Milei, il provocatore ultraliberista alla scoperta della realtà
di Moisés NaímWASHINGTON — Domenica, l’Argentina ha scelto di vivere un’esperienza non banale. Con Javier Milei, i cittadini hanno eletto un personaggio così distante dalla politica tradizionale che è difficile immaginarsene uno uguale. Perché Milei è tante cose: un economista ortodosso ultraliberista, un provocatore di destra nato per il piccolo schermo, un uomo dall’ego smisurato, un clonatore di cani con un’inclinazione per il misticismo esoterico e un politico smanioso di potere disposto a stringere alleanze con persone contro cui ha inveito per anni. Il problema è che non sappiamo quale di questi Milei finirà per governare l’Argentina.
I mercati si sono rallegrati della sua vittoria e non è difficile capire perché. Dopo un XXI secolo catastrofico, trascorso per la maggior parte nelle mani di un peronismo retrogrado che ha devastato le prospettive del Paese, Milei si è presentato alla corsa per la Casa Rosada con la promessa di un taglio netto con il passato. Lo sconvolgente bilancio di falli…
WASHINGTON — Domenica, l’Argentina ha scelto di vivere un’esperienza non banale. Con Javier Milei, i cittadini hanno eletto un personaggio così distante dalla politica tradizionale che è difficile immaginarsene uno uguale. Perché Milei è tante cose: un economista ortodosso ultraliberista, un provocatore di destra nato per il piccolo schermo, un uomo dall’ego smisurato, un clonatore di cani con un’inclinazione per il misticismo esoterico e un politico smanioso di potere disposto a stringere alleanze con persone contro cui ha inveito per anni. Il problema è che non sappiamo quale di questi Milei finirà per governare l’Argentina.
I mercati si sono rallegrati della sua vittoria e non è difficile capire perché. Dopo un XXI secolo catastrofico, trascorso per la maggior parte nelle mani di un peronismo retrogrado che ha devastato le prospettive del Paese, Milei si è presentato alla corsa per la Casa Rosada con la promessa di un taglio netto con il passato. Lo sconvolgente bilancio di fallimenti accumulato dal peronismo ha creato nell’elettorato una voglia disperata di votare qualunque candidato promettesse la discontinuità maggiore con i governi precedenti. E se il gioco è questo, nessuno sa giocarlo meglio di Milei.
La sua campagna è stata un proseguimento delle sue apparizioni in tv. Milei sembrava a suo agio soprattutto quando sosteneva le proposte più estreme: abbandoniamo il peso e dollarizziamo l’economia! Chiudiamo la Banca centrale! Privatizziamo ogni cosa! Tagliamo la spesa pubblica di quasi la metà! Chiudiamo la maggior parte dei ministeri, nessuno ne sentirà la mancanza! In qualsiasi Paese normale, queste proposte si sarebbero affossate da sole: troppo palesemente impraticabili per poterle prendere sul serio. Ma in Argentina il messaggio ha fatto presa. Milei è arrivato al ballottaggio… e poi è cambiato. Ha moderato i toni, si è dato da fare per farsi amica la destra più tradizionale. Ha cominciato a leggere discorsi preparati, invece di dedicarsi alle sue solite invettive improvvisate.
Sembrano esserci due Milei: uno è lo statista in erba con gli occhiali sul naso e l’altro è l’ideologo livoroso senza occhiali. Il presidente entrante dovrà affrontare una serie di disastri: lo Stato non ha i soldi per pagare creditori interni ed esterni; l’inflazione è fuori controllo; la povertà cresce; una grossa fetta della popolazione dipende da elargizioni pubbliche. Nel discorso della vittoria, Milei ha ribadito la sua volontà di applicare una terapia d’urto, affermando che in una situazione così seria non ci sono margini per cambiamenti graduali. Scoprirà presto che affrettarsi a smantellare le protezioni sociali può rendere la società ancora più instabile. In Europa, dopo la caduta del comunismo, i Paesi che applicarono riforme graduali se la cavarono meglio di quelli che cercarono di riformare le loro economie tutto in una volta: la terapia d’urto provocò sconvolgimenti i cui effetti si fanno sentire ancora oggi.
Quel che è ancora peggio è che Milei dovrà governare con un Parlamento dove non ha la maggioranza. Non potrà governare senza portare dalla sua parte alcune delle persone che ha messo alla gogna per tutta la sua carriera. Ma la tentazione di dar libero sfogo alla sua vena radicale sarà sempre lì, e se il Parlamento farà ostruzionismo la democrazia potrebbe ritrovarsi in una situazione pericolosa: uno stallo in mezzo al caos economico, con un presidente che potrebbe lasciarsi convincere che contrattare con i suoi avversari è un’impresa che non vale la spesa. È una dinamica che nella regione abbiamo visto all’opera tante volte, la più recente in Perù, quando un presidente inesperto ha cercato di sciogliere il Parlamento per ritrovarsi messo in stato d’accusa nel giro di poche ore. Ahimè, non sappiamo quale Javier Milei si presenterà alla cerimonia di insediamento il 10 dicembre. E questo è motivo di preoccupazione.
(traduzione di Fabio Galimberti)