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Senza carburante, Gaza si ferma. Sei neonati morti nelle incubatrici

(agf)
Depositi a secco entro giovedì: l’Onu pronta a interrompere tutte le operazioni umanitarie. Verso il blackout totale anche per i cellulari
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DEIR EL BALAH – È questione di poco. Quel che resta di Gaza, le ultime strutture funzionanti ancora in piedi, potrebbe fermarsi domani. Se non entrerà carburante entro le prossime 48 ore, non sarà più possibile avere nessuno di quei servizi che ancora tengono in piedi gli ultimi brandelli di una società civile al collasso. L’Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, lo ha detto chiaro: tutte le loro operazioni umanitarie «verranno interrotte entro giovedì a meno che non venga consentito l’ingresso di carburante nel territorio assediato». Perché ormai anche il loro deposito è a secco, esaurite pure le “riserve strategiche” conservate finora al confine israeliano.

Quando l’ultima goccia di benzina sarà stata prelevata, non ci sarà più nulla per rifornire i quindici su trentacinque ospedali ancora funzionanti, molti dei quali finora resistevano grazie ad impianti solari ora bombardati. Sarà una strage annunciata: i pazienti stanno infatti già morendo, come i s…

DEIR EL BALAH – È questione di poco. Quel che resta di Gaza, le ultime strutture funzionanti ancora in piedi, potrebbe fermarsi domani. Se non entrerà carburante entro le prossime 48 ore, non sarà più possibile avere nessuno di quei servizi che ancora tengono in piedi gli ultimi brandelli di una società civile al collasso. L’Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, lo ha detto chiaro: tutte le loro operazioni umanitarie «verranno interrotte entro giovedì a meno che non venga consentito l’ingresso di carburante nel territorio assediato». Perché ormai anche il loro deposito è a secco, esaurite pure le “riserve strategiche” conservate finora al confine israeliano.

Quando l’ultima goccia di benzina sarà stata prelevata, non ci sarà più nulla per rifornire i quindici su trentacinque ospedali ancora funzionanti, molti dei quali finora resistevano grazie ad impianti solari ora bombardati. Sarà una strage annunciata: i pazienti stanno infatti già morendo, come i sei neonati prematuri spirati ieri nelle loro incubatrici e i nove adulti morti a causa dell’interruzione di corrente che ha fermato le macchine della rianimazione cui erano attaccati, nell’ospedale Al Shifa, attorno al quale si dà battaglia.

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Nel giro di qualche ora, si fermerà anche l’impianto per rimuovere le acque reflue. Lasciando l’intera Striscia priva di quell’acqua potabile già scarsa e razionata da settimane, e di fatto in balìa delle malattie infettive. Insieme, si fermeranno anche gli impianti fognari di un territorio a questo punto diviso così: il Nord ridotto in macerie e anche tomba delle migliaia di persone – almeno 3mila – che non è stato possibile tirar fuori perché persino le ruspe sono ferme tanto che l’aria puzza di cadaveri imputriditi. E il Sud - la parte non bombardata s’intende – trasformata in latrina all’aria aperta. Perché qui ora sono costrette a convivere un milione e mezzo di persone in 180 chilometri quadrati. E non ci sono abbastanza gabinetti per assorbire, letteralmente, i bisogni di una tal marea umana.

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Non basta. Se davvero l’Unrwa – che a causa dei bombardamenti ha già perso 100 dei suoi operatori – interromperà la distribuzione degli aiuti che via Rafah continuano a entrare, oltre la metà degli evacuati si ritroveranno letteralmente alla fame. Sono infatti tantissimi i profughi senza un soldo e senza alcuna possibilità di lavorare che dipendono interamente dal pacco riempito di riso e lenticchie in base al numero di bocche da sfamare, distribuito finora ai più bisognosi.

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Mentre un altro blackout è dietro l’angolo: quello dei cellulari. Anche Paltel, il locale network delle telecomunicazioni, ha infatti annunciato di essere prossimo all’esaurimento totale delle sue scorte di carburante. Nella migliore delle ipotesi, funzionerà fino a giovedì. Poi non ci sarà più linea. A quel punto il disastro umanitario sarà completo. Diventerà impossibile scambiarsi qualsiasi tipo di informazioni - a partire da quelle di servizio - all’interno dell’intera Striscia e il panico di una popolazione ormai allo stremo sarà totale.

È già accaduto fra il 27 e il 29 ottobre, quando le linee tacquero per quasi 48 ore nell’intera Striscia ad opera dell’esercito israeliano. Quel giorno panetterie e magazzini furono presi d’assalto e solo il ritorno della linea – fu banalmente possibile chiamare la polizia – riportò un po’ d’ordine. In una situazione così estrema, il rischio che l’anarchia prevalga si fa sempre più concreto.

(testo raccolto da Anna Lombardi)

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