Khan Yunis, fogne rotte e il rischio di epidemie. La paura che la guerra arrivi nel Sud della Striscia
di Sami al-AjramiKhan Yunis — Continuano le piogge torrenziali sulla Striscia di Gaza. E nella città di Khan Yunis, che prima della guerra aveva meno di 200mila abitanti e ora ospita oltre 600mila persone, si stanno rompendo le fogne.
Alcuni tratti hanno ceduto, visto che senza elettricità né carburante non è più stato possibile eseguire la manutenzione ordinaria. Rivoli di acqua mista a escrementi sono confluiti nel liquame già prodotto dall’enorme quantità di immondizia che si è accumulata ai bordi delle strade.
Tonnellate di spazzatura che vengono smaltite, se va bene, una volta a settimana, con le stesse ruspe che rimuovono le macerie degli edifici bombardati in cerca di persone ancora vive. In questa situazione estrema, la rottura delle fogne pone una minaccia gravissima alla salute pubblica. Il rischio che si diffondano epidemie è argomento di ogni conversazione: ne parlano anche i bambini, cui le mamme urlano in continuazione di non toccare nulla. Ma come si fa?
Khan Yunis — Continuano le piogge torrenziali sulla Striscia di Gaza. E nella città di Khan Yunis, che prima della guerra aveva meno di 200mila abitanti e ora ospita oltre 600mila persone, si stanno rompendo le fogne.
Alcuni tratti hanno ceduto, visto che senza elettricità né carburante non è più stato possibile eseguire la manutenzione ordinaria. Rivoli di acqua mista a escrementi sono confluiti nel liquame già prodotto dall’enorme quantità di immondizia che si è accumulata ai bordi delle strade.
Tonnellate di spazzatura che vengono smaltite, se va bene, una volta a settimana, con le stesse ruspe che rimuovono le macerie degli edifici bombardati in cerca di persone ancora vive. In questa situazione estrema, la rottura delle fogne pone una minaccia gravissima alla salute pubblica. Il rischio che si diffondano epidemie è argomento di ogni conversazione: ne parlano anche i bambini, cui le mamme urlano in continuazione di non toccare nulla. Ma come si fa?
Con l’arrivo del freddo, grandi e piccini - che vivono, anzi sopravvivono ammassati sotto le tende o in squallidi stanzoni affollati e gelidi - si sono tutti ammalati. Nella casa in cui abita chi scrive, dopo aver accolto altri membri della famiglia arrivati dal Nord, conviviamo in 26. Abbiamo tutti qualche malanno – tosse, mal di gola, diarrea – e ci trasmettiamo i virus tra di noi. Anche perché i nostri vetri, come del resto quelli di tutti, sono stati distrutti dai bombardamenti; sulle finestre abbiamo steso dei grandi teli di plastica, che però non bastano a ripararci dal freddo.
Confidiamo in un nuovo ospedale da campo, il primo dall’inizio della guerra, che sarà costruito dalla Giordania.
Il principe ereditario Hussein è addirittura volato in Egitto per supervisionarne i preparativi. Sarà allestito vicino all’ospedale Nasser di Khan Yunis, recentemente bombardato. Certo, avrà una capacità ridotta: appena 41 posti letto, nulla rispetto alle necessità della popolazione evacuata qui a Sud. Però potrà contare su un flusso continuo di medicinali e soprattutto su uno staff giordano che non solo darà un po’ di riposo agli esausti medici locali, ma potrebbe anche - è l’augurio di molti - tenere lontane le bombe, proprio in virtù della cittadinanza straniera di medici e infermieri.
Il re di Giordania aiuta i feriti di Gaza: i suoi militari inviano farmaci per via aerea
Il timore che le operazioni militari si estendano ancora più a Sud è diffuso: i media israeliani ipotizzano che il leader politico di Hamas a Gaza Yahya Sinwar e il suo comandante militare Mohammed Deif si siano rifugiati nell’area meridionale della Striscia. Notizie che lasciano attonita una popolazione che sperava nel cessate il fuoco di cui si parla da giorni.
Il nervosismo diffuso si trasforma in rissa. È accaduto anche ieri davanti a un fornaio: la fila sotto la pioggia era più lunga del solito ed è dovuta intervenire la polizia, che prima ha disperso la folla con i manganelli e poi ha presidiato il forno per impedire che fosse assaltato. Da quando anche l’ultimo mulino è stato distrutto dalle bombe, c’è sempre meno farina e il pane scarseggia.
Dicono che a giorni il numero di camion di aiuti umanitari aumenterà e sarà disponibile più cibo. Ma il freddo e la pioggia stanno spezzando uomini, donne e bambini. Si fa fatica ad avere speranza.
(testo raccolto da Anna Lombardi)