David Cameron, chi è l’ex premier conservatore soprannominato “Tory Blair”: spazzato via dalla Brexit, ora dovrebbe salvare i Tories
di Enrico FranceschiniLONDRA – Quando nel 2005 diventò leader del partito conservatore, dopo tre successive sconfitte alle urne dei suoi predecessori, la stampa britannica lo soprannominò “Tory Blair”: perché David Cameron sembrava rappresentare tutto quello che la destra del Regno Unito non era mai stata. Aveva appena 40 anni. Sorrideva sempre, mentre di Michael Howard, il leader di cui prese il posto, si diceva che avesse “qualcosa di sinistro”. Era appassionatamente ambientalista. Prometteva di rinnovare il partito, portando più giovani, più donne, più minoranze nella sua squadra parlamentare. E ideologicamente si metteva al centro, allineato con la corrente “One Nation”, con un programma riassunto dal nome: unire la nazione, conquistando consensi non soltanto fra i tradizionali elettori di destra ma pure tra quelli di sinistra, insomma fra tutti i moderati di centro-destra e di centro-sinistra. Operazione analoga a quella compiuta vittoriosamente un decennio prima da Tony Blair nel Labour, che aveva fr…
LONDRA – Quando nel 2005 diventò leader del partito conservatore, dopo tre successive sconfitte alle urne dei suoi predecessori, la stampa britannica lo soprannominò “Tory Blair”: perché David Cameron sembrava rappresentare tutto quello che la destra del Regno Unito non era mai stata. Aveva appena 40 anni. Sorrideva sempre, mentre di Michael Howard, il leader di cui prese il posto, si diceva che avesse “qualcosa di sinistro”. Era appassionatamente ambientalista. Prometteva di rinnovare il partito, portando più giovani, più donne, più minoranze nella sua squadra parlamentare. E ideologicamente si metteva al centro, allineato con la corrente “One Nation”, con un programma riassunto dal nome: unire la nazione, conquistando consensi non soltanto fra i tradizionali elettori di destra ma pure tra quelli di sinistra, insomma fra tutti i moderati di centro-destra e di centro-sinistra. Operazione analoga a quella compiuta vittoriosamente un decennio prima da Tony Blair nel Labour, che aveva fruttato ai laburisti tre vittorie consecutive alle politiche e una lunga stagione al potere.
Sconfitto nel referendum sulla Brexit del 2016, quando voleva che il proprio Paese restasse nell’Unione Europea, Cameron ha dato immediatamente le dimissioni da premier e da parlamentare: si era messo a fare consulenze e discorsi a pagamento, pareva destinato a una pensione dorata e anticipata, considerato che ha soltanto 57 anni. Invece ora torna in campo, richiamato in servizio dal premier Rishi Sunak come ministro degli Esteri, una decisione insolita per i politici inglesi, perché – a differenza dell’Italia – qui di norma un premier non rientra nel governo per accettare un incarico meno importante, seppure prestigioso come quello di capo della diplomazia assegnatogli da Downing Street.
È tornato per salvare una barca che affonda, poiché i sondaggi dicono che Sunak perderà di brutto le prossime elezioni: già i giornali lo definiscono “la zattera” che dovrebbe permettere al premier di rimanere a galla. Se non per vincere alle urne nel 2024, almeno per salare il salvabile, e per tenere la barra del timone al centro, anziché spostarla sulle posizioni populiste ed estremiste di avversari interni come l’appena licenziata ministra degli Interni Suella Braverman e il suo predecessore Boris Johnson.
Più che dal centro della società inglese, a dire il vero, Cameron esce dall’establishment. Figlio di un ricco banchiere, studia prima a Eton, la “scuola dei re”, poi a Oxford, dove si laurea in Ppe (Philosophy, Politics and Economics), il corso della classe dirigente, e ottiene il massimo dei voti. Ma a Oxford è anche membro del Bullingdon Club, un’associazione di rampolli dell’alta borghesia di cui fa parte pure Boris Johnson. Si capisce già che Cameron e Johnson hanno grandi ambizioni politiche. Più grande di età di due anni, Boris pensa che sarebbe stato lui il primo ad arrivare alla vetta. Invece ci è arrivato prima David, e Johnson non gliel’ha mai perdonata.
Dopo gli studi Cameron comincia subito a lavorare nel partito conservatore, fino a diventare un consigliere dell’allora ministro delle Finanze Norman Lamont. Nel 2001 viene eletto deputato alla camera dei Comuni. Appena quattro anni più tardi, è eletto leader dei conservatori, che capiscono di dovere cambiare tutto dopo tre disastrose sconfitte elettorali contro Blair. Proprio da quest’ultimo prende esempio Cameron, studiando la strategia con cui Blair ha raccolto grandi maggioranze: conquistare il centro dell’elettorato, rappresentare tutta la nazione. Di Blair non ha il carisma, ma è comunque più alla mano e spontaneo dei leader conservatori che lo hanno preceduto.
Non sappiamo se il “Tory Blair” avrebbe sconfitto il Blair laburista, perché nel 2007 il leader del Labour si dimette, un po’ per le polemiche sulla sua decisione di entrare in guerra in Iraq a fianco degli Stati Uniti, un po’ per la guerra intestina che gli fa Gordon Brown, suo rivale nel partito laburista e ministro delle Finanze. Brown diventa premier, ma sposta il Labour un po’ a sinistra e nemmeno lui ha il carisma di Blair: risultato, alle elezioni del 2010 i conservatori tornano al potere con Cameron. Che conquista la maggioranza relativa, non quella assoluta, e governa in coalizione con i liberaldemocratici, un partito storicamente di centro.
Alle elezioni successive, nel 2015, gli va meglio: Cameron prende la maggioranza assoluta e i Tories possono governare da soli, nonostante la severa austerità del loro governo, varata in risposta alla crisi finanziaria globale del 2008, abbia impoverito il Paese. Ma il Labour è guidato da Ed Miliband, che lo ha spostato ancora più a sinistra di Brown, e occupando il centro Cameron fa il bis alle urne.
L’euforia della vittoria gli fa commettere l’errore che segna il suo destino: per mettere a tacere la concorrenza da destra dell’Ukip, il partito antieuropeo fondato da Nigel Farage, Cameron indice un referendum sull’Unione Europea, convinto di poterlo vincere e di risolvere la questione una volta per tutte. Invece lo perde, sia pure di poco, 52 a 48 per cento per i brexitiani, perché un altro conservatore, la sua vecchia nemesi Boris Johnson, gli rema contro, diventando il leader della Brexit con l’aspirazione di conquistare finalmente Downing Street, come riuscirà a fare dopo il poco brillante intermezzo al potere di Theresa May.
Un errore di valutazione, quello di David Cameron, con il senno di poi costato caro al suo Paese in termini economici. Adesso è tornato al governo, richiamato in servizio da Rishi Sunak, che nel referendum del 2016 era un brexitiano di ferro. “Non sono sempre stato d’accordo con le sue decisioni”, è il primo commento di Cameron nel nuovo incarico, “ma apprezzo la leadership di Rishi”. Vedremo se si intenderanno. E se la sterzata al centro simboleggiata dal ritorno di “Tory Blair” servirà a qualcosa alle prossime elezioni o è troppo tardi per salvare un partito che ha cambiato troppe volte direzione e troppi premier, insomma che governa da troppo tempo.