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Manhattan si mobilita per salvare il bar degli ebrei

Dopo il 7 ottobre gli otto dipendenti pro-palestinesi del Caffe Aronne se ne sono andati, non accettavano che il proprietario avesse esposto la bandiera israeliana e i volti degli ostaggi presi da Hamas. Ora il locale di New York è meta di centinaia di clienti mentre familiari e amici aiutano il proprietario in sala
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NEW YORK – A metà mattinata i negozi lungo Lexington Avenue, Upper East Side di Manhattan, vivono la quieta routine autunnale prima della pausa pranzo. Bar, forni, pasticcerie sono semi-deserti. In media, al di là delle vetrine appaiono tre, quattro clienti, non di più. È così ovunque, tranne in un punto, il marciapiede tra la 71ª e la 72ª: a metà strada comincia una lunga coda di persone in attesa. Sono quarantacinque, ma nel giro di qualche minuto saliranno a cinquantasei. La coda si snoda fino a girare sulla 71ª, lungo il marciapiede che porta a Park Avenue. Aspettano tutti di entrare al Caffe Aronne, il piccolo bar di un giovane ebreo, Aaron Dahan, 25 anni. Secondo le previsioni, avrebbe dovuto chiudere un mese fa, invece è sempre pieno ed è diventato il cuore della solidarietà dei newyorkesi verso gli ebrei.

Dopo il massacro del 7 ottobre di più di 1400 israeliani ad opera di Hamas, gli otto dipendenti pro-palestinesi se ne sono andati, perché non accettavano l’idea che il …

NEW YORK – A metà mattinata i negozi lungo Lexington Avenue, Upper East Side di Manhattan, vivono la quieta routine autunnale prima della pausa pranzo. Bar, forni, pasticcerie sono semi-deserti. In media, al di là delle vetrine appaiono tre, quattro clienti, non di più. È così ovunque, tranne in un punto, il marciapiede tra la 71ª e la 72ª: a metà strada comincia una lunga coda di persone in attesa. Sono quarantacinque, ma nel giro di qualche minuto saliranno a cinquantasei. La coda si snoda fino a girare sulla 71ª, lungo il marciapiede che porta a Park Avenue. Aspettano tutti di entrare al Caffe Aronne, il piccolo bar di un giovane ebreo, Aaron Dahan, 25 anni. Secondo le previsioni, avrebbe dovuto chiudere un mese fa, invece è sempre pieno ed è diventato il cuore della solidarietà dei newyorkesi verso gli ebrei.

Dopo il massacro del 7 ottobre di più di 1400 israeliani ad opera di Hamas, gli otto dipendenti pro-palestinesi se ne sono andati, perché non accettavano l’idea che il proprietario avesse esposto in vetrina la bandiera israeliana e i manifesti con i volti degli ostaggi sequestrati da Hamas. “Mi dicevano che erano tutte fake news - racconta a Repubblica - Che cosa vuoi rispondergli? Dicevano che noi volevamo il genocidio. Tra quei 1400 uccisi c’erano mio cugino e la sua fidanzata”.

Aaron Dahan / Foto Massimo Basile

 

Tutto è cominciato un mese fa. “Credo fosse l’8 ottobre - ricorda - uno dei ragazzi mi ha detto ‘io non lavoro in un posto che espone la bandiera israeliana, non voglio stare qui, non mi sento a mio agio in un posto che sostiene il nazionalismo ebraico”. Uno dopo l’altro se ne sono andati via tutti, lasciando il proprietario del caffè, aperto dieci mesi fa, da solo. “Ho pensato, e ora cosa succede? - ammette - invece è cominciata una cosa straordinaria. La gente si è passata la voce, la comunità ebraica si è mobilitata”. Da quel momento è partita un’onda.

“Sono arrivati centinaia di newyorkesi - continua - cristiani, ebrei, non ebrei, non è una questione di religione, ma di umanità. Lavoriamo senza sosta. Questo è il cuore immenso di New York”. Fino a un mese fa il Caffe Aronne era un elegante e silenzioso baretto in cui era nitido il rumore delle tazzine. Adesso la voce di Dahan è sopraffatta dal brusio dei clienti, una quindicina, tutti quelli che sono riusciti a entrare. Oltre la vetrina, le persone attendono il turno con pazienza, parlano tra loro, forse nascono amicizie.

La fila davanti al Caffe Aronne / Foto Massimo Basile

 

Al bancone in cinque lavorano senza sosta: sono familiari, tra cui la madre, Peggy, e amiche di Dahan. “La famiglia aveva bisogno di aiuto - dice una di loro - e noi abbiamo risposto”. I clienti hanno fatto lo stesso. “Non sono venuto qui per il caffè - confessa Peter Bolovich - ma per dire a questi ragazzi che sono con loro”. “Qui non si bruciano bandiere - spiega il proprietario - non malediciamo nessuno, non urliamo. Noi siamo qui per la pace”.

Hanno raccolto 50 mila dollari da destinare alla Croce Rossa israeliana, ma a vedere la coda e i dollari che vengono offerti, è una cifra destinata a raddoppiare nel giro di pochi giorni. La solidarietà è arrivata da tutte le parti del mondo. “Su Instagram - racconta - ho ricevuto messaggi da un sacco di gente. Una donna, cristiana, mi ha scritto: 'sto a Los Angeles, sono con voi, sostengo la pace, l’amore e la giustizia. È importante dire che non vogliamo vengano uccisi e stuprati donne e bambini'”.

Cosa aspettarsi dal futuro? “Già, bella domanda - risponde Dahan - il futuro è mettere le persone insieme. La gente deve capire Israele, capire che merita di essere felice. Ma ora la cosa più importante è che i 242 ostaggi tornino a casa, non c’è necessità perché vengano tenuti prigionieri nei tunnel sotto gli ospedali. E’ un crimine disgustoso, non c'è nessuna morale. Fanno propaganda. Queste persone non sono soltanto nemiche di Israele, ma del mondo libero. Sono le stesse che festeggiavano gli attentati dell’11 settembre”.

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