Le voci disperate dei medici di Gaza: “Contro di noi bombe e cecchini”
dal nostro inviato Fabio TonacciTEL AVIV – Le voci da dentro sono spaventose. Arrivano poco e male, sul filo debole di una connessione che regge a malapena per i messaggi scritti e spesso si interrompe per ore. «Siamo al quarto piano dell’ospedale al-Shifa, c’è un cecchino che ha attaccato quattro pazienti dentro. Uno di loro, tetraplegico, ha una ferita sul collo. Un altro è stato colpito alla pancia», racconta il dottor Mohammed Obeid, chirurgo di Medici senza Frontiere che lavora all’ospedale più grande di Gaza City. E nei cui sotterranei, secondo l’esercito israeliano, si nascondono i terroristi di Hamas. Forse anche Yahya Sinwar, il regista del sabato dell’orrore. Forse, ma la versione non trova conferme, è imprigionato lì sotto anche qualcuno degli ostaggi catturati il 7 ottobre.
Le forze armate sono avanzate lungo la costa, chiudendo in una morsa da Nord da Sud il campo rifugiati di al-Shati, ritenuto una roccaforte di Hamas nella Striscia. Si trova vicino ad al-Shifa. Un ufficiale israeliano ha chiamato…
TEL AVIV – Le voci da dentro sono spaventose. Arrivano poco e male, sul filo debole di una connessione che regge a malapena per i messaggi scritti e spesso si interrompe per ore. «Siamo al quarto piano dell’ospedale al-Shifa, c’è un cecchino che ha attaccato quattro pazienti dentro. Uno di loro, tetraplegico, ha una ferita sul collo. Un altro è stato colpito alla pancia», racconta il dottor Mohammed Obeid, chirurgo di Medici senza Frontiere che lavora all’ospedale più grande di Gaza City. E nei cui sotterranei, secondo l’esercito israeliano, si nascondono i terroristi di Hamas. Forse anche Yahya Sinwar, il regista del sabato dell’orrore. Forse, ma la versione non trova conferme, è imprigionato lì sotto anche qualcuno degli ostaggi catturati il 7 ottobre.
Le forze armate sono avanzate lungo la costa, chiudendo in una morsa da Nord da Sud il campo rifugiati di al-Shati, ritenuto una roccaforte di Hamas nella Striscia. Si trova vicino ad al-Shifa. Un ufficiale israeliano ha chiamato il direttore dell’ospedale e gli ha spiegato che la struttura, dove sono ricoverati attualmente circa 800 pazienti, è in zona di combattimento. «Abbiamo due neonati che sono morti perché l’incubatrice è senza energia elettrica», scrive ancora il dottor Obeid, nel suo dispaccio al quartier generale di Medici Senza Frontiere. «E un adulto in terapia intensiva è deceduto perché il ventilatore si è spento. Vediamo fumo attorno all’ospedale, i soldati colpiscono ogni cosa attorno, e anche l’ospedale. Non c’è più cibo né acqua, la situazione è catastrofica».
Un’altra voce da dentro è quella del direttore sanitario Muhammad Abu Salmiya, il quale conferma i decessi. «I pazienti stanno cominciando a morire. Ho richiesto alla Mezzaluna Rossa di farci arrivare del carburante per i generatori, ma pare che Israele si sia opposto, perché nessun tipo di auto può entrare ora nel Nord della Striscia». Nei giorni scorsi, nel perimetro della struttura, avevano trovato riparo fino a 50 mila sfollati palestinesi, ma ora se ne sono andati. Rimangono i pazienti, i dottori, i soldati fuori, i miliziani sotto e attorno.
Il dottor Ghassam Abu-Sittah, chirurgo che collabora con l’associazione Palestine Children’s relief fund, è anch’egli a Gaza City. Repubblica lo ha contattato a metà mattina, lui ha risposto con tre messaggi audio su WhatsApp, poi il suo telefono si è ammutolito. «Al-Shifa è fermo, non fanno più operazioni. Le batterie dei ventilatori non funzionano più perché hanno tagliato la luce, quattro pazienti sono già morti. È stato sparato un missile nel palazzo centrale dell’ospedale, è scoppiato un incendio sul tetto dell’unità dialisi e sul deposito». Le notizie si rincorrono, si accavallano, vengono corrette leggermente. Solo chi è lì, sa.
Ci sono le voci da dentro, ma ci sono anche le voci da fuori. Di chi vuole spiegare all’opinione pubblica attonita. «Non c’è alcun assedio dell’ospedale, il lato Est è aperto e se qualcuno intende andar via lo può fare», dichiara il portavoce delle forze armate israeliane Daniel Hagari. «Noi stiamo combattendo contro i terroristi che hanno scelto volontariamente di stare nei dintorni di al-Shafi. Hamas non ha più presa sulla Striscia, perché gli abitanti stanno evacuando contravvenendo ai loro ordini, quindi diffonde bugie». Da Tel Aviv, infatti, smentiscono che sia israeliano il razzo caduto ieri nel cortile dell’ospedale, e che secondo alcune fonti locali ha provocato 13 morti. «Abbiamo ricontrollato i nostri sistemi, era un lancio fallito di Hamas. Ne siamo certi».
Le voci da dentro parlano di almeno 600 pazienti nel pieno di un decorso postoperatorio, hanno bisogno di assistenza medica e devono essere evacuati al più presto. «Ci serve aiuto anche per trasferire l’unità neonatale dove abbiamo 37 bimbi nati prematuri e 17 adulti della terapia intensiva». La voce da fuori, quella di Tsahal, assicura che già da questa mattina organizzerà l’evacuazione. «Aiuteremo i bambini del reparto pediatrico a raggiungere un ospedale più sicuro. Forniremo l’assistenza necessaria», dice il portavoce militare Daniel Hagari.
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Al-Shifa non è l’unica struttura sanitaria che si trova in condizioni a dir poco critiche. Dall’ospedale pediatrico Rantisi Repubblica raccoglie questa testimonianza di una dottoressa: «Il mio cuore è spezzato, il Rantisi è stato bombardato e lo staff è in pericolo. Otto bambini sono senza dottori». Portando ad esempio l’ospedale Rantisi, il portavoce delle forze armate ha precisato che per tre giorni consecutivi prima della sua evacuazione hanno chiamato al telefono e lanciato volantini per indurre i civili ad allontanarsi, accusando i miliziani di Hamas di aver aperto il fuoco «per spaventare la folla e farla rientrare. Li hanno utilizzati come scudi umani».
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L’attenzione maggiore però è concentrata sull’ospedale più grande di Gaza City. Dove chi è rimasto dentro ha paura. Pazienti e dottori. «Cari colleghi», scrive un medico di al-Shifa a tutte le associazioni e le ong che lavorano in questo luogo disperato che è la Striscia di Gaza. «Qui è pericolosissimo. Vogliamo andarcene anche noi, ma non possiamo. Non vogliamo morire qui solo perché siamo legati ai nostri pazienti e alla nostra professione. Aiutateci! Fate aprire un corridoio umanitario anche per i medici! Potremmo non arrivare vivi a domani».