“Dove siete popoli arabi?”. La solitudine di Gaza e la rabbia e l’impotenza dei cittadini mediorientali
di Karima Moual“Weeenkom ya arab, weencom?”, Dove siete arabi? Dove siete? È il grido di dolore di un uomo preso da una reazione isterica sotto i calcinacci e le macerie dell’ennesimo edificio bombardato da Israele, e i suoi famigliari sepolti dai detriti. Le mani sulla testa, le lacrime, la voce rotta, la rabbia più che contro Israele si trasferisce a tutto il mondo arabo, accusato di rimanere a guardare le vite dei palestinesi ammazzati di morte violenta”. Dov’è il mondo arabo è l’eco che viaggia ormai da giorni nell’indignazione e nella rabbia.
“La verità è che il mondo arabo islamico è impotente”. Lo scandisce con freddezza un politico arabo di vecchia data che di conflitti ed evoluzioni ne ha viste. Ma cosa significa impotente? “Che non ha nè la forza e nemmeno il potere per poter cambiare gli equilibri di forza che si sono manifestati nel conflitto tra Israele e la popolazione palestinese a Gaza e non solo. È una verità che sa molto bene chi ha le chiavi del ‘potere’ arabo”. Il popolo del…
“Weeenkom ya arab, weencom?”, Dove siete arabi? Dove siete? È il grido di dolore di un uomo preso da una reazione isterica sotto i calcinacci e le macerie dell’ennesimo edificio bombardato da Israele, e i suoi famigliari sepolti dai detriti. Le mani sulla testa, le lacrime, la voce rotta, la rabbia più che contro Israele si trasferisce a tutto il mondo arabo, accusato di rimanere a guardare le vite dei palestinesi ammazzati di morte violenta”. Dov’è il mondo arabo è l’eco che viaggia ormai da giorni nell’indignazione e nella rabbia.
“La verità è che il mondo arabo islamico è impotente”. Lo scandisce con freddezza un politico arabo di vecchia data che di conflitti ed evoluzioni ne ha viste. Ma cosa significa impotente? “Che non ha nè la forza e nemmeno il potere per poter cambiare gli equilibri di forza che si sono manifestati nel conflitto tra Israele e la popolazione palestinese a Gaza e non solo. È una verità che sa molto bene chi ha le chiavi del ‘potere’ arabo”. Il popolo delle piazze reali o virtuali è un fuoco che arde di indignazione, voglia di riscattare un popolo considerato vicino per identità ma che muore dissanguato senza alcuna pietà. Gli smartphone da trenta giorni non hanno mai smesso di trasmettere l’orrore, ma la disperazione della solitudine e dell’impotenza ormai viaggia anch’essa alla stessa latitudine.
La rabbia e la fede
Brahim nella sua bottega della vecchia Medina di Casablanca è sintonizzato come ogni giorno su Al Jazeera. Poco più in là c’è l’ennesimo raduno di manifestanti pro-Palestina, e un po’ ovunque in Marocco. “Li stanno ancora ammazzando - conversa con l’amico - giorno dopo l’altro, una carneficina sotto gli occhi di tutto il mondo. Lo sguardo si abbassa sottomesso: “Allah yakhud fihom al haqq", che Dio faccia giustizia su di loro. I nostri governanti non possono nulla.”
Più che la pretesa e la fiducia nei politici arabi che rimettano ordine ed equilibrio in una questione che reputano ingiusta, squilibrata e violenta, sembra che non rimanga che affidarsi alla fede, consolarsi al richiamo di Allah, l’onnipotente che tutto può, il miracolo che possa fare giustizia. È quel che si sente nei sermoni delle moschee e nelle preghiere dal Marocco all’Arabia Saudita. Per risolvere il conflitto con Israele? Si alzano le mani ad Allah.
La fine della Umma
Smail 40 anni, bancario, seppur vicino alla causa palestinese con il cuore, non vuole passare per ingenuo: “I Paesi arabi hanno già i loro problemi endemici che riguardano l’economia, la società e la politica con i vari regimi qua e là. Non prendiamoci in giro, se siamo arrivati fino a qui è perché siamo in una condizione di grande fragilità e non sarà il nostro mondo, così impotente e frammentato al suo interno a risolvere la causa palestinese”. Per Mohamed 65 anni, quanto sta avvenendo a Gaza sotto gli occhi del mondo ma soprattutto di quello islamico a lui più importante “è il risultato della disfatta della Umma. La comunità islamica del profeta Muhammad non esiste più, perché altrimenti si sarebbe unita con i suoi governanti, a partire dall’Arabia Saudita, per portare giustizia al popolo palestinese, che si vede non solo usurpato dai propri territori ma anche dal suo luogo santo, Al Quds”. A trenta giorni dal conflitto, nonostante si siano oltrepassate tutte le linee rosse di una guerra - a parte i proclami dei principali capi di governo islamici, sunniti e sciiti, niente ha potuto cambiare l’equilibrio del conflitto, che anzi ha preso sempre più forza da parte israeliana nei mezzi e per alleanza lasciando Gaza e i palestinesi, fare la loro lotta armata con i propri corpi.
Le critiche ai governanti
I commenti contro i propri regimi arabi sui social sono infiniti. Le voci stesse dei palestinesi da Gaza, che chiedono “dove siete arabi? Dove siete governanti arabi?” sono l’ennesimo grido di impotenza e solitudine, messa nero su bianco da giornalisti e analisti arabi, consapevoli di come quello che sta succedendo a Gaza non sia frutto solo della forza di fuoco di Israele in buona compagnia degli Stati Uniti, ma anche e soprattutto dell’impotenza del mondo arabo islamico finalmente messa a nudo.
“A che cosa servono le nostre armi?”
Mohammed Ramadan, che non è certo un salafita o un fratello musulmano, ma un cantante egiziano di fama internazionale, a 10 giorni dal conflitto ha pubblicato un video su Instagram di pochi secondi: “Molti di voi mi hanno scritto e chiesto di fare qualcosa, di fare sentire la nostra voce al mondo. Ma volete la nostra voce che arrivi dove? A chi? La nostra voce deve farsi sentire prima di tutto nel nostro Paese. I nostri Paesi hanno armi, eserciti, aviazione militare. Noi abbiamo i nostri governanti che comprano ogni volta armi che lasciano arrugginire per comprarne poi altre ancora e ancora. Mi chiedo a cosa servono queste armi che compriamo. Quando vogliamo usarli i nostri eserciti, le nostre armi? E poi dove vogliamo che arrivi fuori la nostra voce? Chi vogliamo che ci difenda a noi dall’estero? Abbiamo ai nostri vertici dei codardi. Quando diciamo che dobbiamo scrivere in inglese così fuori nel mondo ci comprendono, ma tu, voi, dove siete? Dov’è il tuo Paese e il tuo esercito? La tua voce deve prima arrivare al tuo Stato. Dillo al tuo Paese di prendere le armi e di andare in guerra. Ma quale inglese e inglese? Chi vuoi che difenda un arabo come me e come te? Ma cercate di parlare seriamente”.
La retorica dei governi
Ovviamente gli egiziani, a parte le manifestazioni di sostegno ai palestinesi non sono andati da Al Sisi a chiedergli di scendere in guerra con le armi, così come non lo hanno fatto gli algerini, i turchi o i tunisini. Le minacce rimangono relegate alla parola, lo sfogo che i vari regimi lasciano scorrere sotto controllo e alle volte abbracciando gli stesi slogan in un delicato gioco di specchi, nella consapevolezza che ognuno ha i suoi interessi da difendere, alle volte in contrasto con quel Paese o con un altro Paese musulmano, e con tutta la buona volontà, il dolore e l’empatia, quel che sembra certo è che chi sta al comando non s’immolerà per la Palestina sperando nel miracolo di Allah, perché l’impotenza è concreta, tangibile e percepibile.
La lotta di Hamas, che parte in guerra concependo il martirio islamico tra le opzioni, non incontra altrove la stessa sensibilità al martirio e neanche una potenza militare e economica che le si allei. “Non c’è alcun modo adesso, e in questo contesto geopolitico, di cambiare il corso di questa guerra, per quelle che sono le condizioni in cui si trovano un po’ tutti i Paesi arabi - conclude ancora lucidamente la voce politica araba - Bisogna tenere a mente che la potenza ebraica con le sue lobby ovunque è oggi tale dopo secoli di sofferenza, violenza, soprusi che hanno subito in giro per il mondo. La loro rinascita e forza arriva grazie alle loro migrazioni, dove hanno potuto arricchirsi e diventare una potenza capace di trovare alleati. I musulmani sono appena all’inizio di questo processo. Stanno soffrendo molto. Ma tutto dipenderà da questo loro viaggio e da come potrà tradursi in potenza per il loro mondo di provenienza. Che per ora, bisogna dirselo con lucidità e umiltà, non potrà che subire”.