Due milioni in fuga dalla guerra, stretti a Gaza Sud. Allarme dell’Onu: emergenza sanitaria
dal nostro inviato Fabio TonacciTel Aviv – Al di sotto del Wadi Gaza, il canale di acqua sporca che taglia la Striscia a metà, due milioni di palestinesi sopravvivono nello spazio vitale che, prima, ne conteneva a malapena uno. L’esodo dal governatorato di Gaza, teatro della battaglia quartiere per quartiere tra l’esercito israeliano e i miliziani di Hamas e Jihad Islamica, ha spinto a Sud migliaia di famiglie. Dal 13 ottobre, si stima che un milione di persone si sia messo in cammino, lasciandone nel Nord circa 300mila. Chi non ha un parente o un amico che lo possa ospitare, si è rifugiato nei campi per sfollati di Khan Yunis e dei suoi sobborghi. Dove però, da tre giorni, oltre alle bombe (giovedì notte i raid hanno fatto 16 morti, secondo fonti palestinesi) piovono volantini lanciati dall’aviazione che ordinano l’evacuazione immediata in altre località del Sud della Striscia.
È il preludio dell’allargamento della campagna di terra anche nell’affollata metà meridionale della Striscia? Le parole del portavoce delle…
Tel Aviv – Al di sotto del Wadi Gaza, il canale di acqua sporca che taglia la Striscia a metà, due milioni di palestinesi sopravvivono nello spazio vitale che, prima, ne conteneva a malapena uno. L’esodo dal governatorato di Gaza, teatro della battaglia quartiere per quartiere tra l’esercito israeliano e i miliziani di Hamas e Jihad Islamica, ha spinto a Sud migliaia di famiglie. Dal 13 ottobre, si stima che un milione di persone si sia messo in cammino, lasciandone nel Nord circa 300mila. Chi non ha un parente o un amico che lo possa ospitare, si è rifugiato nei campi per sfollati di Khan Yunis e dei suoi sobborghi. Dove però, da tre giorni, oltre alle bombe (giovedì notte i raid hanno fatto 16 morti, secondo fonti palestinesi) piovono volantini lanciati dall’aviazione che ordinano l’evacuazione immediata in altre località del Sud della Striscia.
È il preludio dell’allargamento della campagna di terra anche nell’affollata metà meridionale della Striscia? Le parole del portavoce delle forze armate dello Stato ebraico (Idf), Daniel Hagari, non lasciano dubbi: «Andremo ovunque si trovi Hamas. E poiché Hamas è anche a Sud, le operazioni si estenderanno lì. Ciò avverrà nel tempo, nel luogo e con le condizioni che stimeremo più favorevoli. Ma avverrà».
Due volte sfollati, dunque. Dove debba rifugiarsi chi ora è sistemato a Bani Suhaila, Khuza’a, Abassan e al-Qarara, le quattro zone coperte sia dai volantini sia dalle telefonate di avvertimento dell’Idf, non è chiaro. A Est hanno il muro, a Ovest il mare, a Nord non possono andare, a Sud c’è il confine con l’Egitto e il Cairo ha già fatto capire che non intende ospitare profughi palestinesi. C’è il rischio che rimangano intrappolati. Il messaggio scritto, che spiega come l’ordine di evacuazione si sia reso necessario «per le azioni di Hamas nella vostra città», indica di spostarsi «in uno dei rifugi conosciuti», però non tutti ne conoscono l’ubicazione. Le Nazioni Unite e le organizzazioni umanitarie internazionali sono preoccupate non solo da quanto sta avvenendo a Gaza City, dove le forze speciali proseguono la caccia ai miliziani all’interno e nei sotterranei dei tre principali ospedali, ma anche dalle condizioni igienico-sanitarie disastrose degli sfollati e dal timore che un’operazione di terra a Sud possa incrementare di molto il già enorme numero di vittime civili. Secondo il ministero della Sanità di Gaza, controllato da Hamas, finora 11.470 morti, tra cui 4.707 bambini.
Anche il premier Netanyahu per la prima volta ammette che Israele non sta riuscendo a minimizzare il numero delle vittime e ha incolpato di questo Hamas «perché fa qualsiasi cosa per tenere la popolazione nelle zone di conflitto». L’alto commissario dell’Onu per i diritti umani, Volker Turk, che che «stando ai dati dei palestinesi, una persona su 57 nella Striscia è stata uccisa o ferita».
Per tutto questo lo Stato ebraico da giorni sta affrontando le dure critiche della comunità internazionale. Diversi governi gli stanno chiedendo il cessate il fuoco. L’Idf replica portando i giornalisti a vedere il tunnel scoperto nel perimetro dell’al-Shifa, l’ospedale più grande di Gaza City, nel cui sottosuolo secondo i servizi di intelligence israeliani e americani è posizionato uno dei centri di comando di Hamas. E mostra un breve filmato registrato dal drone calato nel cunicolo: si vedono una scaletta di ferro e dei fili elettrici, poi il video si interrompe. Visto così, può essere l’ingresso nella chilometrica rete sotterranea usata dai miliziani oppure un normale condotto di servizio. «Non possiamo farvi vedere tutto il materiale, non siate essere impazienti, stiamo ancora lavorando», ribatte il colonnello Richard Hecth, un altro portavoce di Idf. «All’al-Shifa abbiamo già trovato delle armi (15 fucili, ndr), dell’equipaggimento e un pick-up minato che doveva servire per l’assalto del 7 Ottobre». In serata l’esercito dichiara di aver trovato «un’altra infrastruttura sotterranea usata dai terroristi di Hamas». I cadaveri di due dei 239 ostaggi, Yehudit Weiss (64 anni) e la soldatessa Noa Marciano (19 anni) sono stati rinvenuti in un palazzo al di là della strada che passa accanto all’ospedale: «Le due donne sono state uccise». Mentre un terzo rapito, Aryeh Zalmanovitch, è stato mostrato in video e secondo Hamas «è morto di panico per i raid».
Il gabinetto di guerra di Gerusalemme, su raccomandazione dell’Idf e dell’intelligence, e su richiesta degli Stati Uniti, ha acconsentito all’ingresso quotidiano nella Striscia di due autobotti di carburante, per supplire alle necessità delle infrastrutture civili, nonostante tema che possano finire per alimentare i mezzi di Hamas. La decisione, infatti, ha provocato il disappunto dell’ala più nazionalista e messianica del governo. Ufficiali del ministero della Difesa, infine, rigettano le accuse di rallentare volontariamente il transito degli aiuti umanitari presso il valico di Rafah. Assicurano che stanno introducendo riserve d’acqua (24 mila litri), cibo, medicine e gli incubatori per i neonati dell’al-Shifa. «Ieri sono entrati 140 camion, se le Nazioni Unite ce ne chiederanno 400 ne faremo entrare 400. Non stiamo fermando niente».