismail Haniyeh? Il numero due? Quello che è pronto a uno scambio di ostaggi o quello che su un altro canale dice che Hamas non ha sequestrato nessuno, che gli ostaggi sono colpa dei palestinesi che quella mattina si sono uniti all’operazione di straforo?
E chi è Ahmad Abd al-Hadi, il rappresentante di Hamas in Libano? Quello che dice che questa guerra è un momento di transizione, che con la guerra si costringe Israele a tornare ai negoziati, o quello che dice che la liberazione della Palestina è la distruzione di Israele? E chi è Khaled Meshal, la star di Hamas che nel 1997 il Mossad tentò di avvelenare come in un film, l’uomo per cui si mobilitò tutto il mondo arabo, e che in queste ore media più di tutti per un cessate il fuoco, ma che ai palestinesi, tranquillo dalla sua casa di Doha, prospetta un futuro di dolore e morte per la libertà?
E chi è lo stesso Mousa Abu Marzouk, che nonostante la sua aria dimessa è in realtà uno dei fondatori di Hamas? Quello che si preoccupa dei civili israeliani, assicurando che no, Hamas mai e poi mai li avrebbe colpito perché è contro l’Islam, o colui che dice che è giusto che a Gaza Hamas stia nei tunnel e che tocca all’Onu occuparsi dei civili in superficie? Chi sono davvero i leader di Hamas? Dottor Jekyll o dei Mister Hyde che non stiano solamente cercando di salvarsi e di restare al tavolo delle trattative dopo la guerra?