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Guerra Israele-Hamas, il fattore tempo e il rischio di allargamento del conflitto

(afp)
I generali israeliani: più aiuti ai palestinesi in modo da avere una campagna più lunga
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Il fattore tempo è l’elemento decisivo della guerra di Gaza. Le forze armate israeliane ritengono di essere solo all’inizio e fanno sapere che le operazioni saranno lunghe: i generali sono convinti che se venissero interrotte nel giro di una-due settimane, sarebbe impossibile azzerare la struttura militare di Hamas. E oltre al confronto sempre più violento con Hezbollah sulla frontiera libanese, continuano a ritenere possibili attacchi su larga scala dalla Siria e dall’Iraq. Con lo spettro incombente dell’intervento di Teheran: «A causa dell’aumento dell’intensità della guerra contro i civili di Gaza - ha dichiarato ieri il ministro degli Esteri iraniano Hossein Amirabdollahian - l’espansione del conflitto è diventata inevitabile». Per questo secondo i vertici delle Israeli Defence Forces è necessario dare «più respiro» alla campagna terrestre.

Ma la pressione internazionale per fermare le armi sale ogni giorno davanti alle immagini drammatiche che arrivano dalla Striscia: ieri…

Il fattore tempo è l’elemento decisivo della guerra di Gaza. Le forze armate israeliane ritengono di essere solo all’inizio e fanno sapere che le operazioni saranno lunghe: i generali sono convinti che se venissero interrotte nel giro di una-due settimane, sarebbe impossibile azzerare la struttura militare di Hamas. E oltre al confronto sempre più violento con Hezbollah sulla frontiera libanese, continuano a ritenere possibili attacchi su larga scala dalla Siria e dall’Iraq. Con lo spettro incombente dell’intervento di Teheran: «A causa dell’aumento dell’intensità della guerra contro i civili di Gaza - ha dichiarato ieri il ministro degli Esteri iraniano Hossein Amirabdollahian - l’espansione del conflitto è diventata inevitabile». Per questo secondo i vertici delle Israeli Defence Forces è necessario dare «più respiro» alla campagna terrestre.

Ma la pressione internazionale per fermare le armi sale ogni giorno davanti alle immagini drammatiche che arrivano dalla Striscia: ieri le fonti palestinesi hanno portato il bilancio a 11.078 mila morti, tra cui 4.056 bambini. Almeno 700 mila persone sono imprigionate nel campo di battaglia da due settimane; oltre due milioni da un mese restano assediate, praticamente senza rifornimenti. La voce dell’amministrazione Biden si fa sempre più insistente ed è l’unica che può condizionare il governo israeliano: tre anni fa è stata la Casa Bianca a imporre la fine dei bombardamenti su Gaza.

Il comando delle Israeli Defence Force è consapevole della situazione e insiste nel chiedere al premier Netanyahu un diverso approccio verso la popolazione, che introduca tregue consistenti per permettere l’evacuazione verso sud degli abitanti di Gaza City assieme all’afflusso di cibo, acqua e medicine in senso inverso. È un’impostazione che non mira soltanto a placare gli alleati ma nasce dall’esperienza dei combattimenti urbani degli ultimi anni, da Mosul a Marawi, la città delle Filippine occupata dall’Isis nel 2017. Le “operazioni umanitarie” sono considerate un elemento chiave per il successo di quelle militari: altrimenti l’indignazione internazionale e il sostegno dei residenti ai fondamentalisti finiranno per impedire di ottenere risultati sul campo. È il soft power, ormai importante quanto le manovre dei tank sul terreno.

E a Gaza City i combattimenti sono soltanto nella fase iniziale. Nonostante i bollettini ufficiali elenchino 18 mila obiettivi nemici colpiti, i generali israeliani ritengono che Hamas non abbia ancora fatto entrare in azione le truppe migliori. Ci sono stati pochissimi scontri diretti: i video diffusi dalla sigla terroristica mostrano squadre armate solo di lanciarazzi Rpg, molto meno addestrate dei guerriglieri che il 7 ottobre hanno scardinato le difese sul Muro. «Sono come fantasmi, non li vediamo mai», ha detto uno dei militari impegnati nella Striscia: nel timore di agguati, i fanti delle Idf non escono praticamente mai dai gusci d’acciaio dei loro cingolati Merkava e Namer, se non negli spazi già occupati dalle avanguardie. Anche la lotta ai tunnel finora si è limitata a demolire centinaia di accessi scoperti durante l’avanzata, senza irruzioni nelle gallerie zeppe di trappole esplosive. Senza affrontare il labirinto sotterraneo però non sarà possibile né liberare gli ostaggi, né espugnare i rifugi dei leader di Hamas e raid del genere richiedono una pianificazione lunga e meticolosa.

«La questione fondamentale adesso è il tempo», ha sottolineato Matan Vinai, ex comandante della Divisione Sud che in passato ha guidato le missioni a Gaza. Israele deve riuscire a eliminare quanti più capi e combattenti jihadisti prima che il numero di vittime civili diventi intollerabile agli occhi del mondo. Hamas invece si è preparata da mesi per resistere sotto i palazzi e gli ospedali, trasformando la carneficina della popolazione in un manifesto politico.

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