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Ucraina, la vittoria è lontana: prime crepe tra politica e esercito

Ucraina, la vittoria è lontana: prime crepe tra politica e esercito
(afp)

Secondo le ricostruzioni il solo Zelensky sarebbe convinto della riuscita della controffensiva. Le critiche del generale Zaluzhny e il nodo delle elezioni

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KIEV – Impedire a Mosca di pensare di aver vinto la guerra. Di pensare che l’Occidente sia stanco, distratto dalla crisi in Medio Oriente e ormai sul punto di abbandonare l’Ucraina al suo destino. E convincere l’Occidente che sarebbe un errore drammatico tagliare gli aiuti finanziari e militari mentre Mosca continua ad aumentare sia le truppe inviate al fronte che la produzione e acquisto di missili e munizioni.

Sono i giorni più difficili, per il governo di Kiev. Sulla scia di una copertina di Time, i più autorevoli giornali internazionali hanno pubblicato ricostruzioni secondo cui solo il presidente Volodymyr Zelensky, tra la diffidenza persino dei suoi stretti collaboratori nell’Ufficio presidenziale, sembra credere ancora nella riuscita della controffensiva.

Le critiche del generale Zaluzhny

Lo stesso generale Valery Zaluzhny, il capo delle forze armate che gode di enorme fiducia dagli ucraini, ha rotto il silenzio per confermare clamorosamente il fallimento della controffensiva, trasformata in uno “stallo” che non può essere spezzato senza una superiorità tecnologica non in vista. Un’ammissione che sgretola l’intera architrave della strategia bellica del presidente, ribadita quasi ogni giorno nei suoi video con cui aggiorna direttamente gli ucraini.

La critica di Zaluzhny è micidiale: pur ammettendo che una delle cause del fallimento della controffensiva sia stata la lentezza e l’esiguità con cui i partner occidentali hanno fornito le armi ad alta tecnologia, punta il dito contro chi non ha fatto la sua parte gestendo a dovere il reclutamento e la formazione dei soldati, cioè il governo e il ministero della Difesa, mandando al fronte poche e impreparate reclute.

Il generale rimosso

Lo scontro tra i due massimi poteri dello Stato, quello politico e quello militare, in una fase critica della guerra, è una minaccia per la stabilità stessa del Paese. Nei giorni immediatamente successivi alla pubblicazione delle parole di Zaluzhny – che Zelensky teme possa candidarsi diventando il suo sfidante più pericoloso quando dovrà presentarsi alle urne per chiedere un secondo mandato – il presidente ha rimosso dall’incarico il generale Viktor Khorenko, il capo delle Forze per le operazioni speciali che gestisce i sabotaggi oltre le linee russe, la controinformazione e la guerra psicologica.

Khorenko paga certamente i risultati molto scarsi della sanguinosa controffensiva ucraina, ma anche la fedeltà al generale Zaluzhny che Zelensky e i suoi uffici non hanno neppure ritenuto di avvisare del licenziamento. Eppure le Forze per le operazioni speciali sono una delle cinque branchie delle sue Forze armate.

Due tragedie sospette

Ad aumentare la tensione, già alle stelle, è arrivata la morte assurda dell’assistente di Zaluzhny, ucciso in casa mentre apriva davanti ai figli un regalo di compleanno ricevuto in ufficio: una bottiglia del suo Whisky preferito con intorno sei granate in una confezione realizzata appositamente. L’esperto maggiore Gennady Chastyakov avrebbe preso quelle granate per bizzarri bicchieri, sollevandone una e togliendo la linguetta della sicura. Per la polizia è un tragico incidente, ma ha indagato inutilmente su un altro “tragico incidente” in elicottero, quello che decapitò i vertici del ministero degli Interni da cui dipende. In entrambi i casi il sospetto di un attentato è preponderante.

Il nodo delle elezioni

Nel frattempo le sfide da affrontare sono sempre più difficili. Sul fronte interno, Zelensky deve reagire al continuo calo di consensi per il suo governo, anche se resta molto alta la fiducia di cui gode personalmente – benché pure questa sia in flessione, dal 91% al 76% rispetto al maggio 2022 – . Il suo mandato scadrà a fine marzo, quando in condizioni normali si dovrebbero effettuare le nuove elezioni presidenziali incompatibili però con la legge marziale, che viene continuamente prorogata in attesa della fine del conflitto.

Il presidente, e ieri anche il suo potente capo dell’Ufficio presidenziale Andry Yermak, hanno avvertito chiaramente che non ci saranno elezioni se non si verificheranno una serie di condizioni minime che di fatto, per ora, non ci possono sicuramente essere. Ma questo non spegne l’onda montante della politica, che vuole riprendersi i suoi spazi e finisce per spezzare l’unità con cui l’Ucraina ha reagito all’invasione russa del 24 febbraio 2022.

Il fronte

Tutto questo senza ancora aver toccato la questione più importante: la guerra, che continua a versare sangue e diventa sempre più difficile da sostenere. Sul campo, nonostante lo sforzo della controffensiva la situazione si è ormai stabilizzata, e il maltempo dovrebbe surgelare le linee lungo le attuali trincee. I chilometri guadagnati o persi dalla scorsa estate sono pochissimi, mentre bisogna formare nuovi soldati preparati per dare il cambio alle forze esauste in trincea da quasi due anni.

E intanto si combatte: il fronte più difficile per Kiev è quello del Donbass, e Avdiivka rischia di diventare la nuova Bakhmut. La pressione russa per conquistarla, allontanando così le forze ucraine da Donetsk che è a pochi chilometri di distanza, è probabilmente insostenibile secondo molti osservatori; ma Kiev sa quanto sia strategica proprio come testa di ponte verso il cuore del Donbass occupato dai russi, e tiene quasi 40mila soldati in difesa del difendibile. Come a Bakhmut, l’idea è di sfruttare il più a lungo possibile il rapporto sul numero dei caduti in battaglia, che è sempre vantaggioso per chi attacca rispetto a chi difende.

Intanto continua la guerra a distanza: i russi scaricano missili quasi ogni giorno sulla logistica militare ucraina, e altrettanto fanno gli ucraini mirando soprattutto alla Crimea e alle sue forze militari navali. In mezzo, come sempre, finiscono i civili. Ma da qualche giorno Mosca pare aver ripreso anche la strategia di colpire le infrastrutture energetiche civili, come ha fatto negli impianti Dtek nel Donbass: appena le temperature scenderanno vicine o sotto allo zero, potrebbero ripartire gli attacchi sistematici per fiaccare il morale degli ucraini, tra i quali si fa lentamente strada l’idea che, tutto sommato, una tregua onorevole che preservi l’indipendenza di Kiev sia meglio di una guerra logorante senza fine. Un’ipotesi però che potrebbe non essere affatto nei piani del Cremlino.

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