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Ucraina, la protesta delle mogli dei soldati: “Loro in trincea e voi al ristorante?”

(reuters)
In piazza a Kiev e in decine di altre città, da Dnipro a Leopoli, per chiedere il ritorno a casa dei militari al fronte
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KIEV – La bambina con il piumino rosa regge un cartone con una scritta: “Ora tocca a me riabbracciare papà”. Domenica, sotto una fredda pioggerellina, sua mamma Imma e le mogli e i figli di molti altri soldati ucraini sono scesi in piazza a Kiev e in decine di altre città da Dnipro a Leopoli. È la seconda volta, e giurano non sarà l’ultima. Sono deluse, stanche e arrabbiate. “Loro in trincea, voi al ristorante?”, domandano nei cartelli e urlano negli slogan chiedendo il ritorno a casa dei loro congiunti. Molti sono al fronte dall’inizio dell’invasione. Mai tornati, se non per una brevissima licenza, mentre nei locali fai fatica a trovare un tavolo dove goderti - tra un bicchiere di sherry bollente e una birra ghiacciata - la brillante movida ucraina.

L’iniquità è raggelante. Qui ostriche e caviale su un letto di ghiaccio, lì il sangue nelle trincee ghiacciate. Ha cominciato a parlarne in sordina un gruppo di mogli, poi il tam-tam sui social è dilagato arruolando nuove città alla …

KIEV – La bambina con il piumino rosa regge un cartone con una scritta: “Ora tocca a me riabbracciare papà”. Domenica, sotto una fredda pioggerellina, sua mamma Imma e le mogli e i figli di molti altri soldati ucraini sono scesi in piazza a Kiev e in decine di altre città da Dnipro a Leopoli. È la seconda volta, e giurano non sarà l’ultima. Sono deluse, stanche e arrabbiate. “Loro in trincea, voi al ristorante?”, domandano nei cartelli e urlano negli slogan chiedendo il ritorno a casa dei loro congiunti. Molti sono al fronte dall’inizio dell’invasione. Mai tornati, se non per una brevissima licenza, mentre nei locali fai fatica a trovare un tavolo dove goderti - tra un bicchiere di sherry bollente e una birra ghiacciata - la brillante movida ucraina.

L’iniquità è raggelante. Qui ostriche e caviale su un letto di ghiaccio, lì il sangue nelle trincee ghiacciate. Ha cominciato a parlarne in sordina un gruppo di mogli, poi il tam-tam sui social è dilagato arruolando nuove città alla loro protesta. Non c’è ricambio, mancano le reclute per sostituire i caduti e figuriamoci per dare il cambio ai “mobilitati”.

“Ma la guerra li ha distrutti, svuotati - racconta Olga, 37 anni, di Chernivtsi – e non è giusto che il peso cada solo sulle loro spalle”. Olga è la moglie di Maxim, un manager della Nestlé che si occupava di marketing. Non è andato volontario: “Lo hanno mobilitato il 29 luglio 2022”, sedici mesi fa. “Ha fatto un mese e mezzo di formazione, poi il fronte. Non so bene dove, non mi dà dettagli per non farmi preoccupare. So che è stato a Kharkiv e a Kherson, ora è al sud da qualche parte. Comunichiamo con gli sms, quando riusciamo e quando glielo consentono”.

Maxim è un papà moderno che combatte una guerra ottocentesca, intabarrato per mesi e mesi in una trincea: “Non si perdeva un metro nella vita dei suoi figli. Ora Maria ha compiuto sette anni, ha iniziato la scuola e lui non l’ha accompagnata; Mikhailo aveva 2 anni e non parlava, ora ne ha tre e mezzo e lo fa benissimo: lui tutto questo se lo è perso. ‘Papà quando torna’, mi chiede Mikhailo. E Olga l’altro giorno mi ha chiesto perché tutti gli altri bambini hanno i papà a casa ma il suo non c’è”.

Su Telegram il gruppo si chiama “Mogli dei mobilitati”, e le partecipanti sono 3.056. Ci sono gruppi in 22 città ucraine, in continua crescita. La loro battaglia è solo all’inizio, e la richiesta è molto semplice: una “smobilitazione progressiva – spiega Olga - per dare loro il tempo di recuperare, per almeno sei mesi o un anno devono rimanere a casa a rigenerarsi”. Ma la protesta è anche un segno dei tempi, nell’Ucraina dilaniata dallo scontro tra i vertici politici e militari e alle prese con il fallimento della controffensiva e con la prospettiva di una guerra molto più lunga e incerta. Dall’inizio dell’invasione, quando il paese si strinse davvero a coorte unificando le opinioni nell’orgoglio collettivo e vietando ogni manifestazione di dissenso con la legge marziale, nessuno si era più preso la libertà di protestare in piazza. Lo avevano fatto solo i parenti dei soldati del reggimento Azov, tollerati dalle forze dell’ordine, durante l’assedio di Mariupol: chiedevano che i loro congiunti venissero salvati da una morte certa, e poi - durante la prigionia in Russia - che venissero riportati a casa con un scambio. Ora questa protesta riguarda le famiglie di tutti i soldati.
Nei sedici mesi da quando lo hanno mobilitato, Maxim è tornato a casa due volte. “L’anno scorso ha avuto una licenza di 7 giorni a novembre, un mese fa a ottobre è stato qui dieci giorni. Mi ha detto che a Kharkiv se l’è vista brutta, aveva paura che non ci saremmo rivisiti. E’ cambiato, da quando è partito. Sono tutti così, i nostri mariti: sull’orlo dell’esaurimento nervoso, stanchissimi e consumati a livello fisico, piscologico ed emotivo. Lo fissavo negli occhi e vedevo uno sconosciuto”.
Le mogli sono scese in piazza il 27 ottobre, poi di nuovo domenica scorsa. “Riportateli tutti a casa”, dicono chiedendo la smobilitazione a partire da quelli che sono in zona di combattimento da più di 18 mesi senza interruzione. “Non si può tacere. Ragazzi e ragazze dopo 20 mesi in prima linea sono in condizioni morali e fisiche critiche. Dobbiamo fare di tutto perché legiferino sul loro diritto alla smobilitazione. Svegliatevi - scrive Yulia Furman sui social - non vale solo per i parenti di coloro che sono lì, presto potresti esserci tu o i tuoi”.
Anastasia Chuvakina, coreografa 22enne di Odessa, è la moglie di Mikola, nome di combattimento “Dark”. Lui è al fronte dall’aprile del 2022, ed è tornato in licenza “solo una volta”, da allora. “L’8 ottobre ho visto un gruppo di mogli che protestava su TikTok – dice - le ho contattate e ho partecipato alle manifestazioni. Abbiamo preparato un appello collettivo alle autorità sul diritto alla smobilitazione da 6 alle 12 mesi, perché possano riabilitarsi e poi tornare al fronte. Ci hanno accompagnati agenti della ‘polizia del dialogo’. Al corteo del 27 ottobre una delegata ha consegnato un appello al governo in via Bankova. Hanno promesso di rispondere entro 5 giorni ma…”.
Per ora niente. Natalya Kalmykova, la neo viceministra della Difesa, ha annunciato la creazione dei registri dei nuovi coscritti: “Tutti dovranno difendere il Paese, non sarà possibile evitare la mobilitazione”, ha scritto. Arrivano i rinforzi? Sui canali Telegram dilaga lo scetticismo: “Nessuno nega che il Paese debba essere protetto da tutti – scrive “Revizor”, il canale Telegram dell'Ufficio investigativo internazionale per la ricerca dei beni della corruzione – ma quando si uniranno i rappresentanti delle autorità e i loro figli? Quando i giudici e i poliziotti, i doganieri e gli agenti del fisco o i dipendenti dei Servizi e delle Agenzie di stato, i deputati e i funzionari che dimostrano il loro amore per l'Ucraina solo nei loro uffici accoglienti?”.

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