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La paura degli arabo-israeliani dopo il 7 ottobre. Ma un sondaggio rivela che il 70% della minoranza sente di appartenere a Israele

Le forze israeliane a Lod

 (afp)
Dopo l’attacco di Hamas, la diffidenza fra la maggioranza ebrea e la minoranza araba si è trasformata in contrasto. A Lod, la più importante città mista del Paese, anche chiedere una tregua per Gaza può costare la prigione. “Clima da caccia alle streghe”
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LOD – “Il nostro Stato bombarda la nostra gente. Come dovremmo sentirci?”. Sami Abu Shehadeh, ex deputato arabo israeliano di Haifa, è da sempre interprete della “pancia” dell’elettorato arabo di Israele. I 37 giorni che sono passati dal 7 ottobre sono stati per lui, come per tante delle persone della sua comunità, fra i più difficili della sua vita. Immediatamente dopo l’attacco di Hamas, in Israele la tradizionale diffidenza fra la maggioranza ebrea e la minoranza araba (il 20 per cento della popolazione) si è trasformata in episodi di contrasto aperto: 150 gli arresti nella campagna di “tolleranza zero”, come l’ha chiamata la polizia, mirata a chi teneva sui social un “comportamento dannoso” o ritenuto compiacente con i terroristi. Divieti di manifestare, raid nelle sedi dei partiti arabi-israeliani, come quello di tre giorni fa a Nazareth. E ancora: dozzine di studenti sono stati cacciati dalle università e altrettanti lavoratori licenziati o che hanno preferito abbandonare il lo…

LOD – “Il nostro Stato bombarda la nostra gente. Come dovremmo sentirci?”. Sami Abu Shehadeh, ex deputato arabo israeliano di Haifa, è da sempre interprete della “pancia” dell’elettorato arabo di Israele. I 37 giorni che sono passati dal 7 ottobre sono stati per lui, come per tante delle persone della sua comunità, fra i più difficili della sua vita. Immediatamente dopo l’attacco di Hamas, in Israele la tradizionale diffidenza fra la maggioranza ebrea e la minoranza araba (il 20 per cento della popolazione) si è trasformata in episodi di contrasto aperto: 150 gli arresti nella campagna di “tolleranza zero”, come l’ha chiamata la polizia, mirata a chi teneva sui social un “comportamento dannoso” o ritenuto compiacente con i terroristi. Divieti di manifestare, raid nelle sedi dei partiti arabi-israeliani, come quello di tre giorni fa a Nazareth. E ancora: dozzine di studenti sono stati cacciati dalle università e altrettanti lavoratori licenziati o che hanno preferito abbandonare il loro impiego per paura.

Nonostante ciò, un sondaggio realizzato nei giorni scorsi dall’Israel Democracy Institute (il più importante istituto statistico del Paese) rivela che il senso di appartenenza ad Israele dei discendenti delle famiglie arabe che nel 1948 rimasero nel territorio di quello che diventò poi lo Stato ebraico, è al livello più alto dal 2003, quando è iniziata questo tipo di analisi. Il 70 per cento della minoranza araba ha risposto in maniera positiva alla domanda sull’appartenenza a Israele, in netto rialzo rispetto al 48 registrato a giugno sullo stesso quesito. Esistono all’interno del campione differenze rilevanti: fra i cristiani e i drusi hanno risposto “sì” l’84 per cento degli intervistati, mentre fra i musulmani il consenso si è fermato al 66. Ma il trend è chiarissimo, in particolare fra i giovani: il 70 per cento ha detto “sì”, mentre a giugno erano il 44.

A dimostrazione che lo shock per gli attacchi di Hamas è riverberato in maniera fortissima anche fra coloro che da anni vivono sospesi in una sorta di un’identità ibrida: cittadini di una nazione che garantisce loro maggiori opportunità di chi vive a Ramallah o Gaza ma non pienamente riconosciuti come tali, come essi stessi non si stancano di sottolineare. Sostenitori di un accordo di pace fra le due parti: mai totalmente pronti però ad accettare l’idea di uno Stato ebraico, secondo le accuse che da sempre ripetono i politici di destra.

Dal 7 ottobre questo equilibrio è ancora più delicato: “Non conosco una persona che non condanni apertamente quello che è successo – ci raccontava qualche settimana fa a Lod, una delle più importanti città miste del Paese un attivista locale. – cristiani e musulmani. Quello che hanno fatto gli uomini di Hamas è barbarie allo stato puro”. Ma per lui, come per la maggior parte della minoranza araba, era impossibile condividere le modalità e l’intensità della reazione israeliana su Gaza. “C’è parte della mia famiglia lì, e da giorni non ho loro notizie”, diceva l’uomo. Chiedendo di non essere identificato per non inasprire ulteriormente un clima che definiva “da caccia alle streghe” da parte della polizia nei confronti della comunità.

Un clima nei confronti del quale in queste settimane si è alzata più di una voce di allarme, tanto che Benny Gantz, l’ex leader dell’opposizione entrato a fare parte del governo di emergenza nazionale all’indomani degli attacchi, ha sentito il dovere di affidare a X (l’ex Twitter) un lungo post per sottolineare il ruolo imprescindibile della minoranza araba nella società israeliana e condannare gli attacchi. “La minoranza araba è parte imprescindibile del nostro Stato”, ha scritto.

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