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“Al rave nel deserto non è morto nessuno”. Le teorie deliranti del web tra negazionismo e fake news

La contronarrazione di alcuni profili social da migliaia di follower: “I kibbutz bruciavano perché a un certo punto i carri armati sono impazziti e li hanno presi a cannonate”
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Il massacro del 7 Ottobre non c’è mai stato, e se c’è stato è avvenuto per mano dell’esercito israeliano. È stata una messinscena dello Stato ebraico che cercava una scusa per invadere la Striscia di Gaza. I morti sono molto di meno di quelli dichiarati. Anzi, Hamas non voleva uccidere proprio nessuno, l’idea era catturare ostaggi da scambiare coi palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Gli stupri e le decapitazioni sono inventati. I kibbutz bruciavano perché a un certo punto i carri armati sono impazziti e li hanno presi a cannonate. I ragazzi del rave sono stati uccisi quasi per caso, correvano nel deserto e si sono ritrovati tra i soldati che sparavano e i miliziani che assaltavano le basi. E comunque, al rave nel deserto non è morto nessuno.

Puntuale come la propaganda militare, ecco comparire sui social il cospirazionismo che inquina ancora di più il dibattito sul conflitto israelo-palestinese. Tra milioni di repost e di retweet di notizie non confermate, abbozzate, n…

Il massacro del 7 Ottobre non c’è mai stato, e se c’è stato è avvenuto per mano dell’esercito israeliano. È stata una messinscena dello Stato ebraico che cercava una scusa per invadere la Striscia di Gaza. I morti sono molto di meno di quelli dichiarati. Anzi, Hamas non voleva uccidere proprio nessuno, l’idea era catturare ostaggi da scambiare coi palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Gli stupri e le decapitazioni sono inventati. I kibbutz bruciavano perché a un certo punto i carri armati sono impazziti e li hanno presi a cannonate. I ragazzi del rave sono stati uccisi quasi per caso, correvano nel deserto e si sono ritrovati tra i soldati che sparavano e i miliziani che assaltavano le basi. E comunque, al rave nel deserto non è morto nessuno.

Puntuale come la propaganda militare, ecco comparire sui social il cospirazionismo che inquina ancora di più il dibattito sul conflitto israelo-palestinese. Tra milioni di repost e di retweet di notizie non confermate, abbozzate, non verificate, smentite ma comunque credute, raggiunge le profondità abiette del negazionismo. E abbindola persino la Knesset, il parlamento israeliano.

Il sistema è il solito. Poiché ormai non crediamo neanche a ciò che vediamo, basta un utente e una frase ben costruita a scatenare bias cognitivi, ad attivare le camere dell’eco. Un video pubblicato il 10 ottobre dall’aviazione israeliana, girato durante uno scontro a fuoco con i terroristi di Hamas, viene rilanciato così dal profilo X di syriangirl: “Israele ammette che gli elicotteri Apache hanno sparato sui civili che fuggivano dal rave”. Il post è corredato da una dichiarazione virgolettata, attribuita a non si sa chi, dove si dice che i piloti israeliani hanno ammesso l’errore. Sparato nell’agone virtuale da syriangirl e non solo, il filmato ha realizzato 8 milioni di visualizzazioni.

In un altro video anch’esso virale si sostiene che le quasi cento vittime del kibbutz Be’eri sono state provocate dai tank israeliani, come se non esistessero decine di filmati delle atrocità compiute e filmate in presa diretta dai terroristi di Hamas e Jihad Islamica. Si concentra sull’unica testimonianza di un sopravvissuto che, in un’intervista alla radio, ha affermato di aver visto un ostaggio colpito dall’esercito. Elemento sufficiente per sostenere che, in fondo, tutto quel che si è visto il 7 Ottobre non è altro che un effetto della famigerata direttiva Annibale, procedura controversa delle forze armate israeliane dove si teorizza che la morte sia preferibile al rapimento. Venne ritirata nel 2016, sostituita con un’altra procedura dal contenuto sconosciuto, riesumata oggi dai cospirazionisti.

I social network sono sempre fertili per le teorie strampalate. In tal senso il quotidiano Haaretz di Tel Aviv segnala in particolare tre profili (thenames_ahmad, maxblumenthal, jackson hinkle), ciascuno da centinaia di migliaia di follower, che appartengono a utenti all’estero. E pure gli stessi israeliani abboccano. La scorsa settimana la parlamentare arabo-israeliana Iman Khatib-Yassin della Lista Araba sul 7 Ottobre ha dichiarato: “Nessun bambino è stato brutalizzato, nessuna donna è stata violentata”. Si è scusata dopo che il presidente del suo partito ha preso le distanze condannando quell’uscita.

Fake news portano ad altre fake news, con l’obiettivo di puntellare la narrazione preferita. Uno degli argomenti più citati è la storia del bambino israeliano bruciato vivo nel forno davanti ai genitori. È stata rilanciata da molti profili filo-israeliani, a Tel Aviv ne parlano tutti, ma la notizia non è mai stata confermata da fonti ufficiali del governo. Per i negazionisti questo proverebbe che Israele mente e nasconde la verità.

Non ci fidiamo più di quanto vediamo, dunque, e talvolta facciamo bene. Con l’intelligenza artificiale e i software di deepfake sono state create immagini finte riguardo all’invasione israeliana nella Striscia. Spopolano sul web, come quella del bambino palestinese di Gaza che grida in mezzo alle macerie di un palazzo, o il soldato israeliano con due neonati in braccio appena salvati dal crollo di un edificio.

“La nostra più grande preoccupazione è che i terroristi comincino ad usare l’intelligenza artificiale per manipolare le immagini, il rischio è enorme”, sostiene Adam Hadley, direttore esecutivo di Tech Against Terrorism, intervistato da Wired. “Dategli sei mesi e riusciranno anche a ingannare i sistemi di rilevamento automatici di falsificazione delle foto”.

Come se non ce ne fossero già abbastanza di foto autentiche di bambini uccisi o feriti. Le 1.400 vittime del 7 Ottobre sono reali, così come lo sono i civili morti sotto i bombardamenti israeliani. Il ministero della Salute di Gaza, controllato da Hamas, denuncia che hanno superato quota 11 mila. Possono essere anche qualche migliaio di meno, la sostanza non cambia.

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