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“Tutti fuori in venti minuti”: così sono stati evacuati i 400 malati dell’ospedale al-Quds

La telefonata delle Forze israeliane, il caos e poi la partenza verso Sud del convoglio di ambulanze e malati. In tre sono morti durante il viaggio
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DEIR EL BALAH — Dopo dieci giorni di assedio e isolamento totale l’ospedale al-Quds di Gaza City gestito dalla Mezzaluna rossa palestinese, il secondo più grande dell’area, è stato evacuato. Un’operazione complessa ma necessaria: la vita di medici, pazienti e degli ultimi rifugiati ancora al suo interno — molti avevano già approfittato delle ore di tregua dei giorni scorsi per andare a Sud — era ormai a rischio. Per giorni l’esercito israeliano ha impedito che nella struttura entrassero forniture mediche e aiuti umanitari. Il nosocomio era ormai privo di elettricità, le scorte d’acqua e cibo esaurite ed era ormai impossibile prendersi cura di malati e feriti.

Da una settimana, inoltre, la battaglia infuriava intorno alle sue mura: con tanto di bombardamenti frequenti su tutta l’area circostante. Per organizzare un convoglio capace di portare via i 400 malati e poi distribuirli nelle strutture sanitarie ancora funzionanti a Sud — compresa la succursale di quello stesso ospedale ch…

DEIR EL BALAH — Dopo dieci giorni di assedio e isolamento totale l’ospedale al-Quds di Gaza City gestito dalla Mezzaluna rossa palestinese, il secondo più grande dell’area, è stato evacuato. Un’operazione complessa ma necessaria: la vita di medici, pazienti e degli ultimi rifugiati ancora al suo interno — molti avevano già approfittato delle ore di tregua dei giorni scorsi per andare a Sud — era ormai a rischio. Per giorni l’esercito israeliano ha impedito che nella struttura entrassero forniture mediche e aiuti umanitari. Il nosocomio era ormai privo di elettricità, le scorte d’acqua e cibo esaurite ed era ormai impossibile prendersi cura di malati e feriti.

Da una settimana, inoltre, la battaglia infuriava intorno alle sue mura: con tanto di bombardamenti frequenti su tutta l’area circostante. Per organizzare un convoglio capace di portare via i 400 malati e poi distribuirli nelle strutture sanitarie ancora funzionanti a Sud — compresa la succursale di quello stesso ospedale che ha sede nella città di Khan Yunis — la Mezzaluna rossa ha trattato per giorni con le autorità militari israeliane. Si doveva procedere già domenica, quando una processione di camion e ambulanze aveva raggiunto il Wadi Gaza, la riserva naturale a Sud della quale l’esercito chiede di evacuare. Ma dopo averli minuziosamente perquisiti, i militari li hanno rimandati indietro perché, hanno detto, c’erano combattimenti nell’area. L’ordine di evacuazione è arrivato nel primo pomeriggio di martedì: e non attraverso i canali della Mezzaluna rossa.

L’esercito ha chiamato direttamente Hassan al-Ajrami, manager dell’ospedale e fratello di chi vi scrive, avvertendolo che aveva 20 minuti per far preparare i pazienti. Il caos è stato inimmaginabile: ma in qualche modo si è riusciti a stipare decine di persone sui camion, e i malati più gravi — quelli trasportati direttamente coi propri letti della terapia intensiva — sulle ambulanze, mentre chi era in forze è andato a piedi. Per affrontare un tratto di strada che in tempi normali si percorre in 20 minuti d’auto ci sono volute però diverse ore.

Il convoglio è stato guidato dall’esercito via radio: ma più di una volta ha trovato bloccate da macerie le strade indicate e ha dovuto aspettare istruzioni mentre il sole surriscaldava i mezzi e il loro tragico carico umano. Nel corso del “viaggio” tre persone sono morte: fra queste, una bambina di tre anni. Prima di permettere alla processione di ambulanze di entrare nell’area Sud, tutti sono stati identificati, anche i malati gravi, e le apparecchiature mediche ispezionate.

Anche qui gli ospedali sono allo stremo, privi soprattutto di carburante per alimentare le macchine salvavita. D’altronde, è complicato mettere in salvo persino i piccoli malati di cancro o di leucemia — il più grande ha 14 anni, il più giovane un anno appena — che hanno avuto il permesso di lasciare la Striscia per essere curati in Egitto o in Giordania anche grazie a una mediazione condotta direttamente dalla Casa Bianca. Negli ultimi dieci giorni 21 di loro sono riusciti a uscire. Ma 30 restano intrappolati in un labirinto di comunicazioni difficili e burocrazia. Così ci sono famiglie che, incappate in un black-out dei cellulari, hanno ricevuto troppo tardi i messaggi con cui li si convocava al confine e hanno perso la loro “finestra”. Altri hanno aspettato per giorni ambulanze mai arrivate. E ci sono perfino i genitori di un bambino piccolo, che al valico di Rafah, hanno scoperto di non essere inseriti nella lista degli accompagnatori e hanno dovuto compiere la straziante scelta di mandare il piccino da solo, senza sapere se riusciranno mai a rivederlo.

(testo raccolto da Anna Lombardi)

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