Israele, operazione droni: boom di acquisti dopo il 7 ottobre. “Nel cielo quanti più occhi possibili”
di Floriana BulfonDodici ore dopo l’inizio del massacro in Israele, da Tel Aviv hanno cominciando a mandare messaggi a imprenditori statunitensi: “Abbiamo bisogno di comprare droni, ne servono migliaia…”. Una richiesta massiccia, proveniente dalla nazione che per prima ha trasformato gli apparecchi telecomandati in strumenti di guerra. Per fronteggiare l’assalto di Hamas e preparare l’operazione a Gaza, però, gli israeliani non cercavano i grandi Uav, come i Reaper americani e i Bayraktar turchi: volevano i piccoli quadricotteri commerciali, quelli che costano poche migliaia di euro e si usano per filmare le vacanze o le cerimonie.
Dal 7 ottobre, come ha rivelato un’inchiesta del Wall Street Journal, ne hanno importati un numero significativo. Si tratta di un’altra misura che i vertici delle Israel Defence Forces hanno preso studiando il conflitto in Ucraina, dove sulla linea del fronte sono presenti nugoli di droni spesso minuscoli. Probabilmente i generali avevano già deciso l’adozione di mezzi …
Dodici ore dopo l’inizio del massacro in Israele, da Tel Aviv hanno cominciando a mandare messaggi a imprenditori statunitensi: “Abbiamo bisogno di comprare droni, ne servono migliaia…”. Una richiesta massiccia, proveniente dalla nazione che per prima ha trasformato gli apparecchi telecomandati in strumenti di guerra. Per fronteggiare l’assalto di Hamas e preparare l’operazione a Gaza, però, gli israeliani non cercavano i grandi Uav, come i Reaper americani e i Bayraktar turchi: volevano i piccoli quadricotteri commerciali, quelli che costano poche migliaia di euro e si usano per filmare le vacanze o le cerimonie.
Dal 7 ottobre, come ha rivelato un’inchiesta del Wall Street Journal, ne hanno importati un numero significativo. Si tratta di un’altra misura che i vertici delle Israel Defence Forces hanno preso studiando il conflitto in Ucraina, dove sulla linea del fronte sono presenti nugoli di droni spesso minuscoli. Probabilmente i generali avevano già deciso l’adozione di mezzi simili, ma il Sabato Nero li ha obbligati a bruciare i tempi. Si tratta di modelli prodotti soprattutto da SZ DJI Technology e Autel Robotics, imprese di Shenzen che sono popolari negli States e disponibili in larghi stock con prezzi che non superano i cinquemila dollari. Oltre a quelli made in China, ne sono stati acquistati anche molti di fabbricazione statunitense, più sofisticati e con visori specializzati, ovviamente a costi superiori.
Bobby Sakaki, un consulente di settore di Salt Lake City, ha spiegato al Wsj che la sua società Uas Nexus ha aiutato a chiudere accordi per esportare centinaia di questi droni in Israele e il 90 per cento sono di marchi cinesi. “Quando c’è un conflitto non fai preferenze politiche. Punti solo ad ottenere un vantaggio sul nemico”. Ido Gur, un veterano dell’aviazione israeliana che ha fondato in California la ditta Easy Aerial, ha detto che gli sono cominciate ad arrivare richieste su WhatsApp meno di dodici ore dopo l’assalto di Hamas. Provenivano dalle forze armate, da associazioni di reduci, da militari della riserva, da organizzazioni ebraiche americane e da fondazioni: volevano comprarli per donarli all’esercito o per proteggere i kibbutz. “All’inizio volevano solo sapere cosa c’era di disponibile e cosa potevano trovare. Non facevano domande sulle prestazioni e l’efficienza, né se si trattava di prodotti cinesi o statunitensi”.
Gur ha venduto quindici sistemi progettati dalla sua azienda: ne può costruire al massimo venticinque a settimana, ma in questo momento fatica a trovare le componenti.
La domanda ormai è impazzita. I siti web delle compagnie che importano negli Usa gli apparecchi cinesi avvisano che stanno affrontando problemi di rifornimento senza precedenti a causa delle guerre in Ucraina e in Medio Oriente. Secondo uno studio del think tank britannico Rusi, gli ucraini perdono circa 10mila piccoli droni ogni mese. Ne servono tanti e questo dato pare giustificare la ricerca israeliana di masse di aeroplanini e quadricotteri. Sono semplici da pilotare e non richiedono un particolare addestramento. Allo stesso tempo si sono rivelati preziosi per monitorare il campo di battaglia, sia negli spazi aperti sia nei combattimenti urbani come quelli che Idf sta affrontando all’interno della Striscia. Lo ha dimostrato Hamas, che ha impiegato molti elicotterini durante l’attacco contro le postazioni israeliane il 7 ottobre.
Istituzioni militari e gruppi civili hanno poi fatto un accordo con la Skydio della Silicon Valley, che è tra i fornitori dell’Us Army. “L’obiettivo è mettere nel cielo quanti più occhi possibili”, ha spiegato Menahem Landau, un esperto in fondi di investimento che ha comprato da Skydio droni per un milione di dollari. Landau sta aiutando a lanciare l’Israel Defense Fund, un fondo che ha raccolto dieci milioni per investire in startup, incluse aziende di droni, nello Stato ebraico.
L’operazione droni sembra avere una doppia finalità. Da una parte ci sono le esigenze delle forze armate, che mirano a moltiplicare la capacità di ricognizione dei reparti schierati a Gaza. Si ipotizza che alcuni di questi sistemi saranno impiegati per le missioni nei tunnel di Hamas, per non esporre i soldati alle trappole esplosive. Dall’altra c’è il timore che si possano ripetere altri assalti terroristici e così, ad esempio, nel villaggio di Tzur Hadassah, alle porte di Gerusalemme, Moshe Amzel ha usato la sua competenza di imprenditore tecnologico per creare una centrale di controllo che usa un drone appena acquistato dalla Easy Aerial e diversi DJI cinesi: sorvegliano notte e giorno il perimetro dell’insediamento, dove vivono 12mila persone. “Adesso c’è meno panico rispetto a due settimane fa”, ha sottolineato Amzel.