L’ex agente del Mossad: “Smantelliamo le infrastrutture economiche di Hamas”
di Anna LombardiFollow the money. “C’è uno strumento cruciale per combattere Hamas: tagliar loro i fondi”. Uzi Shaya, ex agente dello Shin Bet e del Mossad da sempre indaga sul sistema di finanziamento dei terroristi e oggi collabora col governo israeliano proprio per capire come intervenire su quello. “Per cancellare Hamas la forza militare non basta. Bisogna minare le sue infrastrutture economiche”, piega a un gruppo di giornalisti italiani con cui dialoga in video collegamento da Tel Aviv.
I conti sono presto fatti: e i numeri, considerata la povertà endemica della popolazione di Gaza, dove uno stipendio medio si aggira sui 300 dollari al mese, sono strabilianti. “Sulla Striscia in un anno si riversano circa 2 miliardi di dollari. Eppure c’è grande povertà, alla popolazione arriva poco”. Dal solo Qatar, racconta, arrivano alla luce del sole 360 milioni di dollari: che però, sostiene “invece di essere impiegati per welfare, carburante, stipendi degli impiegati (a volte pagati e a volte no) vanno a…
Follow the money. “C’è uno strumento cruciale per combattere Hamas: tagliar loro i fondi”. Uzi Shaya, ex agente dello Shin Bet e del Mossad da sempre indaga sul sistema di finanziamento dei terroristi e oggi collabora col governo israeliano proprio per capire come intervenire su quello. “Per cancellare Hamas la forza militare non basta. Bisogna minare le sue infrastrutture economiche”, piega a un gruppo di giornalisti italiani con cui dialoga in video collegamento da Tel Aviv.
I conti sono presto fatti: e i numeri, considerata la povertà endemica della popolazione di Gaza, dove uno stipendio medio si aggira sui 300 dollari al mese, sono strabilianti. “Sulla Striscia in un anno si riversano circa 2 miliardi di dollari. Eppure c’è grande povertà, alla popolazione arriva poco”. Dal solo Qatar, racconta, arrivano alla luce del sole 360 milioni di dollari: che però, sostiene “invece di essere impiegati per welfare, carburante, stipendi degli impiegati (a volte pagati e a volte no) vanno agli operativi e ai funzionari di Hamas, che spesso vivono con le loro famiglie al sicuro e nel lusso, lontano da Gaza. La benzina, invece, viene immagazzinata nei tunnel”.
L’organizzazione, insiste, prende una sorta di pizzo da tutti i fondi. Sotto forma di tasse: “Sugli stipendi e su tutte le merci che entrano ed escono, legalmente e clandestinamente. Un altro tesoretto da 300 milioni di dollari l’anno”. A sentire l’agente, preleva pure il 30 per cento dei 600 - 800 milioni di supporto ai palestinesi introdotti invece dall’Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati. “Tutti gli aiuti sono ostaggio dell'entità del terrore che ha governato Gaza fino ad ora”. Altri fondi arrivano dall’Iran: circa 100-150 milioni che passano dal Libano o dalla Malesia ma poi vengono “ripuliti” attraverso una serie di operazioni gestite da un apposito ufficio con sede a Istanbul, in Turchia, vero centro finanziario di Hamas. “È lì che viene gestito una sorta di portfolio segreto dell’organizzazione. Un sistema capace di investire con azioni di riciclaggio e operazioni ramificate. Immobiliari ad esempio, in paesi come Sudan, Emirati Arabi, Nigeria”.
Ma i flussi, anche attraverso quelle che definisce "false ong”, transitano pure dall’Europa. Nelle maglie dei controlli per verificare eventuali finanziamenti ad Hamas, sono finiti anche due conti italiani intestati all’ “Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese”, riconducibile all’architetto palestinese, con base a Genova, Mohammad Hannoun, accusato, senza però avere mai ripercussioni penali, di nascondere dietro al suo gruppo un sostengo economico ai gruppi di kamikaze palestinesi. Hannoun ha sempre smentito un suo coinvolgimento e “che la sua associazione lavora per motivi puramente umanitari”. Un’inchiesta della procura di Genova era finita in un nulla di fatto, anche a causa della mancata collaborazione palestinese. Il primo conto presso Unicredit è stato chiuso dalla banca nel 2021, dopo una serie di segnalazioni all’Antiriciclaggio, per una serie di anomalie: la mancata iscrizione dell’associazione al registro dell’Agenzia delle Entrate e la massiccia movimentazione di contante in alcuni casi a soggetti inseriti nelle black list delle banche dati europee. Il secondo conto invece è presso il Credit Agricole che dopo alcuni controlli, ne ha predisposto la chiusura nel giro di pochi mesi.