Israele-Palestina, che cos’è la soluzione dei due Stati
di Enrico FranceschiniLONDRA – Gli Stati Uniti insistono che bisogna rilanciarla, accanto alla risposta militare, come risposta politica all’attacco di Hamas: perché il problema palestinese non si può risolvere solo con la forza. Israele l’ha di fatto archiviata da oltre un decennio e il suo premier Benjamin Netanyahu l’ha ostacolata in ogni modo: pur senza ripudiarla del tutto. Per le Nazioni Unite, invece, rimane da sempre l’unica via d’uscita dal conflitto israeliano-palestinese. Si chiama “soluzione dei due stati”, una formula che tutti ripetono incessantemente, per riproporla o magari per sostenere che non può funzionare. Sullo sfondo della guerra di Gaza ha ritrovato attualità ed è diventata il tema più discusso in ambito diplomatico, nella speranza che dalle armi, un giorno, possa nascere la pace. Ma cos’è dunque la “soluzione dei due stati” ed è ancora valida?
Cosa significa “due stati”
La formula completa di una soluzione di questo tipo è “due stati che vivano uno accanto all’altro in pace …
LONDRA – Gli Stati Uniti insistono che bisogna rilanciarla, accanto alla risposta militare, come risposta politica all’attacco di Hamas: perché il problema palestinese non si può risolvere solo con la forza. Israele l’ha di fatto archiviata da oltre un decennio e il suo premier Benjamin Netanyahu l’ha ostacolata in ogni modo: pur senza ripudiarla del tutto. Per le Nazioni Unite, invece, rimane da sempre l’unica via d’uscita dal conflitto israeliano-palestinese. Si chiama “soluzione dei due stati”, una formula che tutti ripetono incessantemente, per riproporla o magari per sostenere che non può funzionare. Sullo sfondo della guerra di Gaza ha ritrovato attualità ed è diventata il tema più discusso in ambito diplomatico, nella speranza che dalle armi, un giorno, possa nascere la pace. Ma cos’è dunque la “soluzione dei due stati” ed è ancora valida?
Cosa significa “due stati”
La formula completa di una soluzione di questo tipo è “due stati che vivano uno accanto all’altro in pace e in reciproca sicurezza”: ovvero lo stato di Israele, che esiste già dal 1948, e uno stato di Palestina, che non è mai esistito.
Quanti abitanti hanno
Israele ha 9 milioni e 364 mila abitanti, ma il 20 per cento di questi, circa 2 milioni, sono arabo-israeliani, cioè arabi rimasti a vivere nel territorio dello Stato ebraico dopo la sua fondazione nel 1948 e i loro discendenti, che hanno ottenuto la cittadinanza israeliana e godono degli stessi diritti dei cittadini ebrei di Israele, tranne quello di servire nelle forze armate. La minoranza arabo-israeliana è in parte di religione musulmana, in parte di religione cristiana. Di fatto gli arabo-israeliani si possono definire dei palestinesi che vivono in Israele. La popolazione di Cisgiordania, Gerusalemme est e Gaza, ossia i territori che dovrebbero formare un futuro stato di Palestina, è di 5 milioni e mezzo di persone: di cui 3 milioni e 300 mila in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, 2 milioni e 200 mila a Gaza. Ma tenuto conto che, come abbiamo detto nel paragrafo precedente, 2 milioni di israeliani sono arabi (ovvero palestinesi), si può dire che tra il fiume Giordano e il Mediterraneo vivono complessivamente circa 7 milioni di ebrei e 7 milioni di palestinesi. E poiché questi ultimi fanno statscitamente più figli, in prospettiva finiranno per diventare più numerosi degli ebrei.
Da dove nasce l’idea
Il primo a formulare l’idea dei due stati fu l’Onu, che nella risoluzione 181 del 29 novembre 1947 approva a maggioranza la divisione della Palestina britannica in due stati: uno per gli ebrei, che non erano mai scomparsi del tutto da quella regione nonostante due millenni di diaspora (la dispersione del popolo ebraico in ogni angolo della Terra per sfuggire alle persecuzioni a partire dal tempo dell’Impero romano) e che dall’inizio del Novecento vi avevano fatto ritorno per creare un proprio stato nella terra biblica del “regno di Israele”, visto come unica soluzione a secoli di antisemitismo, culminati nell’Olocausto; e uno stato per gli arabi, diventati progressivamente la maggioranza della popolazione sotto le precedenti dominazioni della Palestina da parte dell’Impero Romano, dell’Impero bizantino, del Califfato islamico, dei Crociati, dell’Impero Ottomano e dell’Impero britannico.
Cosa prevedeva il piano dell’Onu
La “partizione” della Palestina britannica, come era stata chiamata questa divisione, prevedeva uno Stato ebraico nel 57 per cento del territorio, abitato da 500 mila ebrei e da una ampia minoranza di 400 mila arabi; e uno stato palestinese nel 43 per cento del territorio, abitato da 700 mila palestinesi e 10 mila ebrei. La risoluzione fu approvata con 33 voti a favore (tra cui quelli di Stati Uniti, Unione Sovietica e Regno Unito, i vincitori della Seconda guerra mondiale), 13 contrari e 10 astensioni. Gli ebrei accettarono il piano e proclamarono lo stato di Israele. I palestinesi lo respinsero, rifiutando l’idea di convivere pacificamente con uno stato ebraico, e nel 1948 attaccarono il neonato stato di Israele insieme agli eserciti di cinque Paesi arabi, tra cui Egitto, Giordania e Siria: ma persero la guerra e Israele conquistò un territorio più ampio di quello che le avrebbe concesso l’Onu. Da allora, fino al 1967, i territori rimasti in mano ai palestinesi, la Cisgiordania con Gerusalemme est (compresa la Città Vecchia e i suoi luoghi santi) e Gaza, furono inglobati rispettivamente da Giordania ed Egitto. Nella guerra del ’67, scoppiata per prevenire un nuovo attacco di Paesi arabi, Israele conquista anche Cisgiordania, Gerusalemme est e Gaza, e da quel momento la comunità internazionale riprende a discutere della soluzione “dei due stati”.
Il “processo di Oslo”
Dopo un’altra guerra lanciata nel 1973 dagli arabi contro Israele, nel 1979 Israele firma la pace con l’Egitto, primo Paese arabo a riconoscere il suo diritto di esistere: un corollario dell’accordo, mediato dall’allora presidente americano Jimmy Carter, è il piano per dare “un’autonomia” ai palestinesi nei Territori Occupati da Israele dal ‘67, cioè in Cisgiordania e a Gaza. Il piano è rallentato dall’assassinio del presidente egiziano Anwar al Sadat, che aveva firmato il reciproco riconoscimento con il premier israeliano Menachem Begin (entrambi avevano ricevuto per questo il premio Nobel per la pace). Sadat viene ucciso da un estremista arabo contrario alla pace con Israele. Ma dopo un decennio il piano viene ripreso, con la cruciale mediazione del presidente americano George Bush senior, in una conferenza internazionale di pace a Madrid nel 1991. E da questa si sviluppa il cosiddetto “processo di Oslo”, dal nome della capitale norvegese dove si svolgono negoziati segreti fra israeliani e palestinesi, con la mediazione dell’amministrazione americana di Bill Clinton, che diventa una trattativa pubblica, sancita due anni più tardi dalla storica stretta di mano alla Casa Bianca fra il premier israeliano Yitzhak Rabin e Yasser Arafat, capo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp): un piano graduale per arrivare entro cinque anni alla creazione di uno stato palestinese.
Gli accordi del 1993
In base agli accordi fra Rabin e Arafat (che ottengono anche loro il premio Nobel per la pace, insieme al ministro degli Esteri israeliano Shimon Peres), la Cisgiordania viene divisa in tre zone: area A, circa il 20 per cento del territorio, dove si trovano le più popolose città palestinesi, amministrata dall’Autorità Nazionale Palestinese, di fatto un governo palestinese presieduto da Arafat e dotato di una propria polizia e proprie forze di sicurezza, armate, il cui obiettivo, oltre a mantenere l’ordine, è collaborare con Israele nella lotta al terrorismo da parte dei gruppi radicali palestinesi che non accettano la pace; area B, sotto controllo congiunto di Israele e Anp; e area C, sotto esclusivo controllo israeliano, dove si trovano la maggior parte degli insediamenti israeliani, anche detti “colonie ebraiche”, ossia nuclei urbani poi cresciuti fino a diventare in alcun casi piccole città. La presenza e l’espansione delle colonie ebraiche, passate da un migliaio a più di mezzo milione abitanti fra il ’67 e oggi, è uno dei principali ostacoli alla trattativa per creare uno stato palestinese, poiché i coloni portano chiaramente via terra e risorse idriche ai palestinesi. Una analoga suddivisione in zone viene implementata a Gaza.
Il piano di pace del 2000
L’assassinio di Rabin nel ’95 da parte di un estremista israeliano contrario alla pace con i palestinesi rallenta e finisce per bloccare il piano dei “due stati”, anche per la ripresa di attentati terroristici e rivolte. Ma nel 2000 un altro premier israeliano, Ehud Barak, offre ai palestinesi un piano più chiaro e articolato di quello di Rabin per creare un loro stato in Cisgiordania e a Gaza, con Gerusalemme est capitale. Discusso in una maratona negoziale finale a Camp David, con la mediazione del presidente americano Clinton, il piano è tavia respinto da Arafat, perché non concede il “diritto al ritorno”, ovvero il diritto degli arabi fuggiti da Israele o espulsi dall’esercito israeliano nella guerra del ’48, dispersi in campi profughi per il Medio Oriente, e secondo le richieste di Arafat intitolati a tornare alle città e alle case che avevano lasciato in Israele mezzo secolo prima. Barak risponde che, se vogliono “tornare a casa”, i profughi palestinesi dovrebbero fare ritorno al nascente stato di Palestina, non in Israele. Ma il capo dell’Olp non si fa convincere, il summit fallisce e riprende la violenza.
I tentativi successivi
Altri premier israeliani discutono piani per arrivare alla “soluzione dei due stati”. Ci prova Ariel Sharon, che nel 2005 si ritira da Gaza, smantellando tutte le colonie ebraiche esistenti nella striscia, e si appresta a proporre uno stato palestinese a Gaza e in Cisgiordania (senza Gerusalemme est), ma viene fermato da un ictus da cui non si riavrà più. Ci prova Ehud Olmert, che prepara un piano simile a quello di Barak del 2000 e per certi aspetti più generoso verso i palestinesi, ma è costretto a dimettersi per accuse di corruzione. Poi arriva al potere Benjamin Netanyahu e ben presto i negoziati con i palestinesi si interrompono del tutto. Nel 2020 gli “accordi di Abramo”, mediati dal presidente americano Donald Trump, rovesciano il concetto precedente, secondo cui i Paesi arabi avrebbero fatto la pace con Israele solo dopo che Israele avesse concesso uno stato ai palestinesi (sebbene, in verità, oltre all’Egitto nel ’79, nel ’93 anche un altro stato arabo, la Giordania, firmi la pace con lo Stato ebraico); l’idea di Trump e Netanyahu è che la pace fra Israele e il mondo arabo (Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan sono i primi firmatari) potrebbe gradualmente creare il clima adatto alla creazione di uno stato palestinese. Ma questo non avviene, anche perché i fondamentalisti islamici di Hamas, considerata un’organizzazione terroristica da Stati Uniti e Unione Europea, nel 2006 prendono il potere a Gaza e da allora lanciano dalla striscia ripetuti attacchi e attentati contro Israele.
Il piano Trump
Anche gli accordi di Abramo contengono un piano per “la soluzione dei due stati”: prevede la creazione di uno stato palestinese nel 70 per cento della Cisgiordania odierna, praticamente l’area A e l’area B, lasciando aperta la questione di Gaza fino a quando Hamas o un’altra leadership palestinese accetterà la convivenza con Israele e rinuncerà alla violenza. Ma Abu Mazen, successore di Arafat alla guida dell’Anp in Cisgiordania, rifiuta il piano, considerandolo troppo poco e non fidandosi né di Trump, né di Netanyahu. Thomas Friedman, columnist del New York Times, grande analista di affari mediorientali e due volte premio Pulitzter, suggerisce oggi a Joe Biden di rilanciarlo, osservando che palestinesi hanno perso l’ennesima occasione a non considerare il piano Trump, perlomeno come base di partenza di una nuova trattativa.
Il piano Biden
Ma Biden ha già un suo piano, che rilancia per l’ennesima volta la “soluzione dei due stati”: fino al 6 ottobre scorso la Casa Bianca stava mediando un accordo di pace tra Israele e Arabia Saudita, politicamente e simbolicamente ancora più importante dei precedenti accordi di Abramo, un piano che avrebbe compreso passi per rafforzare l’Anp in Cisgiordania e riprendere il negoziato israeliano-palestinese, con l’obiettivo di creare uno stato palestinese. A differenza dell’offerta di Trump, i palestinesi avevano di fatto accettato il piano Biden, tanto che stretti consiglieri di Abu Mazen, ovvero dirigenti del governo nei Territori Autonomi in Cisgiordania, hanno partecipato a ogni fase della trattativa. Poi è arrivato l’attacco di Hamas del 7 ottobre, che aveva tra i suoi scopi dichiarati quello di fermare il negoziato fra Israele e Arabia Saudita, di conseguenza impedendo ad Abu Mazen di rafforzarsi e riprendere la trattativa con Israele. Per il momento, la mossa di Hamas sembra riuscita. Ma il recente carosello di incontri diplomatici del segretario di Stato americano Antony Blinken nelle capitali arabe suggerisce che il piano non è morto. E lo stesso presidente Biden ha dichiarato esplicitamente che, dopo la guerra di Gaza, sarà necessario creare uno stato palestinese, unica possibile soluzione al conflitto.
Teorie alternative
Esistono anche altri scenari. Uno è che la “soluzione dei due stati” non sia più fattibile, o che addirittura sia sempre stata impossibile: meglio sarebbe uno stato unico per entrambi i popoli, sostengono alcuni esperti di Medio Oriente, o al massimo una federazione di due stati, Israele e Palestina, come indicato il mese scorso in un’intervista a “Repubblica” da un consigliere di Abu Mazen. Ma questa possibilità si scontra con il cosiddetto “teorema Peres”, coniato con la sua abituale chiarezza dialettica da Shimon Peres, che fu ministro degli Esteri, della Difesa, primo ministro e infine presidente di Israele, prima di morire nel 2016. Il teorema dice questo: se non concede uno stato ai palestinesi, Israele non sarà più “uno stato ebraico”, o meglio uno stato dove la maggioranza della popolazione è ebrea, perché già adesso i due popoli si equivalgono numericamente e i palestinesi sembrano destinati a diventare la maggioranza perché hanno più figli; oppure Israele non sarà più “uno stato democratico”, perché per mantenere una maggioranza ebraica dovrebbe rifiutare di concedere la cittadinanza ai palestinesi di Cisgiordania e Gaza, creando allora davvero quel regime di apartheid di cui già ora la accusano i suoi detrattori. Insomma, secondo Peres, come secondo molti altri, se Israele vuole rimanere uno Stato ebraico e una democrazia ha una sola opzione: concedere uno stato ai palestinesi.
Due nuovi leader per due stati
C’è poi anche la tattica di Netanyahu, che nei lunghi anni al potere, nel corso dei quali è diventato il premier più longevo nella storia di Israele, ha fatto di tutto per delegittimare l’Autorità Palestinese di Abu Mazen, espandendo le colonie ebraiche, usando Hamas come una comoda giustificazione per bloccare ogni negoziato, concentrandosi sulla pace con i Paesi arabi, ignorando il problema palestinese. E il risultato è stato, il 7 ottobre, il peggiore attacco sofferto dallo Stato ebraico nei suoi 75 anni di vita: 1400 morti. La dimostrazione che per Israele è pericoloso non occuparsi della questione: cinque milioni e mezzo di palestinesi sono lì, vicino a Israele, in uno spazio grande come due regioni italiane, e non scompariranno. Si torna sempre, insomma, alla “soluzione dei due stati”. Un’alternativa finora non è stata trovata. Resta da vedere se la guerra di Gaza frenerà ancora una volta un piano di questo genere, e per quanto tempo, o se invece gli darà un’accelerazione, un’urgenza che non aveva più. Per ritrovarla è probabile che Israele debba avere un nuovo leader al posto di Netanyahu, forse quel Benny Gantz, ex-generale, capo di un partito di centro, ora entrato nel governo di unità nazionale per affrontare il conflitto in corso e pronosticato dai sondaggi come il prossimo premier. Ma non dipende solo da Israele: ma anche dalla loro capacità palestinese di unirsi dietro a un leader capace, probabilmente più convincente dell’88enne Abu Mazen. “Bisogna essere in due per ballare il tango”, recita un vecchio detto e bisognerà certo essere in due per cercare di arrivare alla “soluzione dei due stati”.