KHAN YOUNIS— Tra le migliaia di sfollati arrivati a Khan Younis in questi giorni – convintisi a lasciare le loro case a Nord solo dopo che gli israeliani sono effettivamente penetrati nella Striscia – c’è Noor Hammad. Ha 24 anni e fino a poco più di un mese fa poteva dirsi felice. Aveva un buon lavoro come nutrizionista in una clinica, si era sposata da poco ed era in attesa del primo bambino.
Proprio perché incinta di sette mesi, finora non se l’era sentita di affrontare venti chilometri a piedi per passare il Wadi Gaza, la riserva naturale a Sud della quale l’esercito chiede di evacuare. Solo quando lei e il marito Hassan si sono resi conto che il rischio era ormai troppo grande si sono messi in marcia. E ce l’hanno fatta, pur costretti a numerosissime pause, perché il bambino scalciava e i morsi della fame e della sete a tratti diventavano insopportabili.
Arrivati qui a Sud, come tutti hanno provato a bussare alle porte della scuola dell’Unrwa, chiedendo, per pietà, un an…
KHAN YOUNIS— Tra le migliaia di sfollati arrivati a Khan Younis in questi giorni – convintisi a lasciare le loro case a Nord solo dopo che gli israeliani sono effettivamente penetrati nella Striscia – c’è Noor Hammad. Ha 24 anni e fino a poco più di un mese fa poteva dirsi felice. Aveva un buon lavoro come nutrizionista in una clinica, si era sposata da poco ed era in attesa del primo bambino.
Proprio perché incinta di sette mesi, finora non se l’era sentita di affrontare venti chilometri a piedi per passare il Wadi Gaza, la riserva naturale a Sud della quale l’esercito chiede di evacuare. Solo quando lei e il marito Hassan si sono resi conto che il rischio era ormai troppo grande si sono messi in marcia. E ce l’hanno fatta, pur costretti a numerosissime pause, perché il bambino scalciava e i morsi della fame e della sete a tratti diventavano insopportabili.
Arrivati qui a Sud, come tutti hanno provato a bussare alle porte della scuola dell’Unrwa, chiedendo, per pietà, un angolino per permettere almeno alla donna col pancione di riposare. Gli hanno dato alcuni voucher per procurarsi del cibo extra nei magazzini delle Nazioni Unite poco distanti: ma nell’edificio strapieno, nessuno le ha ceduto un giaciglio. Hanno dunque bussato alla Mezzaluna rossa che gestisce l’ospedale locale, il Nasser. Ma anche lì c’è ormai troppa gente e, non trattandosi di un’emergenza, li hanno mandati via. Sempre più stanca, con le mani a tenersi la pancia, Noor ha seguito Hassan in un pellegrinaggio sfinente.
E alla fine è stata fortunata: ha trovato una vecchia amica di una sua sorella e quella se l’è presa nella casa dove già convivono 25 persone. Ha un tetto sulla testa, ma dorme sul pavimento. E la gioia dell’attesa si è trasformata in ansia senza fine: «Dove partorirò la mia bambina? Chi mi aiuterà? Come la coprirò? Sarò in grado di allattarla, di farla sopravvivere?».
Noor non è la sola a temere per la vita del bambino che ha in grembo. Dati del locale ministero della Salute stimano che sono almeno 50mila le donne attualmente incinte a Gaza, che fronteggiano l’incertezza più estrema. In una dichiarazione congiunta, l’Unicef, l’Un Population Fund e l’Organizzazione Mondiale della Sanità hanno espresso la loro preoccupazione attraverso un altro dato inquietante: da quando è iniziata la guerra, mediamente 180 donne hanno partorito ogni settimana nelle peggiori delle condizioni, alcune addirittura per strada e fra le macerie. E anche chi ha la fortuna di arrivare in un qualche ospedale partorisce senza anestesia né medicinali adeguati, e spesso viene dimessa ancora sanguinante poche ore dopo. Alcuni dei loro bebè erano così malaticci e gracili da essere finiti nelle incubatrici: ma queste vengono alimentate coi pannelli solari e le ultime bombe ne hanno distrutti diversi.
Non ci sono dati su quanti neonati siano morti. D’altronde, con la quantità di feriti che arrivano quotidianamente negli ospedali nessuno ha più tempo di occuparsi delle puerpere. «Il timore che aumentino le morti per parto è molto concreto», dicono infatti le agenzie nel loro comunicato congiunto: «E lo stesso vale per gli aborti spontanei, provocati da denutrizione ma anche dallo stress estremo». Noor ammette di essere terrorizzata e di pregare solo che la guerra finisca presto: «La mia bambina è attesa a gennaio. Tutto quel che voglio è farla nascere in una situazione di pace».
(testo raccolto da Anna Lombardi)