Muro di Berlino, il 9 novembre 1989 la caduta
di Enrico FranceschiniSono passati trentaquattro anni ma sembra un secolo. Il 9 novembre 1989 le autorità della Germania Est annunciarono il permesso per i tedeschi orientali di entrare liberamente in Germania Ovest lungo la frontiera delle due nazioni in cui il Paese era stato diviso alla fine della Seconda guerra mondiale. Le nuove regole includevano la possibilità di andare da Berlino Est a Berlino Ovest attraversando il muro eretto nel 1961 per impedire fughe di cittadini dalla Germania comunista.
Poco dopo una folla immensa si radunò davanti ai check-point della barriera di mattoni che era stata per tre decenni il simbolo della Guerra Fredda. Nella confusione e nell’incertezza, le guardie lasciarono passare decine di migliaia di persone senza controlli. …
Sono passati trentaquattro anni ma sembra un secolo. Il 9 novembre 1989 le autorità della Germania Est annunciarono il permesso per i tedeschi orientali di entrare liberamente in Germania Ovest lungo la frontiera delle due nazioni in cui il Paese era stato diviso alla fine della Seconda guerra mondiale. Le nuove regole includevano la possibilità di andare da Berlino Est a Berlino Ovest attraversando il muro eretto nel 1961 per impedire fughe di cittadini dalla Germania comunista.
Poco dopo una folla immensa si radunò davanti ai check-point della barriera di mattoni che era stata per tre decenni il simbolo della Guerra Fredda. Nella confusione e nell’incertezza, le guardie lasciarono passare decine di migliaia di persone senza controlli. Dall’altra parte c’erano ad attenderli i tedeschi occidentali con bottiglie di champagne e dolci. Quella sera giovani tedeschi orientali e giovani tedeschi occidentali si ritrovarono uniti, a cavalcioni del muro, inneggiando alla libertà ritrovata: era l’inizio della fine del comunismo, che avrebbe liberato tutti i Paesi “satelliti” di Mosca in Europa dell’Est, portandoli in seguito a entrare nell’Unione Europea, e contribuito a provocare due anni più tardi, nel dicembre 1991, il crollo dell’Unione Sovietica.
Gli scricchiolii nell’impero comunista si avvertivano già da mesi. Quello stesso anno il governo comunista aveva perso le elezioni in Polonia, dove tutto era cominciato con l’ascesa del sindacato ribelle Solidarnosc guidato da Lech Walesa. In giugno il governo ungherese aveva smantellato il reticolato elettrico lungo il confine con l’Austria, dando il via a esodi di massa verso l’Occidente. E in ottobre Erick Honecker, da lungo tempo leader della Germania Orientale, aveva dato le dimissioni, sostituti da Egon Krenz. Chi nel mondo comunista si aspettava segnali da Mosca rimase deluso: Mikhail Gorbaciov, autore delle riforme democratiche in Urss diventate note come la perestrojka, non mosse un dito per fermare la rivoluzione democratica nei Paesi fino a quel momento controllati dal Cremlino. Un po’ perché contrario a usare la violenza come avevano fatto i suoi predecessori in Ungheria nel 1956 e in Cecoslovacchia nel 1968; un po’ perché, ingenuamente, credeva che un comunismo riformato, sotto il nome di socialdemocrazia, avrebbe continuato a riscuotere consensi in Europa dell’Est e nello stesso Paese dei Soviet.
Fu un giornalista dell’agenzia italiana Ansa, Riccardo Ehrman, a porre la domanda che mise in moto il crollo del muro, chiedendo al capo del partito comunista a Berlino Est quando sarebbero entrate in vigore le nuove regole su libero attraversamento della frontiera con la Germania Occidentale. “Per quanto ne so, entrano in vigore immediatamente, senza ritardi”, fu la risposta di Gunter Schabowski. In realtà dovevano entrare in vigore il giorno dopo per dare il tempo alle guardie di frontiera di prepararsi, ma a quel punto era troppo tardi: la popolazione assaltò il muro, le guardie dopo una serie di concitate telefonate ai superiori aprirono le porte dei check-point e la festa cominciò. Qualcuno iniziò subito a tirare colpi di piccone sul muro. Ci vollero quattro anni e mezzo per demolirlo del tutto. Con esso scompariva anche la barriera della Guerra Fredda, illustrata nel 1946 da Winston Churchill in un famoso discorso: “Da Stettino nel mar Baltico a Trieste nell’Adriatico una cortina di ferro è scesa attraverso il continente”.
Il 9 novembre 1989 l’Europa tornava democratica e comincia a riunificarsi. Ma non tutti gioirono quella sera. A Dresda, in Germania orientale, in una caserma dell’Armata Rossa sovietica, un tenente-colonnello del Kgb telefonava ai propri capi per chiedere a Mosca l’intervento delle truppe, sbalordito di fronte alle scene che vedeva in televisione. “A Mosca nessuno risponde”, gli dissero gli alti ufficiali. Il suo nome era Vladimir Putin e non avrebbe mai più dimenticato quel momento.