Finalmente un po’ di benzina. Ma a Khan Yunis l’emergenza è trovare latte e cibo fresco
di Sami al-AjramiKHAN YUNIS — Era stato annunciato ed è successo: giovedì Paltel, la compagnia telefonica palestinese, è rimasta senza energia. E terminata l’ultima goccia di carburante delle sue riserve, i cellulari dell’intera Striscia si sono spenti. La popolazione è rimasta priva di comunicazioni per più di 24 ore, fino a quando nella notte fra venerdì e sabato Israele ha deciso di far entrare una quantità minima di carburante attraverso il valico di Rafah, necessario – oltre che a riattivare le linee - a mantenere operativo il sistema idrico e fognario dell’intera enclave. Ovvero far funzionare le macchine per la desalinizzazione dell’acqua necessarie ad averne di potabile, pompare le acque reflue, alimentare i forni dei panifici e le macchine salvavita degli ospedali qui a Sud. È la prima volta dall’inizio delle operazioni militari.
Da ieri, dunque, entreranno 120 mila litri di benzina ogni 48 ore. Secondo i responsabili dell’Unrwa, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati palestinesi incaricata …
KHAN YUNIS — Era stato annunciato ed è successo: giovedì Paltel, la compagnia telefonica palestinese, è rimasta senza energia. E terminata l’ultima goccia di carburante delle sue riserve, i cellulari dell’intera Striscia si sono spenti. La popolazione è rimasta priva di comunicazioni per più di 24 ore, fino a quando nella notte fra venerdì e sabato Israele ha deciso di far entrare una quantità minima di carburante attraverso il valico di Rafah, necessario – oltre che a riattivare le linee - a mantenere operativo il sistema idrico e fognario dell’intera enclave. Ovvero far funzionare le macchine per la desalinizzazione dell’acqua necessarie ad averne di potabile, pompare le acque reflue, alimentare i forni dei panifici e le macchine salvavita degli ospedali qui a Sud. È la prima volta dall’inizio delle operazioni militari.
Da ieri, dunque, entreranno 120 mila litri di benzina ogni 48 ore. Secondo i responsabili dell’Unrwa, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati palestinesi incaricata di gestire le scorte, è «la metà di quanto necessario ogni giorno, cosa che costringe a scelte difficili su cosa attivare e cosa no».
Intanto nell’area a Sud della Striscia, sempre più affollata, il cibo a disposizione sui già scarni banchi dei mercati diminuisce, tanto più dopo che Israele ha intimato di lasciare le case agli abitanti dell’area agricola a sud di Khan Yunis.
Non siamo ancora alla fame, ma nei mercati si litiga per accaparrarsi gli ultimi peperoni o una manciata di patate, il cui prezzo è schizzato da 5 a 15 shekel (in pratica da 1 a 3 euro), così come il sale, balzato da 2 a 20 shekel. Così c’è chi arriva a vendersi pure i voucher che l’Unrwa distribuisce ai rifugiati nelle sue strutture, magari in cambio di una coperta, pile elettriche, pannolini. In quei pacchi ci sono scatolette: carne, tonno, lenticchie, fagioli. E un po’ di latte in polvere, se si dimostra di avere bimbi piccoli fra le bocche da sfamare. È un prodotto essenziale giacché da oltre un mese non si trova più latte fresco (così come qualunque prodotto precedentemente importato). Ma questo va poi diluito con l’acqua, che però scarseggia e quindi finisce spesso per essere inutilizzabile. Anche se certe mamme sono così disperate da infilarne cucchiaiate in qualunque altro piatto, sperando che servano ad arricchire il pasto.
Il mercato nero è vietato: eppure impazza. Quello della benzina rende di più: una tanica da 18 litri arriva ormai a costare 1.000 shekel, circa 240 euro. Ma ogni famiglia se n’è procurata almeno una e la tiene da parte, pronta a qualunque emergenza. Nello sciagurato caso, ad esempio, di doversi muovere ancora, converrà farlo in macchina, nella quale, almeno, si può sperare di dormire. Va da sé che pure i trasporti hanno nuovi prezzi esorbitanti: gli autobus sono scomparsi e per muovere un anziano da Beit Hanun, a Nord, fino a Khan Yunis, una famiglia ha speso appunto 1.000 shekel: 15 volte più di quanto costava a settembre.
D’altronde in uno spazio abitato da così tante persone, che non hanno soldi e nemmeno uno straccio di possibilità di lavoro, l’arte di arrangiarsi è diventata parte della quotidianità. Davanti ai fornai, ad esempio, ci sono file di ore: con 4 shekel si comprano 50 pite, i pani arabi, secondo il prezzo “politico” sostenuto grazie alla farina dell’Unrwa. E in tanti fanno la coda per prenderne altri, per poi rivenderli a prezzi maggiorati. Senza fare la fila, infatti, quegli stessi panini costano 20 shekel. Stesso andamento per il prezzo delle sigarette, letteralmente raddoppiato da 18 a 36 shekel al pacchetto. Così tanti, invece di fumare, si impasticcano coi calmanti: il loro prezzo, in farmacia, è rimasto incredibilmente stabile. A patto, certo, di trovare un medico che li prescriva, Ma non è difficile, visto che siamo tutti molto agitati.
(testo raccolto da Anna Lombardi)